Intervista con Gianmarco Saurino, in scena all’Off/Off Theatre con lo spettacolo “Condannato a morte”: “E’ una storia che parla soprattutto di vita”. L’attore è anche protagonista in tv nella serie “Che Dio ci aiuti 5”

Gianmarco Saurino è uno dei giovani attori piu’ talentuosi e affascinanti della tv, è la nuova stella della fiction italiana, ed è entrato nel cuore del pubblico grazie alle sue interpretazioni in serie di successo come “Non dirlo al mio capo” e “Che Dio ci aiuti”.

Ma il primo amore dell’attore pugliese, classe 1992, rimane il teatro e questa sera, 31 gennaio, debutterà all’OFF/OFF Theatre di Roma con “Condannato a Morte” (in scena fino al 3 febbraio), lo spettacolo di cui è protagonista, presentato da Ingranaggi e realizzato con il patrocinio di Amnesty International Italia, scritto e diretto da Davide Sacco e tratto dal romanzo di Victor Hugo “L’ultimo giorno di un condannato a morte”.

Quello messo in scena da Sacco è un faro puntato sulla pena di morte e sul suo non senso. Siamo a Parigi, nel carcere di Bicêtre. Un uomo senza nome, un condannato a morte come tanti, i cui ultimi giorni di vita scorrono davanti agli occhi del pubblico, come avviene nell’opera di Hugo, che Sacco rimaneggia restituendo la modernità di una grande opera datata 1829.

Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con Gianmarco Saurino e parlato con lui non solo dello spettacolo “Condannato a morte” ma anche di “Che Dio ci aiuti 5”, la cui quarta puntata andrà in onda su Rai 1 questa sera, della sua partecipazione al video di Eman per il brano “Tutte le volte” e  di molto altro (grazie a Carla Fabi e Roberta Savona).

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Gianmarco, sei protagonista all’Off/Off Theatre di Roma con lo spettacolo Condannato a morte, che affronta una tematica molto attuale come quella della pena di morte. Cosa ci racconti riguardo questo spettacolo?

“L’idea fondamentale di Davide Sacco è stata quella di riadattare il classico di Victor Hugo donandogli una forma teatrale, tagliando alcuni passaggi del libro e rendendolo piu’ fruibile per la visione del pubblico. La pena di morte è un tema attuale che ci riguarda non da vicino ma che non è nemmeno troppo lontano da noi, se pensiamo alle carceri libiche da dove partono i migranti in cui la condanna a morte viene sentenziata sotto forma di vendetta, nella maggior parte dei casi. La nostra idea iniziale però è stata: perchè il pubblico italiano che non sente la condanna a morte come qualcosa di vicino deve venire a vedere questo spettacolo? La risposta che ci siamo dati è nella struttura semplice di “Condannato a morte”, in cui c’è un attore che racconta una storia e il pubblico che l’ascolta, come si usava fare nel teatro antico. Quello che si crea in mezzo è l’empatia. Noi raccontiamo una storia bellissima ma il nostro obiettivo principale è stato quello di ricostruire questa empatia, intesa come capacità di mettersi nei panni di qualcun altro, che sia un condannato a morte, un migrante o un’altra persona”.

Uno spettacolo, con il patrocinio di Amnesty International, che fa riflettere non solo sulla pena di morte ma anche e soprattutto sul valore della nostra vita…

“Esattamente. E’ una storia che parla soprattutto di vita. Il condannato che io interpreto non fa altro che raccontare le varie sfumature, le varie emozioni vissute nella vita sapendo che tra quattro ore certamente non potrà piu viverle. E’ una cosa drammatica. Tutti sappiamo che prima o poi moriremo ma non sappiamo quando e questo ci permette di vivere piu’ o meno serenamente. Sapere invece di avere una scadenza nella vita, che tra poche ore morirai, è qualcosa di terribilmente inimmaginabile. La capacità di Hugo di farci ritrovare nei panni del condannato sta nel fatto che non specifica mai quale reato abbia compiuto perchè non vuole che il nostro giudizio su di lui possa essere influenzato da quanto commesso. Ci fa vedere la condizione del protagonista al di là di ciò che ha fatto e questo fa sì che, nonostante sia un testo scritto 150 anni fa, mantenga una potenza e una bellezza infinite”.

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In passato hai preso parte ad altri spettacoli teatrali tratti da grandi opere letterarie. Cosa ti affascina maggiormente nell’interpretare questi personaggi?

