Arriva al cinema il 1° novembre MY NAME IS EMILY, il nuovo film di SIMON FITZMAURICE, con Evanna Lynch, George Webster, Michael Smiley, Barry McGovern.
Dopo la morte della madre e l’internamento del padre in una clinica psichiatrica, Emily
viene affidata a una famiglia adottiva e inizia a frequentare una nuova scuola dove fatica a integrarsi. Quando, per la prima volta, nel giorno del suo sedicesimo compleanno non riceve l’annuale biglietto d’auguri da parte del padre Robert, un eccentrico autore di bestseller a cui lei è molto legata, Emily intuisce che qualcosa non va. La ragazza decide allora di risolvere da sé la questione e, chiedendo aiuto ad Arden, l’unica persona che le abbia offerto la propria amicizia e dimostrato interesse nella nuova scuola, decide di partire per liberare il padre dalla clinica in cui è ricoverato.
I due giovani, accompagnati dall’intensa colonna sonora firmata dal pluripremiato
compositore Stephen McKeon, iniziano così un viaggio attraverso l’Irlanda del Nord che li porterà a conoscersi, ad aprirsi all’ignoto e a fidarsi dell’altro.
Queste le parole del regista: “Mia moglie vorrebbe che io diventassi un romanziere, per avere una vita più semplice. Ma io non sono un romanziere, sono un filmmaker, uno scrittore e un regista. La verità è che una volta che scopri ciò che riesce a smuoverti e a farti vibrare, non vuoi fare nient’altro che quello.
Qualsiasi professione sembra impossibile quando si è affetti da SLA (eccetto, forse, quella
di scrittore o matematico…), ma non possiamo scegliere chi siamo e cosa guidi i nostri
passi. È il destino che sceglie noi. Proprio come la SLA ha scelto me.
Voler sempre un lieto fine può trasformarsi in una pericolosa ostinazione, soprattutto
quando questo desiderio è in realtà mosso dal timore di voler vedere le cose come sono
realmente. I media fanno di tutto per assecondare questo desiderio. Ma sono ermamente
convinto che ci sia un altro impulso, molto più profondo e forte della paura: la voglia di
vivere. Vivere significa imparare a coesistere con la tristezza, la perdita e l’amore. Bisogna essere capaci di attraversare tutto ciò che la vita ci presenta e non mollare. E questa è la storia di Emily.
Il personaggio di Emily mi affascina molto perché credo nella redenzione. Credo nella
possibilità di sopportare le difficoltà che la vita ti scaglia addosso e nella capacità di
risollevarsi, di elaborare tutto ciò che abbiamo o ci resta senza essere annientati dalla
tristezza e dalla perdita. In tal senso questa è una storia di redenzione. Non c’è altro modo per dirlo: la gente è schiacciata giorno dopo giorno dalla tristezza e dalla perdita. In My name is Emily ciò non accade.
Il soggetto nacque da una frase scritta su un pezzetto di carta: “La vita scorre
velocemente, come le montagne sullo sfondo e un giorno ti svegli…”. La storia di Robert, il padre di Emily, iniziò quando un giorno sentii un’amica di mia moglie Ruth raccontarle di uno zio che, alla nascita del suo primo figlio, immediatamente lasciò l’ospedale e corse in biblioteca, mosso dalla paura del momento in cui si sarebbe trovato faccia a faccia con il suo bebè: non sapeva nulla di cosa significasse essere padre.
Il terzo soggetto fondamentale di questa storia è Arden. Il suo personaggio è mosso dalla
ricerca dell’amore che dà forma alla sua vita”.
