JMJ PANAMA 2019: Circa 600.000 persone si sono riunite durante la notte al Campo San Juan Pablo II di Panama per prendere parte alla Veglia con il Papa. Tra gli ospiti musicali il trio de Il Volo

Circa 600.000 persone si sono riunite durante la notte al Campo San Juan Pablo II di Panama per prendere parte alla Veglia del Papa con i giovani della GMG di Panama 2019, secondo i dati offerti dalla Direzione del supporto esecutivo (DEA) del governo panamense e dal Comitato organizzatore locale (LOC).

Nel suo discorso il Pontefice ha sottolineato quanto sia “facile criticare i giovani e passare il tempo mormorando, se li priviamo di opportunità lavorative, educative e comunitarie a cui aggrapparsi e sognare il futuro”, ricordando i quattro senza che fanno sì che la nostra vita sia senza radici: senza lavoro, senza istruzione, senza comunità, senza famiglia. Il Papa ha scelto di rivolgersi ai giovani parlando il loro attuale linguaggio anche se ha confessato di non avere il cellulare e di non essere social e ha definito Maria “influencer” di Dio: “Con poche parole ha saputo dire “sì” e confidare nell’amore e nelle promesse di Dio, unica forza capace di fare nuove tutte le cose”.

Oltre al discorso del Santo Padre, la Veglia è stata caratterizzato da vari momenti intensi, tra testimonianze di giovani, spettacoli musicali e un lungo tempo di preghiera davanti al Santissimo Sacramento. Alla fine della Veglia, la Pellegrina Madre di Fatima ha fatto il giro del Campo San Juan Pablo II pieno di pellegrini. Tra gli ospiti musicali che hanno cantato davanti a Papa Francesco e ai 600.000 giovani anche il trio italiano de Il Volo, che ha postato la foto di selfie scattato con il Pontefice scrivendo “Se ci avessero detto he un giorno avremmo cantato per il Papa, difficilmente ci avremmo creduto…”. 

credit foto copertina Ansa

Qui il discorso completo di Papa Francesco alla Veglia della JMJ di Panama 2019: 

