MITO 2018: il 10 settembre DANZE SPAGNOLE e CACCE, I Regi CorniArtisti del Teatro Regio

Ritmi, melodie e stilemi tratti dal patrimonio popolare della danza spagnola impregnano il programma del concerto dell’arpista Xavier de Maistre, che segna un felice ritorno a MITO, in duo con la señora delle nacchere, Lucero Tena, lunedì 10 settembre alle 21 al Piccolo Teatro Grassi per MITO SettembreMusica 2018.

Il duo indulge nel repertorio per tastiere spagnolo – il diritto dell’arpa di “pascolare” in tale ambito si fonda su un’antica prassi che s’intreccia all’evoluzione di una propria letteratura – e per chitarra, dal Settecento al presente, con la prima esecuzione italiana di Pluie à Auvers e di Charing Cross Bridge da Après une visite à Gregynog di Richard Dubugnon (1968).

La Sonata in re maggiore del compositore basco settecentesco Mateo Pérez de Albéniz, pubblicata nel 1925 dal pianista cubano Joachin Nin, è stata adocchiata subito dagli arpisti che l’hanno adottata nel loro repertorio, grazie agli echi di tecniche chitarristiche e allo stile di scrittura innervata di vocaboli popolari, come il chiaro riferimento al fandango. Oltre a Scarlatti, da cui mutua la forma di sonata bipartita, punto di riferimento di Albéniz erano anche le Sonate di Antonio Soler, prolifico monaco catalano, come la Sonata in re maggiore R. 84, trascritta per arpa dallo stesso de Maistre dove, tra viticci di scale e arpeggi intrecciati, ben si scorgono i ritmi di danze spagnole tipiche, come il fandango e la jota.

Basco era anche Jesús Guridi, compositore e organista del primo Novecento, nella cui produzione l’eco della musica nazionale basca si ammanta di una veste armonica ricca e moderna, come nel caso di Viejo Zortzico, del 1949, che prende spunto da una tradizionale danza basca in ritmo composto di 5/8 (e combinazioni più complesse).

In prima italiana, il nuovo lavoro di Richard Dubugnon, commissionato nel 2015 dal Gregynog Festival, Après une visite à Gregynog, s’ispira a tre capolavori della collezione Davies, fondatrici del festival inglese: Pluie à Auvers, l’ultimo domicilio di Van Gogh, evoca il vuoto e la malinconia del paesaggio sferzato dalla pioggia, ma visto con gli occhi di un’anima insaziabile di luce e di colore, e Charing Cross Bridge, uno dei capolavori dell’ultimo Monet, ispira a Dubugnon un’arpa dal suono iridescente e guizzante, figlio del virtuosismo pianistico di Ravel ma irrobustito da sincopi ritmiche di gusto contemporaneo (omesso il brano centrale, ispirato a Cézanne).

A Isaac Albéniz ed Enrique Granados, due giganti del pianoforte spagnolo a cavallo del Novecento, va riconosciuto lo sforzo di elevare canti e danze della tradizione folkloristica alla dignità della musica d’arte, come nelle composizioni intitolate a nomi di luoghi, che in una prospettiva nazionalistica si caricano di un ethos esclusivo, di cui la musica cattura l’essenza profondo: del primo, Torre Bermeja, simbolo della riunificazione cristiana della penisola iberica si traduce in un canto notturno colmo di emozione. Allo stesso modo, nella serenata ispirata dalla misteriosa città di Granada (che dà il titolo del primo dei tre brani in programma tratti da Suite española) affiorano i melismi tipici del cante jondo dei gitani. Zaragoza, invece, capitale dell’Aragona, ha un folklore più legato ai ritmi di danza, che nella trascrizione di de Maistre ritrova il tocco mordente del polpastrello sulla corda della chitarra. Asturia, sintesi perfetta tra il suono del pianoforte e la forza struggente della leggenda di questa terra aspra e infelice è addirittura diventato una pietra miliare del repertorio chitarristico grazie alla celebre trascrizione di Segovia. Del resto, tutta questa musica pianistica, compresa la danza Andaluza di Granados, arriva all’arpa passando dalla mediazione della chitarra, per l’ovvia affinità di produzione del suono.

In qualche caso, però, la letteratura chitarristica fornisce direttamente il materiale, come nel caso del vernacolare Recuerdos de la Alhambra (1896) di Francisco Tárrega, uno dei giovani artisti impegnati nella rinascita della musica spagnola e della chitarra alla fine dell’Ottocento, amico di Albéniz, Granados, Joaquín Turina.

La regione meridionale, quasi confinante con l’Africa della Andalusia era anche la terra di Manuel de Falla, il più radicale e moderno promotore di un rapporto con la tradizione popolare che riscopre dalle sue più autentiche radici, per rinnovare il linguaggio musicale romantico ormai esausto, in maniera analoga all’attività di Béla Bartók. Uno dei risultati più precoci di questa ricerca fu l’opera La vida breve, 1913, basata su autentici elementi del folklore gitano andaluso. La musica ha avuto fortuna soprattutto nella sua versione sinfonica, in sala da concerto, lasciando una scia di trascrizioni che arrivano fino a quella virtuosistica e variopinta di Marcel Grandjany, un arpista americano di origine francese, famoso concertista e importante didatta.