“Io sono sempre stato dell’idea che i miti abbiano detto tutto quello che c’era da dire sulle storie che si possono raccontare. Il prossimo testo ad esempio che farò con la mia Compagnia teatrale è un riadattamento di Orfeo ed Euridice, una delle storie d’amore piu’ belle che siano mai esistite. Confrontarsi con questi macrotemi e ritrovarsi a vivere queste macroemozioni dà, almeno a me come attore, la possibilità di misurarmi con una gamma di emozioni talmente portate all’estremo che mi permette di scoprire cose di me che magari non scoprirei. E’ una ricerca continua dentro te stesso e i miti o i grandi classici ti permettono di vivere queste emozioni tradizionali che in un’epoca basata sull’immediatezza non abbiamo piu’ possibilità di controllare”.

Sei protagonista anche in tv nella serie “Che Dio ci aiuti 5” in onda il giovedì sera su Rai 1. Cosa puoi anticiparci sull’evoluzione che avrà il tuo personaggio, Nico?

“L’ho definita la serie della maturità. Tutti i personaggi e in particolare il mio si misurano con un certo grado di maturazione, sono costretti a crescere perchè si trovano davanti a situazioni o quesiti irrisolti fino a quel momento che li portano a confrontarsi con parti di se stessi che non hanno ancora scoperto. Per quanto riguarda Nico, il fatto che si ritrovi con un figlio già nella prima puntata della quinta serie è una vera e propria bomba per il modo in cui l’avevo costruito nella quarta stagione, e l’arrivo inaspettato di questo bambino lo fa crescere e gli fa rivedere alcuni aspetti della sua vita”.

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Com’è stato tornare sul set?

“Siamo una grande famiglia, mi sono trovato benissimo con tutti, a cominciare da Elena Sofia Ricci e Valeria Fabrizi, che sono due grandissime artiste. Sono tornato con un altro piglio perchè Che Dio ci aiuti 4 era per me l’inizio del mio percorso televisivo e quindi era tutto nuovo, era una scoperta, dal modo di vivere sul set, al recitare con gli altri attori dieci ore al giorno. Questa volta l’ho vissuto con piu’ serenità, avendo fatto nel frattempo altri lavori, perchè avevo meno da dimostrare in quanto la quarta stagione aveva dato una bella impostazione al mio personaggio e quindi mi sono divertito di piu'”.

Tra la quarta e la quinta stagione di “Che Dio ci aiuti” hai preso parte anche a un’altra serie di successo, “Non dirlo al mio capo 2”, dove hai ritrovato Lino Guanciale…

“In Non dirlo al mio capo 2 ho avuto modo di confrontarmi con Lino Guanciale e per me è stato estremamente formativo perchè è un fratello maggiore e un punto di riferimento professionale. Anche in questo caso è stata un’esperienza molto bella e mi sono trovato bene sul set”.

Sei stato anche protagonista con Aurora Ruffino del video del cantautore Eman “Tutte le volte” che affronta il tema dell’eutanasia…

“Eman ed io siamo molto amici e quando si è presentata la possibilità di partecipare al video ho accettato con entusiasmo perchè la canzone e il progetto erano belli. E poi il tipo di set che abbiamo improntato, l’aria che si respirava avevano qualcosa di magico. Si è creato un gruppo affiatato che mi ha riportato a quella condizione con cui abbiamo iniziato a lavorare anni fa, cioè l’impegno di tutti per realizzare insieme solo cose belle. Il tema di fondo era pesante, ma anche in questo caso piu’ che della morte si parlava di vita. La morte è un accessorio della vita. Io e Aurora siamo stati davvero felici di lavorare su un set in cui tutti avevano rispetto del lavoro degli altri, con un’atmosfera anche giocosa nonostante tutto”.

A quali progetti stai lavorando?

“Ci sono dei progetti per la televisione ma non sono ancora ufficiali, quindi al momento non posso parlarne. Per quanto riguarda il teatro continuerò la tournée di questo spettacolo, “Condannato a morte”, ad aprile sarò in scena con Francesco Montanari con un testo di Calvino che si chiama “Perchè leggere i classici” al Teatro Vittoria di Roma e l’1 giugno debutterà il primo testo della mia compagnia a Castrovillari (Cs)”.

di Francesca Monti

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