LA LUPA: IL FILM DI ALBERTO LATTUADA, LE FOTO DI FEDERICO PATELLANI FINO AL 15 GENNAIO

A Milano presso il foyer del cinema Spazio Oberdan fino al 15 gennaio 2018 è aperto al pubblico l’omaggio della Fondazione Cineteca Italiana a uno dei suoi fondatori, il milanese Alberto Lattuada, sul cui film La Lupa, che proietteremo in edizione restaurata, è allestita la mostra fotografica dal titolo “Matera 1953. La Lupa: il film di Alberto Lattuada, le foto di Federico Patellani”.

La mostra è curata da Fondazione Cineteca Italiana con la collaborazione di Giovanna Calvenzi e del Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (Milano), e patrocinata e sostenuta dal Comune di Matera, che ospiterà l’esposizione dal 20 gennaio 2018.

Con l’omaggio ad Alberto Lattuada si chiude il ciclo di mostre fotografiche allestite per il settantennale della Cineteca di Milano, di cui il regista fu fondatore insieme a Luigi Comencini.

La mostra è illustrata da un catalogo edito da Humboldt Books, con testi a cura di Matteo Pavesi, Alberto Crespi, Luisa Comencini, Federico Patellani, Alberto Lattuada, Giovanna Calvenzi, Kitti Bolognesi.

Lo schermo del cinema Spazio Oberdan è anche la vetrina per alcuni dei film più rappresentativi diretti da Lattuada, e tra questi non poteva mancare La Lupa, dal soprannome di una passionale donna del popolo impersonata da Kerima, attrice che ha in sé qualcosa della selvaggia e ancestrale natura della Lucania. Prima di Pasolini, che vi girò nel 1964 il suo Vangelo, Matera era stata scoperta dall’obiettivo di Federico Patellani, cui Lattuada riconosceva la capacità di “rubare dalla realtà la forza della bellezza e restituirla con un’immagine”.
I lungometraggi in programma sono un’ulteriore testimonianza della grande sapienza e versatilità di linguaggio di un autore capace di passare dal dramma alla commedia nell’interpretare spesso con spirito caustico e sguardo affilato vizi e virtù della nostra società.

Alberto Lattuada, lombardo, architetto, di ottima cultura, appassionato di fotografia, nei suoi oltre 40 film è stato un acuto e polemico osservatore della realtà contemporanea, più umanista che moralista, passando spesso attraverso la mediazione di testi letterari. È il caso di un suo film considerato a torto minore, e meno visto di altri, come La Lupa. Melodramma spettacolare a forti tinte, il film trasferisce l’omonima novella del Verga dalla Sicilia dell’Ottocento in una Matera anni ’50, dove la “miseria nobile e civile dei Sassi” era il perfetto e inedito fondale di una storia di drammatiche passioni in cui il corpo femminile afferma la sua centralità nel gioco della seduzione. Il restauro digitale valorizza il bellissimo bianco e nero dei 50 ingrandimenti esposti: sono le foto di scena che il grande Federico Patellani scattò insieme a molte altre, a suggello di una lunga collaborazione con il regista, di cui fu l’assistente per La Lupa.

Nel 1951 o 1952, in una conversazione con l’amico Alberto Lattuada, Patellani aveva espresso il desiderio di fare un film con lui. Lattuada stava lavorando al progetto di La Lupa e stava pensando di girarlo a Matera e non in Sicilia. Partono quindi insieme per 91 fare dei sopralluoghi. Lo stesso Lattuada nel 1995, come riportato in altra parte di questo libro, racconterà: “Matera aveva i Sassi, aveva queste rupi dentro cui era scavata la città. Aveva questi paesaggi dalla bellezza dura, terribile. Mi sembrava l’ideale per ambientarvi una storia di passione come quella: quelle voragini che sembravano spalancarsi sotto i piedi dei personaggi… Matera era l’inferno in terra. Quando Patellani vide i Sassi, rimase molto colpito anche lui. Stette zitto per un po’ girando per la città, apparentemente senza meta. Poi mi disse: ‘Ma sì, facciamolo a Matera ‘sto film’”.

Mentre Lattuada torna a Roma, Patellani rimane a Matera tre mesi per le ricerche dei luoghi dove girare gli esterni e contemporaneamente realizza una serie di servizi che verranno pubblicati, a partire dalla fine del 1952, da “L’Illustrazione Italiana”, da “Picture Post” e da “Vie Nuove”. Lavora nel Museo Archeologico, nelle osterie e nella cattedrale, realizza paesaggi e ritratti, entra nelle case della gente. Lavora con formati diversi, dalla Leica al 6 x 6 al 10 x 12, sintomo in lui (di solito molto sobrio nelle scelte tecniche) di un grandissimo interesse per quello che sta realizzando. Quando finalmente iniziano le riprese, nei luoghi definiti grazie ai sopralluoghi fotografici, Patellani è sul set, a fianco del direttore della fotografia Aldo Tonti ma, come ricorda Lattuada, bastano gli spostamenti minimi della macchina fotografica per realizzare immagini che hanno “un altro senso, un altro sapore”.

Patellani documenta tutte le fasi di realizzazione del film e anche gli special sugli attori, cioè quei ritratti posati fuori scena, molto apprezzati dai periodici illustrati dell’epoca. Nel 1977, scrivendo le didascalie per la mostra milanese, Patellani ricorda: “Mi trovo a Matera con la troupe di Alberto Lattuada che sta realizzando una riduzione cinematografica del racconto verghiano La Lupa e ha deciso di ambientarla nella magica città lucana. Faccio fotografie e sono assistente alla regia. Matera ci ha accolto con una certa cordialità, resa più tangibile dal fatto che un interno scelto per girarvi una scena significa denaro per il proprietario. Così, grazie al cinema, entriamo in tutte le case, io posso fotografare ciò che voglio”.

All’inizio degli anni Cinquanta Matera era certamente, nei contrasti che offriva, una città di grande fotogenia. Quando Patellani, nel 1952, arriva a Matera per la seconda volta, ha già alle spalle una lunga collaborazione con “Tempo” e ha già realizzato molte delle sue storie straordinarie. Documentare è quindi, in quegli anni, il suo imperativo categorico, senza apriorismi, senza tesi da dimostrare. Etichettato a posteriori, frettolosamente e impropriamente, come ‘neorealista’, Patellani si sarebbe certamente ribellato, ostile sempre a tutte le etichette: neorealista era per lui l’Italia del dopoguerra e per le sue immagini l’unico aggettivo accettabile era ‘documentarie’. Per tutta la vita ha sempre difeso il suo status di fotogiornalista, indipendente da ideologie e correnti, fedele sempre al piacere.

Le sue immagini di Matera sono fedeli ai suoi intendimenti. E tuttavia informano toccando tutti i registri della percezione e della suggestione, come accade con la fotografia d’autore. Ci raccontano i luoghi, i volti, “la miseria nobile e civile” dei Sassi, le processioni religiose, la vita di tutti i giorni. Le sue immagini di Matera, quelle che Lattuada definiva ‘la collezione Patellani’, rimangono come uno dei momenti più alti e compiuti della sua fotografia.

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