Intervista con Massimo Nicolini, su Rai 1 con “Le libere donne”: “La libertà per me è il coraggio di affrontare la vita secondo il proprio punto di vista”

“Il mio personaggio è privo di empatia, pensa di guarire il paziente isolandolo, sottoponendolo a terapie anche molto pesanti, che però erano totalmente sdoganate dalla medicina del tempo, ed è quindi convinto di operare nel giusto”. Massimo Nicolini è tra i protagonisti della serie “Le libere donne”, scritta da Peter Exacoustos e Laura Nuti, con la regia di Michele Soavi, in onda su Rai 1 da martedì 10 marzo, coprodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy, tratta da “Le libere donne di Magliano” di Mario Tobino – Mondadori Libri.

Un avvincente dramma storico-sentimentale che esplora il sottile confine tra passione e follia, affrontando la contrapposizione fra conformismo e individualità.

Massimo Nicolini, di cui il pubblico ha potuto apprezzare le grandi qualità interpretative in diversi film e serie tv di successo, interpreta Gianmassimo Parisi, uno dei medici del manicomio di Maggiano, fautore di un approccio duro e coercitivo alla malattia mentale. Convinto sostenitore dell’elettroshock, lo utilizza con frequenza, ignorando le sofferenze delle pazienti. È un uomo ambizioso, autoritario e poco incline a mettersi in discussione, in perfetta antitesi con Mario Tobino (Lino Guanciale). Il suo comportamento lo rende temuto e poco amato, anche per la sua simpatia nei confronti del regime fascista.

Mosso più dal desiderio di affermarsi che dalla volontà di prendersi cura delle pazienti, anche nei rapporti interpersonali si dimostra spregiudicato, senza nascondere una certa ostilità nei confronti dello stesso Tobino.

Massimo, nella serie “Le libere donne” interpreta il dottor Parisi, come si è approcciato a questo personaggio?

“Il metodo che utilizzo sempre è partire dal testo, in questo caso dalla sceneggiatura, in cui sono presenti tutti gli elementi che possono aiutare a costruire un personaggio come il dottor Parisi che è abbastanza particolare e caratterizzato da una mancanza totale di empatia, da un narcisismo molto spiccato, uniti però ad una grande conoscenza della materia. La storia è ambientata in un ospedale psichiatrico femminile alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il dottor Parisi si trova ad operare all’interno di quei dogmi che caratterizzavano la medicina psichiatrica del tempo. Pertanto utilizza quelle tecniche, anche con una punta di sadismo, che erano del tutto legittimate nel percorso terapeutico. Dopo aver dedotto dal testo l’immagine del personaggio, si vanno a ricercare dei riferimenti esterni, come delle figure cinematografiche che mi erano rimaste particolarmente impresse e che a mio avviso avevano delle caratteristiche simili in qualche modo. In Schindler’s List, ad esempio, c’è un cattivissimo soldato tedesco che mi ricordava per alcuni versi la mancanza totale di empatia del dottor Parisi nei confronti dell’altro”.

Proprio per queste sue caratteristiche, il dottor Parisi entra in contrasto con Mario Tobino che invece è più empatico verso le pazienti …

“Parisi è un Tobino senza empatia, è l’antagonista, vorrebbe probabilmente essere come lui, ha una ferita interiore che cerca di rimarginare ma è impossibile riuscirci. Mario Tobino porta all’interno dell’ospedale psichiatrico un nuovo modo di approcciarsi alla malattia mentale, considera il paziente non più come un malato tout court, cerca di capire da dove provenga il suo disagio psichico e di inquadrare la persona, quindi entra in contrasto con il mio personaggio che invece ha una visione opposta, tipica del secolo scorso, e pensa di guarire il paziente isolandolo, sottoponendolo a terapie anche molto pesanti, per esempio l’elettroshock, che però erano totalmente sdoganate dalla medicina del tempo. Parisi è convinto di operare nel giusto, ma si troverà all’interno del racconto inevitabilmente a scontrarsi con il protagonista”.

E’ una serie in cui vengono affrontate delle tematiche che sono sempre attuali, se pensiamo ad esempio alla malattia mentale o al sottile confine che esiste tra la follia e la libertà …

“Ci sono diversi temi che vengono affrontati, dalla parità di genere ai concetti di libertà, di pazzia, di normalità fino alla dignità dell’altro, il mettersi nei panni dell’altro. La storia si svolge in un ospedale psichiatrico dove le donne venivano internate, anche senza aver fatto nulla di male, senza che ne avessero realmente bisogno. All’epoca c’era questo maschilismo un po’ tossico di derivazione patriarcale per cui bastava una segnalazione, molto spesso da parte degli uomini, per far rinchiudere una donna in quel luogo con tutte le conseguenze del caso. Ci sono dei riverberi anche al giorno d’oggi di questo maschilismo, se pensiamo agli abusi fino ad arrivare, ahimè, ai femminicidi che viviamo quotidianamente”.

