Intervista con Margot Sikabonyi, protagonista del film “Bocche inutili”: “Interpretare Ester mi ha fatto capire ancora di più quanto sia fondamentale portare avanti la Memoria”

Margot Sikabonyi è la straordinaria e intensa protagonista di “Bocche inutili” di Claudio Uberti, film-evento al cinema dal 25 al 29 aprile 2022, prodotto da Angelisa Castronovo ed Antonino Moscatt per Wellsee e da Lucere Film in collaborazione con Rai Cinema, ambientato nel campo di prigionia e concentramento di Fossoli, vicino Carpi, allestito dagli italiani nel 1942 e oggi Museo Monumento al Deportato.

Nel film, che prende spunto da testimonianze reali e documentate, di donne sopravvissute all’Olocausto, l’attrice interpreta Ester, ebrea italiana di 40 anni che viene lasciata sola dopo che la sua famiglia è stata radunata e portata via. Inviata al campo di transito di Fossoli, stringe una forte amicizia con Ada (Lorenza Indovina), ma la mano crudele del destino interviene per rimuoverla da lì in breve tempo. Ester non si perde d’animo, nemmeno quando viene mandata in un altro campo, evitando il convoglio verso Auschwitz che l’avrebbe portata alla morte. Insieme ad Ada e altre donne cercherà di salvare il bambino che ha scoperto di portare in grembo.

Margot Sikabonyi, in questa chiacchierata, ci ha parlato di come ha lavorato al personaggio di Ester, suo primo ruolo da protagonista al cinema, dell’importanza della Memoria, del libro “Respira! Alla ricerca della calma nel caos”, del ritorno sul set dopo una pausa lunga sei anni, in cui si è dedicata ai suoi due bambini, Bruno James e Leonardo, ed è tornata all’università per studiare psicologia.

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Margot, nel film “Bocche inutili” interpreta Ester. Ci racconta come si è approcciata al personaggio?

“Ester è un personaggio molto complesso e inizialmente avevo un certo timore ad approcciarmi a lei in quanto racconta l’Olocausto e temevo di non sentirmi all’altezza di interpretare una storia del genere. E’ una donna che entra in un inferno ma che mantiene una luce dentro di sè che la guida verso l’uscita, verso qualcosa di più grande. Ho fatto un lavoro di ricerca leggendo i libri scritti da donne che erano state internate nel campo di concentramento di Raversburg che era solo femminile e di cui si parla nel film, sono stata al Museo Monumento al Deportato, uno dei più importanti sull’Olocausto dove, vedendo i reperti e le fotografie dei prigionieri, mi sono profondamente commossa, e poi ho ascoltato i discorsi della senatrice a vita Liliana Segre che è testimone diretta di quell’orrore. Inoltre ho cercato di fare un lavoro onesto su di me per fare da tramite a questa storia. E’ un film che parla anche di femminilità negata ed è una grande responsabilità dare voce a questo personaggio, ma era importante farlo”.

E’ un film in cui si parla di buio, di morte, di violenza efferata all’interno del campo di concentramento ma, nonostante queste atrocità, dà anche un messaggio di speranza e ci ricorda che la vita è più forte di tutto e fiorisce sempre…

“E’ assolutamente così, il film vuole lasciare un messaggio positivo. Queste donne attraversano l’inferno, i traumi, il buio, per poi uscirne cambiate, trasformate, e trovano il coraggio per affrontare tutto questo”.

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Tra queste cinque donne che si ritrovano a dover lottare per sopravvivere e che inizialmente sono diffidenti l’una verso l’altra, si crea col tempo una solidarietà e un’unione per salvare questa vita che sta arrivando e che Ester porta in grembo…

“All’inizio c’è diffidenza tra queste donne, infatti pensano di non potersi fidare di nessuno anche perchè sono arrivate in questi campi di concentramento a causa di delatrici, cioè persone che le conoscevano e che le avevano vendute alle SS. Quando però Ester scopre di essere incinta la necessità di proteggere questa vita che è nata all’interno di quell’orrore risveglia l’umanità anche nelle altre donne e le unisce”.

Nel film Ester afferma: “Mai ci sentimmo così liberi come quando ritrovammo nel fondo della nostra coscienza la capacità di ribellarci”. Che significato ha per lei la parola libertà?

