Intervista con Francesco Russo, protagonista della serie comedy “Ritoccati 2”: “Tobia è un personaggio talmente intriso di quotidianità da sembrare folle”

Francesco Russo è protagonista della serie comedy incentrata sul mondo della chirurgia estetica “Ritoccati 2”, in onda su Sky Uno, in cui interpreta Tobia.

Il giovane e talentuoso attore si è fatto conoscere al grande pubblico prendendo parte a film quali “Classe Z” di Guido Chiesa e “Tuttapposto” di Gianni Costantino e ha recitato nella serie evento “L’Amica geniale 2 – Storia del nuovo cognome” nel ruolo di Bruno Soccavo, amico e compagno di università di Nino Sarratore.

In questa intervista Francesco Russo ci ha parlato di “Ritoccati 2” ma anche di come si è avvicinato alla recitazione, del suo esordio a teatro e dei prossimi progetti.

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Francesco, sei tra i protagonisti di Ritoccati 2. Ci puoi presentare Tobia, il tuo personaggio?

“È il direttore amministrativo dello studio Basoccu. È colui che tiene i conti, il risparmiatore, ed è estremamente metodico: il caffè deve avere una determinata quantità di zucchero, la pausa deve durare i giusti minuti, ha tante piccole nevrosi che lo fanno risultare allo stesso tempo saggio e imbranato. Un personaggio talmente intriso di quotidianità da sembrare folle. Queste erano le premesse per farlo interagire con tutti gli altri personaggi e farlo cadere nella comicità”.

E’ una serie divertente ma che fa anche riflettere sul tema molto attuale della chirurgia estetica. Cosa ne pensi a riguardo?

“Non avevo mai riflettuto su quanto la chirurgia estetica sia considerata un tabù. Ci sono un sacco di persone che hanno vergogna a dire di aver subito un’operazione perché sono piegate dal timore del giudizio degli altri. Chi sono questi altri, non l’ho mai capito bene. Chiamiamola massa, per comodità. Spero che un prodotto comico come “Ritoccati” sfati un po’ questo tabù e che la Chirurgia Estetica cominci a essere considerata (nel chiacchiericcio quotidiano, s’intende) alla stregua di ogni altro ramo della Medicina. Né più, né meno”.

Come ti sei trovato sul set?

“I set piccoli, le produzioni low-budget, mi rincuorano. Mi rendono felice perché l’unico motore che hanno è la passione di tutta la troupe, altrimenti non avrebbe proprio senso lavorare su un set come “Ritoccati”. Da parte mia, arrivavo sempre carico sul set e impaziente di dialogare con il personaggio di Ester (interpretata da Angela Favella) per creare situazioni comiche. Mi divertiva non riuscire ad aprire le cialde, scivolare, cadere, cantare una canzone fuori tempo, commuovermi per un pesciolino rosso deceduto. Ester è una social media manager, sempre molto up nei movimenti e nei pensieri, io mi divertivo nel darle battute in sottotono per provare a ricondurla sempre alla normalità di cui Tobia è intriso (e ritorniamo al personaggio). Questo ha generato una situazione molto comica (o almeno, lo spero). Alessandro Guida mi ha lasciato molto libero nelle proposte e interveniva per ritoccarle ai fini della scena. Per me dove c’è collaborazione, c’è gioia. Sempre”.

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Come è nata la tua passione per la recitazione?

“In Campania ci sono più compagnie amatoriali che scuole, credo. Avevo 5 anni e serviva un bambino per interpretare Peppiniello in “Miseria e Nobiltà”. Lo scenografo era un amico di mia sorella. Dato che all’asilo le maestre mi facevano recitare sempre perché strillavo e scandivo bene le parole, lei mi propose. Ho iniziato così. Non sapevo leggere e imparavo le battute a memoria ripetendole con mia madre. Da quel momento non ho più smesso di recitare. Tra compagnie locali e recite scolastiche sono andato più di cento volte in scena. Se mi avessero pagato avrei superato la paga di allievo attore a quattordici anni”.

Hai esordito a teatro nel 2009 con “Una giornata lunga quarant’anni” di Marina Baumgartner e Gian Carlo Nicotra. Che ricordi conservi?

“Con quello spettacolo ebbi il mio primo contratto professionale e feci la mia prima tournée. Avevo quindici anni. Cambiare posto ogni sera e mangiare fuori al ristorante era veramente l’Olimpo. Andare in tournée per quindici giorni con qualcuno significa conoscerlo per la vita. Io dormivo a casa del regista Gian Carlo Nicotra. Ricordo le ore e ore passate in macchina di notte con le canzoni di Caterina Caselli a tutto volume. Ricordo di un mio gesto di cui vado ancora oggi particolarmente fiero: mi tagliai la parte. Per far ridere, dovevo entrare in scena meno volte. Ricordo che Gianfranco D’Angelo, il capocomico, apprezzò molto questo mio gesto. Ricordo che dormivo a casa di Gian Carlo, che guardai il G8 in televisione con la moglie, che facevo tantissime domande e lui rispondeva con aneddoti misti a consigli, come le parabole. Poco prima che io mi trasferissi a Roma, a diciotto anni, lui se ne andò. Divenne molto amico dei miei genitori che conobbero l’unico loro coetaneo che bazzicava il mondo di cui il figlio voleva farne parte. Questo è il mio ricordo. Ancora oggi vorrei fargli tante domande”.

