“E’ un personaggio ai margini, di cui però si parla ancora oggi e mi ha incuriosito la sua storia”. Stefano Casertano dirige il film “Elena del ghetto”, che vede protagonista Micaela Ramazzotti, con Valerio Aprea, Caterina De Angelis, Giulia Bevilacqua, al cinema dal 29 gennaio, distribuito da Adler Entertainment.
Ambientato a Roma tra il 1938 e il 1943, ripercorre la straordinaria storia di Elena Di Porto, una donna ebrea romana, forte, indipendente e coraggiosa che ha sfidato il regime fascista per salvare molte vite e ha segnato la storia del ghetto ebraico di Roma durante il fascismo e l’occupazione nazista.
Per essere diversi ci vuole coraggio: si rischia l’emarginazione e la punizione. I ribelli, però, intuiscono per primi quando qualcosa limita la libertà, e reagiscono anche in solitudine, come fa Elena.

Stefano, a livello registico come è entrato in questa storia e cosa l’ha più colpita di Elena Di Porto?
“Mi ha colpito innanzitutto il fatto che Elena Di Porto sia tra i pochi nomi femminili presenti sulla targa che commemora i partigiani ebrei romani presente sulla facciata della Sinagoga di Roma. E’ un personaggio ai margini, di cui però si parla ancora oggi nel ghetto di Roma e mi ha incuriosito la sua storia. Ci sono delle leggende su questa donna, indipendente e libera, che già negli anni Trenta portava i pantaloni, si ribellava agli uomini e cercava di difendere la popolazione dai soprusi delle bande dei miliziani fascisti che imperversavano per il quartiere. Per ricostruire il personaggio di Elena sono andato nel ghetto a cercare testimonianze di persone che l’avevano conosciuta e ho incontrato due signori che hanno avuto a che fare con lei: lo zio del proprietario di un ristorante ed Emanuele Di Porto, che ora ha 93 anni, non è un parente di Elena, ed è soprannominato “il bambino del tram”, in quanto si salvò durante il rastrellamento dopo essere riuscito a scappare, grazie a sua mamma, dal camion su sui erano stati fatti salire a forza gli ebrei, e a rifugiarsi per tre giorni su un tram. Mi hanno raccontato qualcosa in più sul carattere di questa donna che non ragionava male, però ogni tanto, come si dice a Roma, le partiva il chicchero (sbroccava, ndr), per questo veniva chiamata “matta”. In realtà era soltanto troppo moderna per quei tempi, era ribelle, andava allo stadio, fumava e beveva, si era separata dal marito, quindi era considerata estremamente “diversa” dagli altri”.
Nel film convivono il dramma e la commedia, la speranza e la malinconia e si ritrovano delle suggestioni legate al cinema neorealistico italiano. Come è riuscito a trovare un equilibrio tra i generi?
“Volevo per prima cosa creare una favola moderna, con dei toni anche ispirati ad alcune pellicole del neorealismo italiano, senza peccare di presunzione. La commistione di dramma e commedia è legata anche all’esperienza relativa alla realizzazione di un documentario, Gente di amore e rabbia, che ho girato al Corviale. Passando mesi con le persone che vivevano in questa borgata, che non avevano molti mezzi, mi è parso evidente come la romanità, l’umorismo, il cercare di non prendere le cose sul serio, riuscissero a far sopravvivere questa gente nonostante le difficoltà. Questo è lo spirito che ho cercato di dare al film. L’altro aspetto riguarda una dimensione che mi piacerebbe definire un po’ più epica, cioè ripercorrere il mito di una Cassandra moderna, di questa donna che corre per la città e dice a tutti di scappare perchè stanno arrivando i nazisti ma non viene creduta”.
“Elena del Ghetto” è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2025, qual è stata la reazione del pubblico?
“Alla prima proiezione pubblica nell’ambito della Festa del Cinema di Roma mi ha molto colpito il fatto che gli spettatori pensassero che il film fosse un dramma melò, ma quando all’inizio della vicenda Elena litiga con il marito hanno iniziato a ridacchiare. Nel momento in cui il bambino afferma che possono andare a stare dagli zii, ma che “lo zio Vitale ha detto che domani se dovemo leva’ da li coj..i” la gente ha compreso che la cifra del film era diversa e questo mi ha dato una grossa soddisfazione. In un momento drammatico riuscire attraverso una battuta a sdrammatizzare e strappare una risata è una caratteristica che secondo me è propria del cinema italiano, se pensiamo ad esempio ad alcune scene in Roma città aperta con Aldo Fabrizi o di La grande guerra con Alberto Sordi. Ovviamente non voglio assolutamente paragonarmi a grandissimi registi del calibro di Monicelli o Rossellini, però è bello cercare di fare qualcosa che si ispiri a questa tradizione”.

