Intervista con Emanuele Dabbono: “Totem per me rappresenta un successo, è il disco che sognavo di fare da venti anni”

di Francesca Monti

Dopo un anno di successi, al fianco di Tiziano Ferro in veste di autore, co-firmando i singoli “Il Conforto” (doppio disco di platino), “Lento/Veloce” (disco di platino) e “Valore Assoluto” (attualmente in radio), il 27 ottobre esce “Totem”, il nuovo disco di Emanuele Dabbono (edito da Pandar Italia di Tiziano Ferro e Sugar Music, con distribuzione a cura di Artist First). Un album che sognava di realizzare da venti anni e che ora finalmente ha visto la luce, registrato dal vivo in acustico con 11 musicisti, in tre giorni all’interno di una chiesa sconsacrata ad Arenzano.

Undici tracce attraverso cui Emanuele porta l’ascoltatore in un viaggio musicale dalle sonorità anni ‘70 e dai testi veri, sinceri, profondi, poetici, che arrivano dritti al cuore. Quel cuore che il cantautore ha messo in “Totem”, che rappresenta il suo manifesto, e che ora sarà compito del pubblico maneggiare con cura per assaporare tutti i colori e le emozioni che sono contenute in questo progetto.

Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con Emanuele Dabbono, ecco cosa ci ha raccontato riguardo il nuovo disco “Totem”.

Totem-Copertina.jpeg

Ciao Emanuele, il 27 ottobre esce il tuo nuovo disco “Totem”. Com’è nato questo progetto e come mai hai scelto questo titolo? 

“Come spazio temporale è un’assurdità, cioè l’ho registrato in 3 giorni, 35 ore reali, in una chiesa sconsacrata, con 11 musicisti, abbiamo praticamente vissuto insieme tre giorni e ne è uscito un disco con quelle sonorità che volevo io, quelle anni ’70, molto vintage, non volevo nulla di elettronico, desideravo invece avvicinarmi al suono dei miei eroi, da Jackson Browne a Bob Dylan, al primo Springsteen, perchè mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: quando fai l’autore è un discorso ma quando canti devi dire la verità fino in fondo, devi mostrare chi sei. Io sono nato con la chitarra acustica e ho cercato di fare qualcosa che fosse la versione totale di me. Ho scelto come titolo Totem perchè per gli indiani è qualcosa di sacro, è quello che mettono all’inizio dei loro villaggi, è il manifesto, l’insegna, per me è il primo disco con il mio nome e cognome, è una specie di debutto un po’ tardivo ma da buon Capricorno arrivo sempre dopo sulle cose. E’ un modo per dire “sono questo, se vi avvicinate andateci piano, come la sabbia su cui ho lasciato le orme in copertina, è quello che sento più vicino a me e credo di essermi fotografato nella maniera più vera possibile”.

A proposito della cover con questa splendida immagine nel deserto cosa ci racconti?

“Fa parte sempre di tutto quello che riguarda questo disco che è un po’ trasognato, è un album che volevo fare da venti anni e finalmente ho trovato il coraggio di farlo e di andare contro le logiche di mercato che avrebbero voluto il featuring con il rapper di turno, l’elettronica a bomba sulle canzoni, la batteria in quattro. Invece ho voluto mettere il violino, il violoncello, la chitarra acustica, tutto quello che penso di aver imparato ad amare della musica. E siamo andati in una duna di sabbia che è l’unico deserto in Europa, vicino a Bordeaux, si chiama Dune Du Pilat, è un posto che sognavo di vedere da bambino e quando a settembre ho realizzato questo desiderio ho provato la sensazione di essere tornato quel bambino perchè la realtà era superiore all’immaginazione. E’ un posto bellissimo”.

Emanuele Dabbono - Totem2

Mi sembra di capire che viaggiare sia una delle tue passioni, come traspare anche dalle canzoni del disco in cui per esempio ci sono delle atmosfere che rimandano all’Irlanda…

“Mio padre che purtroppo non c’è più mi ha trasmesso come eredità l’amore per la geografia, lui non ha viaggiato e quindi ora sto pensando di vedere il mondo al suo posto, facendo piccoli e grandi viaggi, lasciando le mie piccole impronte attraverso le canzoni. Ogni volta che vado in un posto cerco di portare a casa con me o uno strumento o una decina di testi che scrivo mentre sono lì, mi è successo in Irlanda, doveva essere un viaggio di sei giorni dopo che era mancato mio padre per staccare da tutto, invece sono rimasto molto di più a suonare per le strade e nei locali, da busker ho vissuto un periodo di illuminazione e questo tipo di atmosfera irlandese ho voluto trasferirla dieci anni dopo in questo disco, quando ho trovato il coraggio di dire la mia liberamente al di fuori delle logiche di mercato e delle mode”.

Una scelta in controtendenza molto coraggiosa quella di non fare singoli o campagne promozionali a tappeto per promuovere il disco…

“Alcuni degli artisti che amo di più come Bon Iver o Damien Rice non passano in radio ma hanno lasciato un’impronta fortissima nella cultura musicale degli ultimi dieci anni, perchè magari i loro dischi sono diventati di culto, le loro canzoni sono state inserite in alcuni film e questo ha permesso alle persone di entrare in contatto con atmosfere fuori dalla logica imperante dei network. Volevo fare questo per essere me stesso, se tutti facessimo questo ragionamento forse avremmo della musica più vera in Italia”.

