Ugo Dighero, già apprezzatissimo protagonista di opere di Stefano Benni e Dario Fo, si confronta per la prima volta con un grande classico, interpretando Arpagone nel nuovo allestimento diretto da Luigi Saravo de “L’avaro”, in scena dal Teatro Manzoni di Milano dal 18 febbraio al 2 marzo.
Nella commedia di Molière si assiste a un epico scontro tra sentimenti e soldi. Il protagonista è disposto a sacrificare la felicità dei figli, pur di non dovere fornire loro una dote e anzi acquisire nuove ricchezze attraverso i loro matrimoni.
“L’Avaro di Molière ruota attorno a un tema centrale, cui tutti gli altri si riconnettono: il danaro”, afferma il regista. “Il conflitto tra Arpagone e il suo entourage è il conflitto tra due visioni economiche: una consumistica e una conservativa. Nella nostra contemporaneità, in cui vige l’imperativo di far circolare il danaro inseguendo una crescita economica infinita, il gesto immobilista di Arpagone, ossessionato dall’idea di non intaccare il proprio patrimonio, suona quasi sovversivo, in opposizione alla tirannia del consumo”.
La regia di Saravo ambienta lo spettacolo in una dimensione che rimanda al nostro quotidiano, giostrando riferimenti temporali diversi, dagli smartphone agli abiti anni Settanta agli spot che tormentano Arpagone (la pubblicità è il diavolo che potrebbe indurlo nella tentazione di spendere il suo amato denaro). Anche le musiche originali di Paolo Silvestri si muovono su piani diversi, mentre la nuova traduzione di Letizia Russo, fresca e diretta, contribuisce a dare al tutto un ritmo contemporaneo.
A fianco di Ugo Dighero, Mariangeles Torres è impegnata in un doppio ruolo: sarà Freccia, il servitore che sottrae la cassetta di denaro di Arpagone, e la domestica / mezzana Frosina, ovvero i due personaggi che muovono l’azione, scatenando l’irresistibile gioco degli equivoci, sino al ribaltamento di tutte le carte in tavola.
Nel cast de L’avaro troviamo anche Fabio Barone, Stefano Dilauro, Cristian Giammarini, Paolo Li Volsi, Carolina Leporatti, Rebecca Redaelli, e lo stesso Luigi Saravo.
Come vi siete approcciati a questo testo, che è un classico di Molière?
Ugo Dighero: “Era fondamentale dare tridimensionalità al personaggio. Abbiamo messo molto in risalto il fatto che Arpagone, relativamente all’amore, riesca anche a scavallare questa sua fissazione per il denaro, infatti si innamora di una ragazza che non ha una lira, quindi non ha uno scopo economico nel perseguire la sua speranza, il suo innamoramento. E’ stato interessante perché abbiamo cercato di costruire non una macchietta, ma un personaggio a tutto tondo che avesse uno spessore, un’umanità nella quale ci si possa riconoscere”.
Luigi Saravo: “Innanzitutto siamo un collettivo, lavoriamo insieme, condividiamo le scelte, e siamo incappati in questo testo per una serie di vicissitudini molto interessanti e rocambolesche. Leggendolo, la prima cosa che ci è saltata agli occhi era il fatto che ci fossero delle questioni che sicuramente allora dovevano suonare in maniera molto diversa da come suonano adesso. Faccio un esempio: Arpagone ad un certo punto sta per organizzare una festa a casa, in cui conoscerà in maniera più vivida e presente la donna di cui si è innamorato e dà delle indicazioni a tutti per sistemare le cose prima del suo arrivo e si occupa anche di dire ai propri servitori che non bisogna consumare i mobili. Noi siamo abituati a comprare dei beni che hanno anche spesso un problema, l’obsolescenza programmata. Qui invece non consumiamo le cose, cerchiamo di preservarle in maniera tale da non doverle sostituire. Quattrocento anni fa, soprattutto in certe élite parigine era prassi, oggi diventa un invito difficile da fare, però anche auspicabile. Dopo questa prima impressione del testo, la questione essenziale era comprendere, attraverso quest’ottica, quale fosse la reale comicità che L’Avaro oggi propone, di cosa veramente possiamo ridere e devo dire che abbiamo scoperto delle cose nuove”.
Mariangeles Torres: “Quando stavamo creando lo spettacolo, quando Luigi pensava come realizzarlo, a questa contemporaneità, ha anche aggiunto che se fosse venuto a vederlo suo figlio, che ha 23 anni, doveva rimanerne affascinato. Questa secondo me è stata anche un’altra scommessa vinta, perché i ragazzi che vengono a teatro sono entusiasti. L’Italia in generale è un paese che sta invecchiando, noi vediamo nella platea le teste bianche e quindi rinnovare, portare i giovani a teatro è un obiettivo di lavoro che abbiamo come gruppo”.
Luigi Saravo: “L’idea è far capire con grande tranquillità e sicurezza che Molière è molto più divertente di Zelig e che Shakespeare è molto più avvincente di Chi l’ha visto. Noi siamo certi di fare bene questo lavoro. E quando abbiamo una serata, di quelle che capitano a tutti almeno una volta a settimana, in cui ci sentiamo giù, sappiamo che se andiamo a teatro tutto cambia perché è un’esperienza vivificante, condivisa con gli altri. È come un concerto”.

Ugo, per quanto riguarda invece Arpagone è sicuramente un personaggio anche sovversivo, rivoluzionario…
“Assolutamente sì. In quest’ottica, Arpagone improvvisamente ha anche degli aspetti positivi, perché il fatto di non consumare, di preservare, di conservare, è in realtà la nostra unica speranza di sopravvivenza, anche oggi, anche se non la stiamo per niente perseguendo, stiamo andando in direzione assolutamente opposta. Quindi è un grido di dolore molto importante”.
Mariangeles, interpreta due personaggi, Freccia e Frosina, che scatenano il gioco degli equivoci…
“Sono fortunata nel senso che sono due personaggi che muovono un po’ anche comicamente le dinamiche dello spettacolo, quelli più spinti. Io comprendo appieno le ragioni di Frosina, di questa truffaldina che però in realtà ha le sue motivazioni per le azioni che compie. Fondamentale però è stato il lavoro dell’ensemble, abbiamo lavorato moltissimo sulla recitazione, sull’ascolto, sulla relazione”.
di Francesca Monti
