MITO 2018: LE INVENZIONI DI ZELENKA alla Chiesa di San Marco, ore 12 – TRA ORATORIO E MASQUE alla Chiesa di S. Alessandro, ore 15. Concerti a ingresso gratuito

Due chiese, due concerti. Domenica 9 settembre spazio al repertorio sacro. Alle ore 12, nella Chiesa di San Marco, la Missa Omnium Sanctorum ZWV 21 di Jan Zelenka (1679-1745), autore adombrato da Bach, ma capace di pagine di grande bellezza. Proposta nell’edizione critica appena pubblicata, questa Messa è ricca di invenzioni e con un Gloria quasi danzante. Sarà al centro della celebrazione liturgica cantata proposta da MITO SettembreMusica. Protagonisti laBarocca, diretta da Ruben Jais e l’Ensemble Vocale laBarocca, diretto da Gianluca Capuano. Celebra don Luigi Garbini.

Alle ore 15, nella Chiesa di Sant’Alessandro in Zebedia, spazio alla masque per soli, coro e orchestra HWV 50°, Esther, di Georg Friedich Händel (1685-1759), con il Coro e Orchestra dell’Accademia del Santo Spirito diretti da Robert King. Maestro del coro Pietro Mussino. Sul palco anche Heidi Maria Taubert e Carmela Konrad, soprani, il contraltista David Allsopp, i tenori Andreas Karasiak e Markus Schäfer e i bassi Thilo Dahlmann e Valerio Zanolli.

A lungo considerata il primo oratorio inglese, Esther è in realtà un ibrido molto vitale, in cui convivono elementi dell’oratorio, del masque, della cantata pastorale e dell’opera. Domenica, per MITO, sarà presentata nella versione andata in scena nel 1720, prima esecuzione del lavoro.
La storia di Esther narra la liberazione della comunità ebraica di Persia da una sentenza di morte. Haman, il malvagio ministro del Re Ahasuerus, minaccia di annientare gli ebrei persiani. Nella narrazione biblica Haman persuade lo stesso re a condannare gli ebrei, cosa che quest’ultimo decreta senza conoscere l’identità del suo popolo e senza sapere che la sua stessa moglie, Esther, è ebrea. Il decreto, in quanto ordine del re, non può essere revocato: tuttavia, sebbene il re abbia condannato a morte chi si presenta al suo cospetto, eccezion fatta per quanti sono introdotti su suo ordine, Esther spinta dal cugino e custode Mordecai, che precedentemente aveva salvato la vita di Ahasuerus, entra nella sala del trono. Qui invita il re a cena con Haman. Durante la cena essa rivela la sua identità al marito e lo supplica per la salvezza della sua gente. Ahasuerus riconosce la lealtà del popolo ebraico, revoca il decreto, onora Mordecai per avergli salvato la vita e condanna a morte il suo ministro Haman.

Il libretto dell’oratorio händeliano ha una storia piuttosto intricata: il drammaturgo francese Jean Racine trae dall’Antico Testamento il testo della sua tragedia Esther, rappresentata per la prima volta nel 1689; il drammaturgo inglese Thomas Brereton traduce l’opera di Racine in lingua inglese con il titolo Esther, or Faith triumphant nel 1715; infine alcuni poeti legati alla stretta cerchia del Duca di Chandos, che si adoperò per avere Händel quale direttore della cappella musicale presso la sua superba dimora a Cannons, redigono il libretto utilizzato da Händel: si tratta di Alexander Pope e soprattutto di John Arbuthnot al quale, secondo alcuni studiosi, è attribuibile gran parte del lavoro.

Stando a quanto riferito nel libretto redatto in occasione di un’esecuzione nel 1732, Esther è stata composta per il Duca di Chandos nel 1720. La più antica copia indica che Händel ha composto Esther a Londra nel 1718. Evidentemente fra i vari manoscritti date e luoghi non corrispondono. Molti studi hanno indicato una data più plausibile di un’altra. Altre prova documentano che almeno parte di Esther non possa essere stata scritta nel 1718 e, perciò, che la prima esecuzione ricostruibile sia quella del 1720.

Diversamente dagli oratori scritti in Italia, in Esther il coro assume notevole importanza: astratto ma efficace elemento contemplativo, quanto gruppi di personaggi veri e propri (Coro di soldati persiani, Coro degli israeliti). Non a caso Händel attinge a più riprese alla Brockes-Passion che forse più di qualunque altro suo lavoro costituisce un nesso con la Germania e con la tradizione corale tedesca. Peraltro i differenti contesti in cui si collocarono originariamente la Brockes-Passion ed Esther allora non permisero di apprezzarne i significativi e numerosi legami. Non stupisce dunque, come scrive John Butt, che «gli ascoltatori inglesi fortunatamente non si siano accorti che l’ultima aria del malvagio Haman, in cui egli si lamenta del suo destino, originariamente fosse cantata da Gesù».

Il concerto è preceduto da una breve introduzione di Gaia Varon.
Il testo si avvale del contributo musicologico di Andrea Banaudi.

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