Cosa rappresenta per te questo disco?

“Questo disco per me è un successo. Io l’ho assaporato da tre anni come autore, ma per me il successo è differente dai dischi di platino appesi alle pareti e dal consenso popolare, significa avere un’idea, portarla a termine, stringerla tra le mani, quindi quando ho ricevuto il cd in cartonato da Artist First ho detto ce l’ho fatta, era un sogno, sembrava una follia e invece qualcuno ha creduto in me e ora si è realizzato. E’ il compimento di un progetto, di un’idea e l’emozione è grande”.

C’è una canzone tra quelle del disco che ti rispecchia maggiormente?

“La mia canzone preferita del disco è E tu non ti ricordi perchè nel videoclip sono riuscito a inserire anche Claudia, mia figlia, di 5 anni e sto pensando che quando avrà 20 anni se avrà l’occasione di vedere questo video forse penserà che in quel momento suo padre ha avuto un pensiero per lei e penso sia una cosa che ci legherà per sempre.

Siberia è invece un inno alle donne e alla loro forza…

“E’ una dichiarazione, in questi tempi, abbastanza forte, in cui elogio la figura femminile, dicendo che il mondo è femmina, letteralmente dico se fossi nato donna sarei stato più intelligente come quelle leonesse che ho visto lottare e loro con la loro bellezza scioglieranno, stravolgeranno, sconvolgeranno questa Siberia, questa miseria di mondo. Penso che davvero sia così, l’istinto femminile non è solo materno ma è anche più sensibile e arriva dove noi uomini non ci sogniamo nemmeno di arrivare”.

Dicevi che erano venti anni che volevi fare un disco così. In effetti Piano, il brano che apre “Totem”, l’hai scritto nel 1997…

“Era una dedica al mio paese, in quell’estate del 1997 mancò John Denver, un cantautore americano country molto importante e rimasi colpito dalla sua scomparsa, quindi visto che lui era molto legato alla tradizione, cercai di pensare a cosa io fossi legato, a cosa mi tenesse in piedi nella vita, così ho fatto un elenco di tutti quei posti ai quali mi sentivo di dovere qualcosa, ed è uscito il testo di Piano come fosse una piccola preghiera laica moderna”.

Emanuele Dabbono - Totem1

Quali sono le influenze musicali o letterarie che hanno influenzato questo disco?

“Io ascolto tantissima musica, vengo dal rock americano, però apprezzo qualsiasi genere che abbia qualcosa dal punto di vista testuale, mi piace perdermi anche nei testi di artisti che non conosco, per capire il loro punto di vista partendo dalle parole. C’è inoltre un libro meraviglioso che mi ha accompagnato in questi anni che è La gioia di scrivere, del Premio Nobel polacco Wislawa Szymborska, che è la raccolta delle sue poesie che sono di una semplicità incredibile e ho cercato di ottenere il più possibile quella sintesi, quella gioia che la grande poetessa polacca utilizza quando dice “ascolta come batte forte il tuo cuore”.

Tiziano Ferro, con cui prosegue la tua proficua collaborazione, è anche l’editore del tuo disco…

“Tiziano è l’editore di questo disco e per me è una gioia incredibile, questo rapporto sta andando avanti e collaborare con lui, poter diventare suo amico e far parte della sua storia che è anche un po’ quella della musica italiana mi ha stravolto positivamente la vita. Le sue canzoni entrano nel quotidiano di tante persone, è un’opportunità e un privilegio che mi è stato regalato e del quale sono felice. Scrivere una canzone con lui significa sapere che quella entrerà probabilmente in uno stadio, quindi l’amplificazione delle parole non è dal tuo portatile, dal tuo telefono fino alla porta di casa, ma probabilmente arriverà anche all’estero. Quindi c’è anche la responsabilità di pensare a quello che scrivi e stai cercando di fare. Non cavalchiamo nessun tipo di moda, spero si sia capito, se Il conforto ha avuto tanto successo e non credo si possa annoverare tra le canzoni più “paraculo” del periodo è perchè dietro c’è un fondo di verità e la voglia di dire tutto quando senza nessun tipo di fermo alla porta”.

Presenterai “Totem” con un tour?

“Nell’immediato ci saranno due anteprime, il 4 novembre sarò a Siena e il 15 dicembre suonerò ad Arenzano nella chiesa in cui ho registrato il disco, sarà per me molto emozionante ripetere quelle canzoni nel luogo in cui sono nate. Poi nel 2018 ci sarà un tour vero e proprio”.

Il Festival di Sanremo è tra i tuoi obiettivi?

“Mi piacerebbe tantissimo partecipare al Festival. Non mi sento però ancora all’altezza di questo palcoscenico, devo macinare ancora chilometri, vorrei che se un giorno andassi a Sanremo nessuno avesse nulla da ridire. Devo essermelo guadagnato, meritato, non c’è fretta, spero di avere l’opportunità un giorno di salire su quel palco. Del resto vivo vicino a Sanremo, posso anche tornare a casa a dormire (scherza)”.

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