Intervista con Alberto Malanchino, che nella serie “Doc – Nelle tue mani” interpreta il tirocinante Gabriel Kidane

Alberto Malanchino è tra gli interpreti del nuovo medical drama “Doc – Nelle tue mani”, serie evento in quattro prime serate, in onda in prima visione su Rai 1 il giovedì sera, prodotta da Lux Vide in collaborazione con Rai Fiction e ispirata alla vera storia del dottor Pierdante Piccioni, in cui dà il volto al tirocinante Gabriel Kidane.

Il giovane e talentuoso attore, nato a Cernusco sul Naviglio (Mi) da padre italiano e madre del Burkina Faso, dopo aver conseguito il diploma alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, ha lavorato con Moni Ovadia e Silvio Peroni, debuttando al Teatro Franco Parenti con il monologo “Verso Sankara”.

Ha preso anche parte a diversi progetti televisivi come “Crozza nel Paese delle meraviglie”, “Camera Cafe”, e alle serie di successo “Un passo dal cielo”, “La strada di casa” e “Don Matteo”, ha doppiato l’orso Tonio nel film d’animazione “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”, ed è stato scelto per il ruolo di Elvis nel film “Easy Living”, scritto e diretto dai fratelli Miyakawa.

Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con Alberto Malanchino, parlando di “Doc-Nelle tue mani”, di Thomas Sankara e di come è nata la sua passione per la recitazione.

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Alberto, nella serie “Doc – Nelle tue mani”, interpreti il tirocinante Gabriel Kidane. Puoi presentarci il tuo personaggio?

“E’ un ragazzo nato in Etiopia ma che ha passato quasi tutta la sua vita in Italia, è all’ultimo anno di specializzazione in Medicina Interna, è agguerrito in campo professionale, ha un carattere apparentemente molto duro che va in contrasto con la parte piu’ emotiva e dolce della sua personalità. Inoltre ha un conto in sospeso con il suo passato che emergerà nel corso delle puntate”.

Nella serie la malattia viene raccontata come un’opportunità di rinascita. Anche questa drammatica emergenza che stiamo vivendo secondo molti potrebbe portare a un cambiamento positivo della società. Cosa ne pensi? 

“Quella che stiamo vivendo è una situazione drammatica, non positiva, ma stando in casa abbiamo la possibilità di riconnetterci con noi stessi, perchè siamo sempre impegnati con il lavoro e spesso mettiamo in secondo piano i nostri affetti, i sentimenti, le nostre passioni. Ora invece abbiamo il tempo per dedicarci a tutte queste cose e  magari portarci tutto questo come esperienza dopo la quarantena”.

Come ti sei trovato sul set e come ti sei preparato per interpretare Gabriel?

“Mi sono trovato molto bene, tutto è partito dalle prove e dalla formazione fatta al Gemelli di Roma insieme al professor Landolfi, alla professoressa Barbara Fossati e allo staff di dottori. Questo mi ha permesso di entrare gradualmente in un personaggio e in una dimensione particolari come quella del medico. Abbiamo indossato il camice e ci siamo mimetizzati tra i veri dottori, stando in religioso silenzio, facendo domande tra un paziente e l’altro e osservando come si ponevano tra di loro, anche a livello di empatia e umanità e abbiamo visto quanto si trovassero a loro agio all’interno di un ospedale. Da lì ho costruito il personaggio ed è stato bello perchè gli altri colleghi sono stati dei veri compagni di viaggio in questa avventura. Abbiamo anche cercato di normalizzare il linguaggio medico e di restituire questa naturalezza nel colloquiare. Poi siamo stati seguiti da veri infermieri e dottori sul set”.

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Com’è nata la tua passione per la recitazione?

“Fin da piccolo sono rimasto affascinato dalla recitazione, perchè mia mamma era appassionata di cinema e ho visto tantissimi film in vhs. Da lì è nata anche la passione per la lingua italiana perchè c’erano solo film doppiati e non in lingua originale e io rimanevo stupito del fatto che questi grandi attori internazionali parlassero perfettamente l’italiano, così mia mamma mi spiegava che erano doppiati. Alle medie facendo recite e piccoli laboratori teatrali mi sono reso conto di trovarmi a mio agio con i testi ma ho preferito dare spazio allo sport e alla musica. Verso i 16 anni sono andato a vedere con una professoressa delle superiori uno spettacolo al Teatro Leonardo di Milano e ho deciso che avrei voluto fare l’attore. Così ho iniziato a lavorare e a frequentare scuole private di recitazione e l’anno dopo sono entrato alla Paolo Grassi di Milano”.

