Intervista con Andrea Zorzi, protagonista dello spettacolo “La leggenda del Pallavolista volante”: “Il teatro mi ha aperto un mondo completamente nuovo”

Ritorna in scena “La leggenda del Pallavolista volante”, il più importante successo nazionale, con 200 repliche in tutta Italia, firmato Teatri d’Imbarco, che vede protagonista Andrea Zorzi, il mitico ‘Zorro’ del Volley italiano, due volte campione del mondo, tre volte campione d’Europa e medaglia olimpica ad Atlanta 1996 nell’indimenticabile squadra del grande Julio Velasco, che racconta la sua storia affiancato dalla verve inesauribile di Beatrice Visibelli che attorno a lui disegna un paesaggio narrativo carico di ironica allegria.

Un pallone sgualcito diventa il volante che il padre impugnava durante i molti chilometri percorsi nella sua vita d’autista. Le panche dello spogliatoio, dove ci si confrontava, si discuteva e si finiva spesso per litigare, si tramutano nel letto dove un adolescente febbricitante cresceva troppo e sognava di trovare una ragazza. Lo spazio del palco si trasforma in un campo da pallavolo, rivivendo le azioni mozzafiato scolpite nella memoria di tutti, le vittorie leggendarie e le sconfitte ancora brucianti. Per riscoprire, con leggerezza, la filosofia e il potenziale umano dello sport, al di là degli imperativi tecnici, economici e mediatici, con l’idea che nella vita, come nella pallavolo, senza una squadra non si possa arrivare da nessuna parte. Seguendo il filo dei ricordi dell’atleta, dalla campagna veneta degli anni settanta ai giorni nostri, e le vicende della cosiddetta ‘generazione dei fenomeni’, Nicola Zavagli, autore e regista, accompagna il pubblico attraverso un viaggio nella memoria collettiva del nostro paese.

Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con Andrea Zorzi, parlando dello spettacolo “La leggenda del Pallavolista volante” ma anche dei prossimi progetti e dei ricordi legati alla sua straordinaria carriera.

BeatriceVisibelli_AndreaZorzi 01b

Andrea, sei protagonista di “La leggenda del Pallavolista volante” che sarà in scena il 13 luglio a Sant’Elpidio a mare (Fm) e il 15 luglio a Bosco di Capodimonte (Na). Ci racconti come ti sei avvicinato al teatro e com’è nato questo spettacolo?

“L’incontro con il teatro è avvenuto in modo casuale perchè mia moglie, Giulia Staccioli, ha un passato da atleta, ha preso parte a due Olimpiadi con la Nazionale di ginnastica ritmica e dopo aver chiuso la carriera ha lavorato per alcuni anni con Momix e, tornata in Italia, ha fondato la compagnia di danza Kataklò. Per sette anni mi sono occupato della progettazione degli allestimenti e del disegno luci dei Kataklò ed è stato il primo contatto con il mondo del teatro e della danza. Poi nel 2012 abbiamo incontrato per caso all’Isola d’Elba Beatrice Visibelli e Nicola Zavagli, attrice e regista che hanno scritto e con cui lavoro per La leggenda del Pallavolista volante. Abbiamo parlato dei nostri impegni e visto che Firenze quell’anno era la città Europea dello sport abbiamo pensato di creare un evento che unisse sport e cultura. Quindi abbiamo fatto un reading teatrale e da lì è nata una lunga intervista dalla quale Nicola ha tratto il copione dello spettacolo e insieme a Beatrice hanno avuto la folle idea di portarmi sul palcoscenico. All’inizio dovevamo fare soltanto una data a Firenze, invece è iniziata questa felice e inaspettata avventura con La leggenda del Pallavolista volante che è uno spettacolo ancora in buona salute che ci permette di tornare a girare l’Italia con molta soddisfazione”.