“Cari giovani, buonasera!
Abbiamo visto questo bello spettacolo sull’Albero della Vita che ci mostra come la vita che Gesù ci dona è una storia d’amore, una storia di vita che desidera mescolarsi con la nostra e mettere radici nella terra di ognuno. Quella vita non è una salvezza appesa “nella nuvola” in attesa di venire scaricata, né una nuova “applicazione” da scoprire o un esercizio mentale frutto di tecniche di crescita personale. Neppure un tutorial con cui apprendere l’ultima novità. La salvezza che il Signore ci dona è un invito a partecipare
a una storia d’amore che si intreccia con le nostre storie; che vive e vuole nascere tra noi perché possiamo dare frutto lì dove siamo, come siamo e con chi siamo. Lì viene il Signore a piantare e a piantarsi; è Lui il primo nel dire “sì” alla nostra vita, alla nostra storia, e desidera che anche noi diciamo “sì” insieme a Lui.
Così sorprese Maria e la invitò a far parte di questa storia d’amore. Senza alcun dubbio la giovane di Nazaret non compariva nelle “reti sociali” dell’epoca, non era una influencer, però senza volerlo né cercarlo è diventata la donna che ha avuto la maggiore influenza nella storia. Maria, la “influencer” di Dio. Con poche parole ha saputo dire “sì” e confidare nell’amore e nelle promesse di Dio, unica forza capace di fare nuove tutte le cose.
Sempre impressiona la forza del “sì” di questa giovane, di quell’“avvenga per me” che disse all’angelo. È stata una cosa diversa da un’accettazione passiva o rassegnata, o da un “sì” come a dire: “Bene, proviamo a vedere che succede”. È stato qualcosa di più, qualcosa di diverso. È stato il “sì” di chi vuole coinvolgersi e rischiare, di chi vuole scommettere tutto, senza altra garanzia che la certezza di sapere di essere portatrice di una promessa. Avrebbe avuto, senza dubbio, una missione difficile, ma le difficoltà
non erano un motivo per dire “no”. Avrebbe avuto complicazioni, certamente, ma non sarebbero state le stesse complicazioni che si verificano quando la viltà ci paralizza per il fatto che non abbiamo tutto chiaro o assicurato in anticipo. Il “sì” e il desiderio di servire sono stati più forti dei dubbi e delle difficoltà.
Questa sera ascoltiamo anche come il “sì” di Maria riecheggia e si moltiplica di generazione in generazione. Molti giovani sull’esempio di Maria rischiano e scommettono, guidati da una promessa.
Grazie, Erika e Rogelio, per la testimonianza che ci avete donato. Avete condiviso i vostri timori, le difficoltà e tutto il rischio vissuto nell’attesa della vostra figlia Ines. A un certo punto avete detto: “A noi genitori, per diverse ragioni, costa molto accettare l’arrivo di un bimbo con qualche malattia o disabilità”, questo è sicuro e comprensibile. Ma la cosa sorprendente è stata quando avete aggiunto: “Quando è nata nostra figlia abbiamo deciso di amarla con tutto il nostro cuore”. Prima del suo arrivo, di fronte a tutte le
notizie e le difficoltà che si presentavano, avete preso una decisione e avete detto come Maria “avvenga per noi”, avete deciso di amarla. Davanti alla vita di vostra figlia fragile, indifesa e bisognosa la risposta è stata un “sì”, e così abbiamo Ines. Voi avete creduto che il mondo non è soltanto per i forti!
Dire “sì” al Signore significa avere il coraggio di abbracciare la vita come viene, con tutta la sua fragilità e piccolezza e molte volte persino con tutte le sue contraddizioni e mancanze di senso, con lo stesso amore con cui ci hanno parlato Erika e Rogelio. Significa abbracciare la nostra patria, le nostre famiglie, i nostri amici così come sono, anche con le loro fragilità e piccolezze. Abbracciare la vita si manifesta anche
quando diamo il benvenuto a tutto ciò che non è perfetto, puro o distillato, ma non per questo è meno degno di amore. Forse che qualcuno per il fatto di essere disabile o fragile non è degno d’amore? Qualcuno per il fatto di essere straniero, di avere sbagliato, di essere malato o in una prigione non è degno d’amore? Così fece Gesù: abbracciò il lebbroso, il cieco e il paralitico, abbracciò il fariseo e il peccatore. Abbracciò il
ladro sulla croce e abbracciò e perdonò persino quelli che lo stavano mettendo in croce.
Perché? Perché solo quello che si ama può essere salvato. Solo quello che si abbraccia può essere trasformato. L’amore del Signore è più grande di tutte le nostre contraddizioni, fragilità e meschinità, però è precisamente attraverso le nostre contraddizioni, fragilità e meschinità che Lui vuole scrivere questa storia
d’amore. Ha abbracciato il figlio prodigo, ha abbracciato Pietro dopo i suoi rinnegamenti e ci abbraccia sempre, sempre, dopo le nostre cadute aiutandoci ad alzarci e a rimetterci in piedi. Perché la vera caduta, quella che può rovinarci la vita, è rimanere a terra e non lasciarsi aiutare.
Come diventa difficile a volte capire l’amore di Dio! Però, che grande dono è sapere che abbiamo un Padre che ci abbraccia al di là di tutte le nostre imperfezioni!
Il primo passo consiste nel non aver paura di ricevere la vita come viene, di abbracciare la vita!
Grazie, Alfredo, per la tua testimonianza e il coraggio di condividerla con tutti noi. Mi ha molto colpito quando hai detto: “Ho iniziato a lavorare nell’edilizia fino a quando terminò quel progetto. Senza impiego le cose presero un altro colore: senza scuola, senza occupazione e senza lavoro”. Lo riassumo nei quattro “senza” per cui la nostra vita resta senza radici e si secca: senza lavoro, senza istruzione, senza comunità, senza famiglia.
È impossibile che uno cresca se non ha radici forti che aiutino a stare bene in piedi e attaccato alla terra. È facile disperdersi quando non si ha dove fissarsi. Questa è una domanda che noi anziani siamo tenuti a farci, anzi, è una domanda che voi dovrete farci e noi avremo il dovere di rispondervi: quali radici vi stiamo dando, quali basi per costruirvi come persone vi stiamo offrendo? Com’è facile criticare i giovani e passare il tempo mormorando, se li priviamo di opportunità lavorative, educative e comunitarie a cui aggrapparsi e sognare il futuro! Senza istruzione è difficile sognare il futuro; senza lavoro è molto difficile sognare il futuro; senza famiglia e comunità è quasi impossibile sognare il futuro. Perché sognare il futuro significa imparare a rispondere non solo perché vivo, ma per chi vivo, per chi vale la pena di spendere la vita.