Hai prestato la voce all’orso Tonio, personaggio del film d’animazione “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”, tratto dal romanzo di Dino Buzzati. Che esperienza è stata?

“E’ stata un’esperienza molto bella e una tappa interessante perchè in parte faccio anche un po’ di doppiaggio ma non avevo mai doppiato un protagonista. Ho avuto la possibilità di mettere l’anima a un personaggio inanimato e di lavorare con professionisti come  il regista Lorenzo Mazzotti che è una persona speciale. Sapere inoltre di aver condiviso questo percorso, anche se non li ho conosciuti personalmente, con Toni Servillo e il maestro Camilleri è stato emozionante”.

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Hai debuttato al Teatro Franco Parenti con il monologo “Verso Sankara”, il “Che Guevara” africano, una delle figure politiche mondiali più carismatiche del ‘900, che in soli tre anni da Presidente ha cambiato in meglio il Burkina Faso, paese di cui sei originario da parte di tua mamma. Che emozione hai provato nel portare in scena uno spettacolo incentrato su questo importante personaggio?

“Mia mamma è del Burkina Faso quindi conosce bene la storia di Thomas Sankara che è stato un Presidente che ha guidato il Paese per tre anni prima di essere ucciso nel 1987 dal suo compagno di rivoluzione Blaise Compaore. In pochissimo tempo è riuscito a risollevare le sorti della nazione con battaglie sociali contro l’analfabetismo e la desertificazione, con la lotta contro l’infibulazione e per la vaccinazione di massa quando c’erano problemi sanitari gravi. Quindi sono cresciuto con questa figura mitologica e quando ho iniziato a fare teatro il mio sogno era realizzare uno spettacolo legato a Thomas. Al terzo anno di studio alla Paolo Grassi il mio insegnante Maurizio Schmidt, durante una pausa caffè, mi ha detto che era stato in Burkina Faso, che voleva portare a teatro la storia di Sankara e mi ha chiesto se fossi interessato a partecipare al progetto. Io gli ho risposto che ero originario di quel paese e che il mio sogno era fare qualcosa su Sankara. Un anno dopo mi sono diplomato, ci siamo rivisti e siamo tornati insieme in Burkina. Erano dodici anni che non ci andavo ed è stata un’esperienza molto forte perchè ho incontrato tutta la mia famiglia, mio nonno, parlando anche con diverse persone legate a Sankara, suo fratello, sua sorella, degli ex ministri. Da quel viaggio durato un mese è nato lo spettacolo Verso Sankara che tratta la storia del ritorno a casa di un ragazzo che ha metà delle sue radici in quel luogo e riscoprendole si imbatte nella figura di Thomas, in quello che è stato e nel risultato del suo lascito”.

Hai un altro sogno nel cassetto dopo aver realizzato quello di portare in scena uno spettacolo incentrato su Sankara?

“Sì, sto scrivendo un soggetto con una mia cara amica e mi piacerebbe trasporlo per il cinema. Per ora però è top secret”.

Come stai trascorrendo queste giornate?

“Cerco di alzarmi presto, suono il basso, uno strumento che avevo accantonato per un po’ di tempo, ascolto la musica, guardo serie tv e mi tengo in allenamento”.

Che tipo di musica ascolti?

“Ascolto di tutto, avendo un passato da musicista mi piacciono il rock, il metal, il jazz, ma anche la musica rap, sia italiana che americana”.

Una volta terminata l’emergenza, quando sarà possibile, tornerete sul set per girare le ultime quattro puntate di “Doc – Nelle tue mani”…

“Sì, stiamo aspettando che si sblocchi la situazione per chiudere le altre quattro puntate in modo che possano andare in onda il prima possibile. Ora però è importante rispettare le ordinanze e restare a casa. Spero che l’Italia possa uscire presto da questa emergenza. Il mio pensiero va in questo momento alle regioni piu’ colpite e in particolare alla Lombardia e alle province di Bergamo e Brescia che stanno vivendo una situazione drammatica”.

di Francesca Monti

 

 

 

 

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