Nella foto Micaela Ramazzotti e Marcello Maietta – credit foto Eduardo Castaldo
Il film è “dedicato a chi non è più tornato”, quanto è importante attraverso l’arte portare avanti la Memoria?
“Secondo me l’importante è non essere didascalici, ma portare queste vicende su un livello personale perché così si può cercare di individuare nei tratti del personaggio qualcosa che ci ispiri nelle nostre scelte, nelle nostre opinioni. Questo film non vuole dare degli insegnamenti ma semplicemente toccare degli elementi personali. Per quanto riguarda la dedica a chi purtroppo non è tornato, c’è stato un momento molto emozionante durante le riprese, quando abbiamo girato la scena del rastrellamento. Ho radunato tutte le comparse e ho detto loro: “guardatevi tutti quanti, immaginate che di questa folla solo due persone sono sopravvissute”. E’ calato il silenzio e alcuni si sono commossi perchè hanno compreso quanto la violenza possa incidere su una società intera, su una cultura”.
Nella colonna sonora è presente anche una canzone di Ermal Meta, “Ti verranno a chiedere di me”, che tipo di lavoro è stato fatto per la parte musicale?
“La parte musicale è molto importante perché la musica, insieme ai film e a chi faceva informazione, rappresentava l’immaginario mediatico delle persone. Matteo Burallo ha lavorato su un tema di ispirazione tradizionale, con diverse variazioni e con una strumentazione tipica romana, che in alcuni giri melodici ricorda gli stornelli ma con uno stile più sofisticato. E’ una melodia che si eleva progressivamente fino a diventare il canto femminile di un coro accompagnato dagli archi, quindi una piccola sinfonia.
Per quanto riguarda Ermal Meta ha letto la sceneggiatura e il giorno dopo mi ha detto che gli era piaciuta molto e mi ha spedito una canzone che aveva scritto quella notte e che aveva registrato con il telefonino, “Ti verranno a chiedere di me”, che chiude “Elena del ghetto”. Ermal è attivo anche nelle campagne contro la violenza di genere, quindi si è sentito toccato da questa storia. Inoltre ci siamo affidati all’archivio Bixio, che ha nella sua library molti lavori, anche quelli di De Sica, ed è stata un’opportunità straordinaria poter inserire queste canzoni nel film”.
Un’altra particolarità è legata alla lingua parlata nel film, che non è propriamente il romanesco …
“Avevo scritto il film in romanesco, ma quando ho fatto leggere la sceneggiatura ad un consulente culturale mi ha fatto notare che al centro di Roma si parla il giudaico romanesco. Si tratta di una lingua un po’ strana, segreta, che unisce al romanesco delle parole giudaiche e così abbiamo deciso di usarla nel film, seppur edulcorata. La comunità ebraica romana è presente dal secondo secolo ed è la più antica della Capitale. Fino al sacco del 1527 si parlava una lingua meridionale, dopo la devastazione da parte dei Lanzichenecchi, Roma fu ripopolata con il clero che proveniva dalla Toscana. Gli ebrei erano però rimasti e hanno continuato a parlare questa lingua che ogni tanto ha delle cadenze meridionali che ricordano il napoletano. Ad esempio in romanesco si dice “te porto dal presidente”, mentre in giudaico “te porto da o presidente”. E’ la prima volta che questa strana lingua viene portata sullo schermo”.

Nella foto Valerio Aprea e Giulia Bevilacqua in una scena del film nella casa di Costanza – credit foto Eduardo Castaldo
Come sono stati scelti le location e il cast?
“La produzione ha fatto un lavoro straordinario sulle location, perché è difficile ricostruire ambienti ripuliti da stratificazioni contemporanee. Abbiamo cercato di avvicinarci il più possibile ai luoghi originali, per esempio alcune scene si svolgono presso il ponte Fabricio che nel Ghetto è chiamato Ponte Quattro Capi. Per gli interni c’è stata una ricostruzione a partire da zero, osservando quelle che erano le foto d’epoca e come venivano riportati questi ambienti nei film neorealistici. Per esempio la casa di Costanza è in qualche maniera ispirata al seminterrato di “Rocco e i suoi fratelli” per quanto concerne le decorazioni, le suppellettili.
Il casting è durato diversi mesi. Abbiamo cercato dei protagonisti che avessero la capacità di commuovere e di far ridere. Alcuni ruoli sono stati chiusi all’ultimo, altri dopo quattro recall. La scelta è stata complessa ma alla fine abbiamo composto un cast a mio avviso molto interessante. Anche per i personaggi secondari ho cercato dei volti particolari, non standard”.
In occasione del Giorno della Memoria “Elena del ghetto” sarà proiettato nelle scuole, una bella iniziativa per far conoscere la storia di Elena Di Porto alle nuove generazioni affinché magari possano nascere delle riflessioni anche sull’attuale situazione mondiale …
“Secondo me l’antidoto principale alla deriva progressiva verso la violenza politica è quello di leggere e di informarsi. Pertanto se l’unica fonte di informazione sono i social ovviamente si arriva agli estremismi. Bisogna sforzarsi di ascoltare anche opinioni che non rispecchiano la propria, questo è l’unico antidoto per la democrazia. Spesso si sente parlare di scelta politica tra un estremo e un altro, mentre l’essere democratico o moderato viene visto quasi come un segno di ignavia. Secondo me dovrebbe essere il contrario. Ognuno ha una propria visione ma nessuna è la verità assoluta. La vicenda di Elena Di Porto ci fa capire anche cosa significhi davvero ribellarsi”.
di Francesca Monti
credit foto copertina Adolfo Franzo
Si ringraziano Cristina Scognamillo e Cristiana Zoni