Come ci diceva Alfredo, quando uno si sgancia e rimane senza lavoro, senza istruzione, senza comunità e senza famiglia, alla fine della giornata ci si sente vuoti e si finisce per colmare quel vuoto con qualunque cosa. Perché ormai non sappiamo per chi vivere, lottare e amare.
Ricordo che una volta, parlando con alcuni giovani, uno mi ha chiesto: “Padre, perché oggi tanti giovani non si domandano se Dio esiste o fanno fatica a credere in Lui ed evitano di impegnarsi nella vita?”.
E io ho risposto: “E voi, cosa ne pensate?”. Tra le risposte che sono venute fuori nella conversazione mi ricordo di una che mi ha toccato il cuore ed è legata all’esperienza che Alfredo ha condiviso: “È che molti di loro sentono che, a poco a poco, per gli altri hanno smesso di esistere, si sentono molte volte invisibili”.
È la cultura dell’abbandono e della mancanza di considerazione. Non dico tutti, ma molti sentono di non avere tanto o nulla da dare perché non hanno spazi reali a partire dai quali sentirsi interpellati. Come penseranno che Dio esiste se loro da tempo hanno smesso di esistere per i loro fratelli?
Lo sappiamo bene, non basta stare tutto il giorno connessi per sentirsi riconosciuti e amati. Sentirsi considerato e invitato a qualcosa è più grande che stare “nella rete”. Significa trovare spazi in cui con le vostre mani, con il vostro cuore e con la vostra testa potete sentirvi parte di una comunità più grande che ha bisogno di voi e di cui anche voi avete bisogno.
Questo i santi l’hanno capito molto bene. Penso per esempio a Don Bosco che non se ne andò a cercare i giovani in qualche posto lontano o speciale, ma imparò a vedere tutto quello che accadeva nella città con gli occhi di Dio e, così, fu colpito da centinaia di bambini e giovani abbandonati senza scuola, senza lavoro e senza la mano amica di una comunità. Molta gente viveva in quella stessa città, e molti criticavano quei giovani, però non sapevano guardarli con gli occhi di Dio. Don Bosco lo fece e seppe fare il primo passo: abbracciare la vita come si presenta; e, a partire da lì, non ebbe paura di fare il secondo: creare con loro una comunità, una famiglia in cui con lavoro e studio si sentissero amati. Dare loro radici a cui aggrapparsi per poter arrivare al cielo.
Penso a tanti luoghi della nostra America Latina che promuovono quello che chiamano famiglia grande casa di Cristo che, col medesimo spirito della Fondazione Giovanni Paolo II, di cui ci parlava Alfredo, e di tanti altri centri, cercano di accogliere la vita come viene nella sua totalità e complessità, perché sanno che «per l’albero c’è speranza: se viene tagliato, ancora si rinnova, e i suoi germogli non cessano di crescere» (Gb 14,7).
E sempre si può “rinnovarsi e germogliare” quando c’è una comunità, il calore di una casa dove mettere radici, che offre la fiducia necessaria e prepara il cuore a scoprire un nuovo orizzonte: orizzonte di figlio amato, cercato, trovato e donato per una missione. Il Signore si fa presente per mezzo di volti concreti.
Dire “sì” a questa storia d’amore è dire “sì” ad essere strumenti per costruire, nei nostri quartieri, comunità ecclesiali capaci di percorrere le strade della città, di abbracciare e tessere nuove relazioni. Essere un “influencer” nel secolo XXI significa essere custodi delle radici, custodi di tutto ciò che impedisce alla nostra vita di diventare “gassosa” ed evaporare nel nulla. Siate custodi di tutto ciò che ci permette di sentirci
parte gli uni degli altri, di appartenerci reciprocamente. Così l’ha vissuto Nirmeen nella GMG di Cracovia. Ha incontrato una comunità viva, gioiosa, che le è andata incontro, l’ha fatta sentire parte di essa e le ha permesso di vivere la gioia che comunica l’essere
incontrata da Gesù.
Un santo una volta si domandò: «Il progresso della società, sarà solo per arrivare a possedere l’ultimo modello di automobile o acquistare l’ultima tecnologia sul mercato? In questo consiste tutta la grandezza dell’uomo? Non c’è niente di più che vivere per questo?» (S. ALBERTO HURTADO, Meditación de Semana Santa para jóvenes, 1946). Io vi domando: è questa la vostra grandezza? Non siete stati creati per qualcosa di più grande? Maria lo comprese e disse: “Avvenga per me!”. Erika e Rogelio l’hanno compreso e hanno detto: “Avvenga per noi!”. Alfredo l’ha compreso e ha detto: “Avvenga per me!”.
Nirmeen l’ha compreso e ha detto: “Avvenga per me!”. Amici, vi domando: Siete disposti a dire “sì”? Il Vangelo ci insegna che il mondo non sarà migliore perché ci saranno meno persone malate, deboli, fragili o anziane di cui occuparsi e neppure perché ci saranno meno peccatori, ma che sarà migliore quando saranno di più le persone che, come questi amici, sono disposte e hanno il coraggio di dare alla luce il domani e credere nella forza trasformatrice dell’amore di Dio. Volete essere “influencer” nello stile di Maria, che ebbe il coraggio di dire “avvenga per me”? Solo l’amore ci rende più umani, più pieni, tutto il
resto sono buoni ma vuoti placebo.
Fra poco ci incontreremo con Gesù vivo nell’adorazione eucaristica. Di certo avrete molte cose da dirgli, da raccontargli su varie situazioni della vostra vita, delle vostre famiglie e dei vostri paesi.
Stando di fronte a Lui, faccia a faccia, non abbiate paura di aprirgli il cuore perché rinnovi il fuoco del Suo amore, vi spinga ad abbracciare la vita con tutta la sua fragilità e piccolezza, ma anche con tutta la sua grandezza e bellezza. Che vi aiuti a scoprire la bellezza di essere vivi.
Non abbiate paura di dirgli che anche voi desiderate partecipare alla sua storia d’amore nel mondo, che siete fatti per un “di più”!
Amici, vi chiedo anche che, in quel faccia a faccia con Gesù, preghiate per me perché anch’io non abbia paura di abbracciare la vita, custodisca le radici e dica con Maria: “Avvenga per me secondo la tua parola!”.

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