Fabio e Matilde Caressa sono gli ospiti della 4ª puntata di Mamma Dilettante

Fabio e Matilde Caressa sono gli ospiti della 4ª puntata di Mamma Dilettante, il podcast di Diletta Leotta.

QUELLA VOLTA CHE CASA CARESSA DIVENNE LA CASA DEL GRANDE FRATELLO

Fabio: “Nel periodo in cui Benedetta conduceva da casa ‘Cotto e mangiato’ alla produzione venne l’idea di fare ‘Cotto e mangiato VIP’. Lei registrava due volte a settimana in casa. Una volta capitò che nello stesso giorno il piano di produzione prevedesse la registrazione di ‘Cotto e mangiato’, ‘Cotto e mangiato VIP’ e la realizzazione di un servizio fotografico.”

Diletta: “Tutto a casa?”

Fabio: “Tutto a casa. Era lunedì, io avevo finito come al solito una partita, non facevo ancora la trasmissione domenicale, facevo solo la telecronaca. Ero tornato alle quattro di mattina, quindi mi sveglio con un certo comodo, apro la porta…”

Diletta: “E chi c’è?”

Fabio: “C’erano diciotto persone a casa, ti giuro. C’era la troupe di ‘Cotto e mangiato’, quella di ‘Cotto e mangiato VIP’, l’ufficio stampa del vip che c’era, il vip, l’ufficio stampa Mediaset. Tutti i fotografi e la porta aperta. Noi avevamo un gatto. Io mi alzo ed esclamo “Nata, per favore portami un caffè!”, (Nata è la signora che ci aiuta in casa: ndr). Mi porta il caffè, mi vesto e vedo la porta aperta, la chiudo e dico: “Per favore chiudete la porta che scappa il gatto”. Ritorno dopo cinque minuti e la porta è di nuovo aperta: “Vi ho detto di chiudere la porta per favore”, e la richiudo. Uno apre la porta e dice “Chi ha lasciato la porta chiusa? Vi ho detto di tenerla aperta!”. Ma questa è casa mia, ma chi sei tu? L’ho cacciato, l’ho fatto lavorare da fuori casa.”

Diletta: “Ma veramente?”

Fabio: “Non l’ho fatto più entrare in casa”

FABIO CARESSA: “PER AMORE DI DIEGO MI SONO DIMESSO DA DIRETTORE DI SKY SPORT 24”

Diletta: “Mi ricordo del tuo periodo come Direttore di Sky Sport 24. Eri un po’ ‘stretto’ in quel ruolo.”

Fabio: “Sì, ero molto stretto.”

Diletta: “Esatto, infatti tu vuoi fare un sacco di cose, fai un sacco di cose. Vedo che ti ispiri tanto ai tuoi figli.”

Fabio: “Quello è stato forse il momento più complicato in famiglia in assoluto. Tanto è vero che avevo scelto di farlo per tre anni. Quando ho deciso di mollare l’ho fatto perché mia moglie mi aveva fatto capire che le cose non andavano proprio benissimo. Facevo la conduzione, le telecronache e il Direttore. Come sai si entrava a Sky alle otto di mattina e si andava via tardi. Io tenevo molto a fare la cena a casa alle otto, però poi stavo al telefono fino all’una di notte, quando andava in onda l’ultimo telegiornale. Non era una vita facile. Non era la mia vita, perché io amo fare altre cose. Poi Diego (il figlio più piccolo; ndr), che allora era al terzo anno di elementari, aveva scritto dei pensieri e aveva detto “Il mio più grande dispiacere è che papà ed io non giochiamo mai”. Lo disse una volta a cena. Quell’affermazione lì mi ha fatto prendere la decisione definitiva.”

ANDARE DALLO PSICOLOGO NON È UN TABÙ, MA UN’ESIGENZA DELL’ANIMA

Matilde: “In famiglia abbiamo un rapporto bellissimo, migliore rispetto a quando ero più piccola.”

Diletta: “Ma è stata una cosa naturale o vi ha aiutato qualcuno, uno psicologo?”

Fabio: “A me uno psicologo.”

Matilde: “È stata una cosa su cui abbiamo dovuto lavorare, è stato un lavoro, però bello.”

Diletta: “Quanto è importante anche parlare con uno psicologo? Da genitore, per imparare.”

Fabio: “Io credo che un’altra cosa che la mia generazione debba superare è il tabù dello psicologo. Sai, la mia generazione pensa che se vai dallo psicologo sei un po’ matto. Io anche ho avuto una certa resistenza su queste cose, poi però ho capito, a un certo punto della mia vita, che tu riesci ad arrivare con l’autoanalisi fino a un certo punto. Come puoi curarti da solo fino a un certo punto, ma se il male persiste devi andare dal dottore, così se non riesci a superare quelle che capisci siano le tue difficoltà da solo, devi andare da un dottore, ossia da qualcuno che ti aiuti. Dico sempre che per me è stato importantissimo, mi ha completamente sbloccato da diversi punti di vista. Sono diventato un po’ più piagnone, però.”

IL CALCIO COME METAFORA DI VITA

Fabio: “Mi commuovo con film, sceneggiati, partite di calcio.”

Diletta: “Anche?”

Fabio: “Beppe ed io veniamo chiamati i due ‘vecchi’, perché quando andiamo allo stadio e ad esempio, ad Anfield, parte “You’ll never walk alone”, l’inno del Liverpool, ci giriamo verso la curva e ci commuoviamo. Agli Europei piangiamo. Quando c’è una partita emozionante, ci abbracciamo e piangiamo. Ad un certo punto ho detto: “Dai Beppe, diamoci un contegno.”

Diletta: “Ma Fabio cos’è davvero per te il calcio?”

Fabio: “È la migliore sintesi possibile della vita, secondo me. Io attraverso il calcio ho capito molte cose della mia vita e della vita in assoluto. Perché in una partita c’è tutto: c’è la parte business ma c’è anche l’arte, c’è il sentimento, c’è il coraggio, la voglia di imparare e di fare, a patto che lo si affronti professionalmente. Se vivi il calcio come un gioco, tutte queste componenti non ci sono. A me ha insegnato moltissimo il calcio.”

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