In occasione del Giorno del Ricordo, martedì 10 febbraio in prima serata su Rai 1 va in onda il tv movie “Il Marciatore – la vera storia di Abdon Pamich”

In occasione del Giorno del Ricordo, in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale del secondo dopoguerra, martedì 10 febbraio in prima serata su Rai 1 va in onda il tv movie “Il Marciatore – la vera storia di Abdon Pamich”, una produzione Clemart in collaborazione con Rai Fiction, per la regia di Alessandro Casale, con Abdon Pamich e Fausto Sciarappa.

“Raccontare la vita di Abdon Pamich significa portare sullo schermo molto più di una carriera sportiva”, ha dichiarato Alessandro Casale. “È il ritratto di un uomo che ha fatto della costanza, della determinazione e della resilienza il suo stile di vita. La sua marcia non è solo disciplina atletica, ma una metafora esistenziale. Un cammino iniziato tra le macerie della guerra e approdato alla gloria olimpica. E’ stato un grande regalo e una responsabilità raccontare la vita di Abdon e ho cercato di essere il più fedele possibile alla realtà. Volevo che fosse un film anche epico”.

Fausto Maria Sciarappa è Giovanni Pamich: “E’ un papà di quattro figli, imprenditore a Fiume, un uomo abituato ad avere tutto sotto controllo, che si trova di fronte ad una decisione importante da prendere. Sceglie di rientrare in Italia ma si ritrova straniero nella sua terra e viene guardato con sospetto, come tutti gli esuli e i profughi arrivati dalla Dalmazia. Ci sono addirittura dei ragazzini che tirano loro delle pietre perchè considerati italiani di serie B. Prima a Milano e poi a Genova riuscirà a risorgere e a ricostruire la sua vita e quella della sua famiglia”.

Abdon Pamich ha ripercorso la sua storia: “E’ stata una decisione maturata lentamente forse anche inconsciamente quella di scappare via da una situazione di oppressione da parte del regime del maresciallo Tito. A parte il rischio e la paura di essere presi a fucilate, abbiamo patito il freddo nel Carso perchè siamo partiti da Fiume in maglietta e calzoncini essendo appena andati al mare. Giunti a Trieste abbiamo respirato un’altra aria, siamo stati smistati in questa caserma che non aveva neanche il tetto e le finestre, dormivamo in stanze senza nessun conforto ma eravamo giovani e abbiamo affrontato bene la situazione. La nostalgia di casa era tanta così come era forte il dolore per aver lasciato gli amici, la città dove eravamo nati e le nostre cose. A Genova, dopo un primo momento di diffidenza, mi sono sentito veramente accolto e ho vissuto i più begli anni della mia vita, venendo stimato e integrato, tanto che per me è la mia seconda patria. Mio fratello faceva la marcia e quando mi sono recato in un campo sportivo mi hanno proposto di praticare questo sport. Io avevo tante energie da sfogare, mi è piaciuto e mi sono dedicato con grande passione e gioia alla marcia”.

SINOSSI: Il vero Abdon Pamich, ormai anziano, apre il racconto percorrendo, su un altopiano carsico, una strada che appartiene alla sua infanzia. E riavvolge il tempo tornando a Fiume, città di confine travolta dalla Storia, nel secondo dopoguerra. L’annuncio della liberazione fa sì che Abdon e il fratello maggiore Giovanni credano che tutto possa tornare alla normalità. Ma l’illusione si spezza con l’arrivo del nuovo potere jugoslavo. Lo zio Cesare, allenatore di pugilato, viene prelevato “per chiarimenti”. Il padre subisce pressioni politiche che lo rendono sospetto per il nuovo regime e vulnerabile come capro espiatorio. Fiume cambia nome, lingua e volto. Per gli italiani comincia il tempo della paura. Arresti e sparizioni si moltiplicano, i confini si chiudono. Abdon e Giovanni, ancora adolescenti, scelgono di non cedere alla disperazione. Partono da soli. Ad attenderli in Italia ci sono campi profughi, povertà e diffidenza. I fratelli riescono, comunque, a proseguire gli studi. Tutto quello che Abdon ha visto e imparato a Fiume gli apre una porta nella scuola e, poco dopo, nello sport. A Genova incontra Giuseppe Malaspina, il mago della marcia, che riconosce in quel ragazzo taciturno una qualità rara: la capacità di resistere, di durare. La marcia diventa per Abdon il linguaggio dell’esule: non lo scatto, ma il passo continuo; non la fuga, ma l’andare avanti, sempre. Dopo anni di lavoro silenzioso e sconfitte, arriva l’oro olimpico a Tokyo, coronamento di un percorso umano, prima ancora che sportivo. Per Abdon Pamich, tutto comincia con un’assenza: quella della sua terra, Fiume, e del senso di appartenenza che gli viene strappato via da ragazzino.

di Francesca Monti

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