Il concerto è preceduto da una breve introduzione di Gaia Varon e trasmesso in diretta radiofonica da Radio 3 RAI.

Il testo si avvale del contributo musicologico di Oreste Bossini.

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Anche quest’anno, come per la scorsa edizione, squilli di corni echeggiano a Milano tra galoppi, battute di caccia e fanfare. Per MITO SettembreMusica arrivano i Regi Corni, artisti del Teatro Regio di Torino. Lunedì 10 settembre, alle ore 21, al Teatro Leonardo, in Via Ampère 1, zona Piola, il Festival diffuso porta su tutto il territorio cittadino la sua musica. Per l’occasione una potente orchestra di corni eseguirà un pot-pourri di brani tra danze popolari, cacce, fanfare e celebri composizioni in trascrizione. Dalla Water Music di Haendel, a Bach, Rossini, Wagner e Weber, fino al jazz novecentesco e a colonne sonore dei giorni nostri.

Formato da tutta la sezione corni dell’Orchestra del Teatro Regio, con l’aggiunta di due musicisti, collaboratori abituali dell’orchestra, l’Ensemble I Regi Corni ci guida in un viaggio sonoro affascinante che ripercorre la storia musicale ed evocativa di questo strumento. Dall’uso a cavallo durante le battute di caccia o come segnale di richiamo in guerra, quando lo strumento era dotato di canneggi smontabili e la mano destra inserita nella “campana” consentiva di ottenere le note “artificiali” mancanti della serie armonica. Inserito in orchestra, attirò l’attenzione dei compositori di Sei e Settecento, ideale, per il suo timbro versatile, sia per i grandi lavori orchestrali all’aperto in occasione di feste e cerimonie di corte, come la Water Music HWV 348 di Georg Friedrich Händel (1685-1759), composta nel 1717 per animare una grande festa sulle acque del Tamigi, sia per esercizi virtuosistici come gli adattamenti dall’organo delle fantasie di Johann Sebastian Bach (1685-1750) (dal Preludio e Fuga in la minore BWV 543 al secondo tempo della Suite n. 3 in re maggiore BWV 1068, o “Aria sulla quarta corda”).

L’Ottocento fu il secolo che lo legò alle atmosfere intime e malinconiche tipiche della sensibilità romantica. Grazie anche alle coeve innovazioni tecniche, il corno entrò rapidamente in sintonia con la folla di Naturlaute, di voci della natura che invasero pagine e pagine di canti popolari, specialmente in terra tedesca. Stormir di fronde, scrosciar di ruscelli, alitar di venti: scenari eletti – idilliaci o foschi – della sensibilità romantica, in cui il corno diventa sempre più veicolo di un senso di lontananza.
Ne è perfetto esempio il misterioso brusio timbrico che accompagna l’apparizione dell’elmo magico nel Ring wagneriano. L’apripista di questa tendenza fu Il franco cacciatore (Der Freischütz, 1821) di Carl Maria von Weber (1786-1826), che di quella tradizione poetica costituì il prodotto migliore: nel Coro di cacciatori e nella Preghiera del terzo atto, scritti su una melodia dagli intervalli “naturali”, il corno esplicita la profonda purezza della vita campestre, tra bicchieri che si toccano e grida di giubilo.

Ma non mancarono esempi nostrani ispirati all’esplorazione di regioni della storia e della geografia d’Oltralpe, uno su tutti il Gioachino Rossini (1792-1868) del Guglielmo Tell, con gli arabeschi del corno inglese contrappuntati dal fauto nell’Andante dell’ouverture, e della fanfara per quattro corni da caccia e orchestra Rendez-vous de chasse (1828, conosciuta anche come Grande Fanfare).

Wagner (1813-1883) fu il compositore che più se ne servì nei suoi organici: ideò, per l’uso nel registro basso, la tuba wagneriana (o corno basso), che trovò impiego non solo nelle sezioni “caratteristiche” delle sue opere (il Coro dei pellegrini e i richiami paesaggistici dei dodici corni da caccia dietro le quinte nel primo atto del Tannhäuser), ma anche nei lavori minori di epigoni come il cornista e direttore d’orchestra (del primo ciclo del Ring) Hans Richter (1843-1916), autore di una suite Wagneriana per quattro corni su temi adattati dal repertorio operistico del maestro di Bayreuth.

Infine, con My Heart Will Go On (1997), premio Oscar per il film Titanic, i Regi Corni ci conducono nel Novecento, attraverso le atmosfere jazz di Round Midnight (1944), uno dei più conosciuti standard jazz, e di Autumn Leaves (1945), composta sui versi di Les Feuilles mortes di J. Prévert.

Il concerto è preceduto da una breve introduzione di Luigi Marzola.
Il testo si avvale del contributo musicologico di Valentina Crosetto.

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