Quanto è difficile oggi mettersi nei panni dell’altro?

“È quasi impossibile, purtroppo, e lo dico con grande dispiacere. L’individualismo sfrenato è uno dei grandi mali del nostro tempo e questo tema andrebbe messo proprio al centro del dibattito politico in primis, perché è dall’alto che arrivano le direttive. Il mettersi nei panni degli altri è fondamentale per poter vivere in una comunità, in uno Stato civile. Purtroppo tutti siamo consapevoli di questo egocentrismo dominante ma sembra che nessuno voglia intervenire”.

Massimo Nicolini con Lino Guanciale in una scena di “Le libere donne” – credit ufficio stampa

“Le libere donne” è ambientata ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, del fascismo, del nazismo, in cui la libertà era un diritto troppo spesso negato. Che significato ha per lei oggi la libertà?

“La libertà per me è il coraggio di affrontare la vita secondo il proprio punto di vista. Oggi c’è una tendenza ad essere tutti uguali, omologati, e ciò che è diverso, per fare un parallelismo con la serie, va relegato, dà fastidio, può essere disturbante. Siamo dominati dalla paura, fondamentalmente. Dobbiamo cercare quindi di rompere questo clima di omertà verso la paura per provare a cambiare in meglio le cose”.

La serie è tratta dal libro di Mario Tobino “Le libere donne di Magliano”. Aveva già avuto modo di leggerlo prima di essere scelto per interpretare il dottor Parisi?

“Ho letto questo romanzo mentre preparavo la serie e l’ho trovato davvero sorprendente per l’epoca, perché è stato scritto prima della Legge Basaglia. Mi ha colpito positivamente l’approccio rivoluzionario del dottor Tobino nei confronti della malattia mentale, il suo rimettere al centro la persona che può avere vari livelli di disturbo, e non isolarla dal mondo”.

Quanto è importante, attraverso il cinema, le serie tv, il teatro, raccontare storie come quella al centro di Le libere donne?

“È fondamentale, è il compito della televisione e delle arti. Purtroppo negli ultimi quindici-venti anni c’è stata una deriva anche in quel campo, c’è stato un accomodamento nei confronti degli spettatori. La Rai, in qualità di servizio pubblico, ha il compito e il dovere, come fa da sempre, di mandare messaggi diversi, anche scomodi. L’arte, infatti, non deve essere accomodante”.

Massimo Nicolini con Lino Guanciale in una scena di “Le libere donne” – credit ufficio stampa

Che viaggio è stato, a livello attoriale e personale, interpretare questo personaggio e questa serie?

“È stato un viaggio bello e intenso, perché ho dovuto innanzitutto approcciarmi a qualcosa che ignoravo, non avendo avuto molto a che fare con la malattia mentale nella mia vita personale, e ho scoperto un mondo interessante, importante e sfaccettato. Per me interpretare un personaggio come il dottor Parisi è stato a volte anche disturbante, perché sono dovuto andare a pescare degli stati d’animo, ad aprire delle porticine dentro di me che mi faceva comodo tenere chiuse. Io non credo che il lavoro dell’attore debba essere terapeutico, ma suo malgrado in questo caso lo è stato”.

Anche perché questo personaggio è molto distante da quelli che ha interpretato in altre serie tv … 

“Ha una profondità maggiore, vuoi per l’arco narrativo molto più ampio, vuoi appunto per le tante sfaccettature. Avere la possibilità di lavorare su personaggi così interessanti dal punto di vista attoriale, e anche così odiosi, è estremamente affascinante e sono curioso di vedere come il dottor Parisi verrà percepito dal pubblico. Mi auguro, in futuro, di poter fare altri centomila ruoli di questo tipo, anche perché spesso interpreto il cattivo in televisione e il buono a teatro e mi piace questo dualismo, mi permette di giocare”.

In quali progetti la vedremo prossimamente? Riprenderà a teatro l’Edipo a Colono di Sofocle?

“Non riprenderò l’Edipo a Colono, ma sarò in scena a giugno, sempre al Teatro Greco di Siracusa, con una nuova tragedia, i Persiani di Eschilo, con la regia del collettivo spagnolo La Fura dels Baus. Io interpreto Serse, inizieremo le prove ai primi di maggio. E’ un dono per me poter lavorare da diversi anni in quel posto così speciale. Sono poi nel cast di una commedia, che andrà in onda sempre su Rai 1, che si intitola L’ora di Arianna e fa parte della collana Purché finisca bene”.

C’è un personaggio in particolare che le piacerebbe interpretare?

“Il prossimo. Vittorio Gassmann diceva che non esistono piccole parti, esistono solo piccoli attori. Ogni personaggio che si ha la fortuna di poter interpretare è importante. Oggi è un privilegio fare questo lavoro, che diventa poi anche un dovere sociale, e si trovano spesso delle piccole perle che possono arricchire il nostro percorso artistico e umano”.

di Francesca Monti

Si ringraziano Paola Spinetti e Susanna Fancelli

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