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Tra i vari lavori a cui hai preso parte ci sono i film “Classe Z” e “Tuttapposto” che ti hanno fatto conoscere al grande pubblico. Cosa ti hanno lasciato queste esperienze?

““Classe Z” fu uno dei primi approcci che ebbi con la macchina da presa. Fortunatamente il regista era Guido Chiesa, che è una persona di una sensibilità rara e mi guidò cercando di farmi abbandonare ogni patema d’animo che avevo. Quella lente m’inghiottiva, mi mangiava. Sono molto legato a quel progetto perché interpretavo un personaggio iper-scorretto, un adolescente fissato con il sesso che passava l’intera giornata (e le lezioni in classe) con gli occhi fissi a guardare porno sul suo cellulare. Lavorai nel trovare la delicatezza, nel riuscire a essere tenero e leggero anche con le battute più grevi possibili. Perché per me il personaggio va sempre difeso. Il nostro lavoro è avvicinare “lo spettatore” a persone che lui giudicherebbe negativamente a priori. Di “Classe Z” ricordo l’aver conosciuto persone con cui ancora oggi mi vedo volentieri: Luca Filippi, Armando Quaranta e Roberto Lipari. Con quest’ultimo recitai in “Tuttapposto”, un film coraggioso nel dipingere il mondo del baronato universitario. È considerato un film comico, ma per me è una tragica commedia. Interpreto l’assistente del rettore (Luca Zingaretti) e per (quasi) tutto il film m’inchino ai professori e non faccio altro che ringraziarli. Dovevo lavorare nel rendere credibile il più lecchino dei lecchini. L’illuminazione mi arrivò durante la “prova costume” dove il regista volle solo abiti miseri per il mio personaggio, “perché è povero” disse. Ed ecco la chiave d’interpretazione: lui DEVE ringraziare, lui DEVE inchinarsi perché è povero e ha bisogno di soldi. Non può perdere quel lavoro. Anche se consiste nel dover lavare la macchina ai Prof. Per me questo lavoro sugli opposti produce un effetto comico imponente. In una delle scene finali il personaggio si ribella e urla. Persi quasi la voce nel protestare, nel mandare a quel paese un uomo di potere. Raramente l’ho fatto nella vita. “Tuttapposto” mi diede l’occasione di provare questa fantastica esperienza”.

Ti abbiamo visto recentemente anche in tv ne “L’amica geniale 2 – Storia del nuovo cognome”. Cosa ti ha affascinato maggiormente della serie e del tuo personaggio Bruno Soccavo?

“De “L’amica geniale” mi piace il modo di girare. Lento. Calmo. Tutto è ponderato. Nulla è lasciato al caso. C’è spazio per pensare, c’è tempo per rifare. La dilatazione del tempo di lavoro è sicuramente un fattore per la riuscita qualitativa di un progetto. Mi piace il suo modo di presentare i personaggi: a quadri. Lui è così, te lo disegno così, ma poi diventa così. E te lo disegno in quest’altro modo. Ma è sempre lui. E questo metodo di rappresentazione vale anche per Bruno Soccavo. In “Storia del nuovo cognome” viene mostrato durante il periodo estivo, è colui che porta un mondo iper-borghese che ha una grandissima difficoltà a comunicare con il proletariato e infatti lui riesce a parlare solo aprendo un portafoglio e dimostrandosi economicamente generoso. Ovviamente dietro questo “disegno” c’è dell’altro, che viene mostrato nel terzo libro. Io ho provato a metterlo in qualche sguardo, in qualche battuta che mostra la sua incapacità di comprendere le sofferenze degli altri, perché troppo ripiegato sulle sue (seppur nulle, sul piatto della bilancia). Un padrone è sempre un padrone, anche se fa “volontariato”. Magari lo fa per nascondere delle proprie soddisfazioni perverse”.

In quali progetti sarai prossimamente impegnato?

“Durante quest’anno dovrebbe uscire la terza stagione dell’Amica Geniale, appunto, e un film distribuito su Netflix, A Classic Horror Story. La regia è di Roberto De Feo e Paolo Strippoli e il film fa paura, nel senso che è un horror. Per la prima volta mi sono misurato con questo genere e per la prima volta recito con un accento diverso dal mio. Forse avranno sbagliato nello scegliermi, forse sono dei pazzi. Non lo so. So solo che in quelle cinque settimane (è stato girato in pochissimo tempo) mi sono perso nel terrore”.

di Francesca Monti

Grazie a Paola Spinetti

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