Uno spettacolo che racconta le tue vittorie ma anche le sconfitte come quelle alle Olimpiadi di Barcellona e di Atlanta, è la tua storia ma tutti in qualche modo possono ritrovarsi…

“E’ proprio così, non è solo la mia storia ma è quella di tutti, perchè ognuno di noi nella propria vita ha delle difficoltà, delle vittorie e delle sconfitte. La differenza sta nel modo in cui riesci a gestirle. Se io voglio raggiungere solo un traguardo può essere che il destino non sia di quel parere ma se mi guardo intorno con occhi diversi magari trovo qualche altra cosa altrettanto speciale. Bisognerebbe uscire dall’idea che il mio desiderio plasma la mia vita perchè non sempre è così. “La leggenda del Pallavolista volante” non ha l’arroganza di voler essere uno spettacolo di formazione ma nella sua semplicità racconta la mia storia con l’imbarazzo, le emozioni, le fragilità e la forza, insieme a compagni di lavoro meravigliosi”.

B.Visibelli_A.Zorzi_LaLeggendaDelPallavolistaVolante

Le emozioni vissute prima del debutto teatrale sono identiche o differenti a quelle provate prima di una finale sportiva?

“Il paragone è complicato perchè lo sport e il teatro sono arrivati in momenti diversi della mia vita. C’è indubbiamente un’analogia: in ambito sportivo avevo assaporato e temuto la tensione pre partita, con le gambe paralizzate e la paura di giocare. Quando ho debuttato a teatro da ultraquarantenne ho risentito quel desiderio di fare bene e il timore di non riuscirci ma era un’emozione già nota anche se in un contesto diverso, perchè l’insicurezza unisce tutti gli esseri umani. Ci sono però anche grandi differenze. Nella pallavolo o in generale nello sport c’è un obiettivo chiaro e delle tecniche per raggiungere il risultato, quindi la concentrazione diventa la capacità assoluta di pensare solo a quegli aspetti che possono aiutarti a fare bene e a vincere. E’ come se avessi ristretto il mio campo visivo solo alla palla, da guardare per capire come colpirla. A teatro il campo è più aperto, devi cercare di ricordare il copione e di collegare l’intensità, l’emotività, l’ascolto del tuo compagno di viaggio e delle persone presenti in sala. Inoltre il pubblico nella pallavolo è una componente ma puoi giocare anche senza. A teatro invece ha un ruolo fondamentale, non vai sul palcoscenico se non c’è qualcuno che è lì con te per guardare lo spettacolo e anche per stabilire un rapporto più intenso. Nello sport la concentrazione è contrazione a livello muscolare, nel teatro è rilassamento”.

Se dovessi pensare a un’immagine della tua carriera strepitosa cosa ti verrebbe in mente?

“Salti, tanti salti bellissimi. Sto preparando un progetto che riguarda il trentesimo anniversario della vittoria dei Mondiali e mi ricapita spesso di guardare delle foto mie e dei miei compagni. La pallavolo è uno sport verticale, questa immagine della verticalità del salto è la cosa che più mi manca, che più mi attrae e mi ricorda il passato, anche con un po’ di nostalgia”.

Cosa rappresenta per te la pallavolo?

“Non ho idea di cosa sarei oggi se non fossi stato un pallavolista. La stragrande maggioranza di quello che faccio e di quello che ho, dalla famiglia alle persone che ho conosciuto, è il frutto della pallavolo, che mi ha impegnato piacevolmente per venti anni. Ricordo che da piccolo volevo fare il camionista come mio padre, che era il mio mito. Volevo avere un camion gigantesco da guidare”.

C’è una vittoria a cui sei più legato?