“Libertà è riuscire a rimanere integra e in contatto con te stessa, senza far determinare il proprio pensiero da quello comune, capendo quello che secondo te è giusto e sbagliato. E’ un po’ quello che fa Ester all’interno di un luogo che ogni giorno continua a mandarle il messaggio che lei e quelle come lei sono sbagliate, sono inferiori, vanno sterminate, non hanno diritto di esistere. Mantiene la sua umanità, rimane centrata, continua a nutrire questa consapevolezza. Pur di non dimenticare, dato che queste persone erano vittime di un’alienazione da parte dei nazisti che toglievano loro i vestiti, tagliavano i capelli, non avevano più un riferimento spazio-tempo, non sapevano più che giorno fosse, Ester crea un piccolo calendario sulla trave di legno. Questo per me è essere liberi, la centratura della propria integrità, nonostante tutto quello che può succedere fuori”. 

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“Bocche inutili” racconta l’orrore dell’Olocausto, ma a quasi ottanta anni di distanza la storia non sembra averci insegnato molto visto che purtroppo in Ucraina e in altre parti del mondo ci sono le guerre e vengono compiute azioni inqualificabili…

“Da madre è terrificante vedere altre madri che fuggono con i loro figli o che sono costrette a separarsi da loro. In questi anni ci sono state molte guerre in diversi paesi del mondo. Penso che siamo tutti un po’ colpevoli, che il gioco al buono e al cattivo non ci porterà da nessuna parte, che debba essere fatto un cambiamento importante dal punto di vista sociale, perchè la gente in generale pensa principalmente a se stessa, questo poi si traduce nella scala più grande anche dal punto di vista politico. E’ il sistema alla base che non funziona”. 

Com’è stato tornare sul set dopo diversi anni?

“E’ stato bellissimo tornare sul set, per me questo ruolo è stato un regalo inaspettato in un momento della vita in cui stavo iniziando a pensare di fare altro. Ho letto la sceneggiatura e mi è piaciuta molto. Erano passati sei anni dall’ultimo progetto, nel frattempo sono diventata mamma di due bambini. Il set è un luogo che conosco bene perchè ho iniziato a frequentarlo quando avevo 11 anni, ma questa volta sono tornata con una consapevolezza da donna matura, riuscendo a godermi questo lavoro appieno, senza sentirmi non all’altezza, nonostante fosse un film difficile”.

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Cosa ha aggiunto “Bocche inutili” al suo percorso umano e artistico?

“Dal punto di vista umano mi ha dato tantissimo perchè raccontare una storia come questa mi ha fatto capire ancora di più quanto sia fondamentale ricordare, portare avanti la memoria. Dal punto di vista artistico è stata la prima vera opportunità da protagonista per un film al cinema e ne sono molto felice”. 

Quali sono i suoi prossimi progetti?

“I miei prossimi progetti sono crescere nel miglior modo possibile i miei figli e dare la tesi di psicologia all’università. Poi magari continuerò a studiare. Dal punto di vista cinematografico, televisivo, teatrale per ora non c’è nulla di concreto”.  

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Nel 2021 ha pubblicato il libro “Respira! Alla ricerca della calma nel caos” (Santelli editore), com’è nata l’idea?

“Questo libro è stato scritto in buona parte dieci anni fa perchè volevo raccontare cosa avesse voluto dire crescere sul set in quanto spesso le persone hanno il sogno di diventare famose e volevo mostrare quale fosse invece la realtà. Poi durante il lockdown ho iniziato a parlare di notte su Instagram di questi concetti, dello yoga, del mio percorso e la gente sembrava interessata. Così ho deciso di finire il libro e pubblicarlo”.

Si era parlato di una possibile nuova stagione della serie “Un Medico in famiglia”. Qualora in futuro questa ipotesi dovesse concretizzarsi tornerebbe ad interpretare Maria? 

“Non ho nulla in contrario. Per diverso tempo pensavo di non meritare quel posto, mi sentivo in colpa, ma ora mi sono riappacificata con Maria. Ho amato e amo il cast di “Un Medico in Famiglia” e sono molto grata a quel personaggio. Quindi se dovesse esserci una nuova stagione della serie non direi di no”.

Cosa le ha lasciato l’esperienza alle Hawaii dove era andata per studiare biologia marina? 

“E’ stata una bellissima esperienza. Sono arrivata su quest’isola, Honolulu, dove ho conosciuto persone stupende, ho iniziato a frequentare biologia marina all’università, ho imparato a surfare. Poi mi sono resa conto che volevo tornare a casa e riprendere in mano la mia vita”. 

Un sogno nel cassetto…

“Mi piacerebbe essere in qualche modo di aiuto agli altri”.

di Francesca Monti

Grazie a Sara Castelli Gattinara e Raffaella Spizzichino

credit foto profilo Facebook Margot Sikabonyi

 

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