Rodolfo Montuoro torna con “Voices” – in uscita venerdì 27 Aprile per AiMusic

A sette anni da “Nacht”, il sontuoso progetto rock declinato nei due “movimenti” di “Orfeo” e “Lola”, Rodolfo Montuoro torna con “Voices” – in uscita venerdì 27 Aprile per AiMusic – per descrivere una nuova epopea. Qui non più invocazioni (come in “a_vision”), maschere mitologiche (come in “Hannibal”) o luoghi perenni dell’immaginario (“Nacht”).

In “Voices” Il percorso si fa sempre più rarefatto: siamo nel regno impalpabile della phoné.

In questo nuovo progetto sonoro Rodolfo Montuoro raccoglie gli sketches musicali e poetici ricavati dal cortocircuito degli incontri – sempre imprevedibili ed enigmatici – tra la voce e l’anima, tra psiche e phoné, con tutto lo scompiglio che ne consegue.

Perché Voices? Perché la voce va oltre e al di là di noi stessi; è l’organo più libero e più spirituale della nostra attrezzatura biologica ed è anche fisicità. Con la voce attraversiamo le distanze con tutta l’energia del nostro corpo. Ma non si tratta solo dello spazio o del corpo: la voce riesce a offrirci un’intuizione di quelle profondità che agiscono sotto le parole, oltre la punta dell’iceberg, ed è il medium più impressionante del sogno e dell’inconscio.

Seguendo il filo di questo pensiero, in ogni pezzo di Voices, oltre alla parola “significante”, c’è sempre un “canto muto”. C’è la voce che modula il testo (e che, dunque, “significa”, narrando il reale e il possibile) e c’è il cantomuto, in “maschera”, che gli contrappone l’indicibile, il “non ancora”, come le sirene nel viaggio di Ulisse: un canto trascinante ed enigmatico che salmodia l’ignoto.

In ogni canzone dell’album, il cantomuto di Rodolfo è sempre rivestito da uno strumento (che può essere il doudouk, la cornamusa, il violino, il trombone, il mandolino, la diruba, l’ebow), a cercare lo sposalizio perfetto tra la phoné e l’immagine generata dal testo.

In questa vertigine di travestimenti, Rodolfo ha anche cercato e voluto le sue voci più amate: quelle di Carmelo Bene e Roberto Pedicini. Due maestri nella modulazione “musicale” della parola. Due campioni, agli antipodi, di uno strumento speciale e rarissimo: la phoné, appunto. A dimostrare che essa, pur essendo un mezzo, può essere anche più vera, eloquente, emozionante e commovente di ciò che dice. Capace di generare immagini proprie, oltre al significato dei testi o alle melodie.

Ascoltando le “voci” in maschera di quest’album si avverte come un impeto di liberazione. Voices vuole essere oltranza e profondità. È un’esperienza in cui ogni brano è un mondo a sé che si offre all’ascolto interiore e all’immaginazione: qualcosa di molto intimo, non solo per l’autore. Parla a ciascuno di noi.

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