“La mia carriera in Nazionale è stata più virtuosa rispetto a quella nei club. Le vittorie più belle per me sono quelle di pancia, quindi l’Europeo 1989 che si disputò a Örebro e Stoccolma e il Mondiale a Rio nel 1990, che hanno rappresentato la realizzazione di un sogno, come se si fosse aperto un mondo imprevisto, una sorpresa totale, con quell’atteggiamento privo di controllo che si ha da ragazzini. Poi un’altra vittoria indimenticabile è quella ai Mondiali di Atene nel 1994, con la conferma dell’Italia sul tetto del mondo. E’ stata importante perchè nello sport quattro anni sono tanti ed erano accadute molte cose tra le quali la sconfitta olimpica a Barcellona ma nonostante fossimo un gruppo con età e mentalità diverse siamo riusciti a vincere. Teniamo tanto a questo oro perchè riconfermarsi nello sport è difficile e meno divertente ma dà grandi soddisfazioni. E’ un successo che viene dalla testa”.

kataklò

credit foto Kataklò

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

“Oltre a La leggenda del Pallavolista volante ci sono state altre due esperienze teatrali: “Avventuroso viaggio a Olimpia”, sempre con Beatrice e Nicola, che racconta la storia meravigliosa delle antiche Olimpiadi con due performer Kataklò, in uno spettacolo tra racconto e azione, e “PlayZen. Sensei Zorzi e l’arte di praticare sport”, realizzato con Kataklò, in cui interpreto un vecchio maestro giapponese cieco che ha cinque discepoli indisciplinati, impersonati da cinque performer della compagnia, con le coreografie di Giulia Staccioli e il testo di Eduardo Ribatto. Con questo spettacolo vogliamo raccontare con ironia ai ragazzi che l’impegno, l’errore, la fatica, la perseveranza, la capacità di concentrarsi sono caratteristiche importanti. Queste esperienze mi hanno aperto un mondo nuovo. Tra i progetti futuri ci sono delle ipotesi a livello teatrale. Inoltre la Federazione mi ha chiamato per raccontare l’anniversario del trentennale della vittoria dell’Italvolley ai Mondiali di Rio de Janeiro nel 1990 e abbiamo deciso che intervisterò i miei compagni di squadra. Il titolo sarà Processo alla vittoria. L’idea è di riguardare tutti insieme trenta anni dopo quello che è accaduto non per cercare eventuali conflitti sommersi ma perchè i ricordi ora sono diversi. E’ un aspetto affascinante. E poi parlare da cinquantacinquenni di un successo di trenta anni fa ti permette di inquadrarlo in una cornice differente”.

A causa della pandemia lo sport si è fermato, si sono conclusi in anticipo i campionati di volley e i Giochi Olimpici sono stati rinviati di un anno. In ottica Tokyo 2021 quale pensi sia il potenziale della Nazionale Italiana maschile e femminile?

“Credo che i pronostici fatti per Tokyo 2020 siano validi anche per il 2021 con una piccola differenza. La Nazionale femminile è più giovane e credo abbia qualche possibilità in più di arrivare vicino alle medaglie pesanti. Sono ragazze molto abili e motivate, anche se non sono continuative. Hanno fatto bene all’Europeo, meno al Mondiale ma le potenzialità sono illimitate. Per atlete così giovani avere un anno in più di esperienza potrebbe essere un vantaggio rispetto a chi è a fine carriera e dovrà tirare avanti ancora. Questo è un po’ il quadro della Nazionale maschile che pur non essendo in una posizione alta nel ranking mondiale come quella femminile ha atleti di grande livello come Juantorena, Zaytsev, Giannelli che sono fortissimi ma negli ultimi anni non sono mai riusciti a confermarsi con continuità. Hanno una certa età e dovranno mantenersi fino a Tokyo. Bisognerà poi vedere in generale come le varie nazionali riusciranno a reagire a un lockdown così lungo, cosa mai accaduta nella storia dello sport. Ne sono un esempio il calcio e la Serie A dove ci sono prestazioni che a volte sembrano incomprensibili e sono  la conseguenza diretta di questi tre mesi di stop”.

di Francesca Monti

credit foto ufficio stampa

 

 

 

 

 

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