GIOCHI PARALIMPICI TOKYO 2020 – Intervista con Federico Morlacchi: “Fare il portabandiera è un onore ma anche una grandissima responsabilità”

Ha scritto pagine indimenticabili della storia del nuoto e dello sport azzurro, è una delle stelle della Nazionale e insieme a Beatrice Vio sarà il portabandiera della delegazione italiana che prenderà parte alle Paralimpiadi di Tokyo 2020: Federico Morlacchi, vincitore di sette medaglie a cinque cerchi, tra cui un oro nei 200 misti a Rio 2016, oltre a svariati titoli mondiali ed europei, si appresta a vivere la sua terza esperienza ai Giochi e in questa intervista che ci ha gentilmente concesso ci ha raccontato come si sta preparando, quali sono le sue sensazioni ma anche le emozioni vissute ricevendo il tricolore dalle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

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credit foto Quirinale

Federico, ci racconti le emozioni che hai vissuto quando hai ricevuto la notizia che saresti stato il portabandiera dell’Italia ai Giochi Paralimpici di Tokyo 2020 e quando ti è stato consegnato il tricolore dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella?  

“Quando ho ricevuto la notizia ero sulle nuvole, è sicuramente il riconoscimento più bello della mia carriera sportiva. Infatti sono in Nazionale da undici anni e mi sento un po’ vecchio (scherza). Fare il portabandiera è un onore e anche una grandissima responsabilità perché vuol dire essere l’uomo di copertina e quindi un riferimento per gli altri. L’Olimpiade è un evento enorme che rischia di fagocitarti e farlo comprendere a chi non ha mai partecipato credo sia un compito abbastanza arduo.

Il Presidente Sergio Mattarella è un uomo di grandissima cultura e sensibilità e ho una profonda stima nei suoi confronti. Quando nel 2019 siamo andati al Quirinale con la Nazionale di nuoto, dopo che siamo diventati campioni del mondo, lui era informato su tutto e questo non è scontato. E’ stato emozionante ricevere il tricolore dalle sue mani”.

Arrivi dagli Europei di Funchal che sono stati esaltanti per te e per tutta la Nazionale Italiana che ha conquistato una valanga di medaglie…

“Abbiamo centrato la doppietta Mondiale-Europeo open, con un margine ancora più risicato, però ora arriva la grande sfida e l’obiettivo è il triplete ai Giochi di Tokyo 2020”.

Quali sono le tue sensazioni in vista dell’evento a cinque cerchi?

“La preparazione è sempre serrata, i ritmi non concedono riposo. Affronterò i Giochi con serenità. Faccio parte della vecchia guardia perché sta uscendo la generazione z come è giusto che sia, quindi andrò a Tokyo con la voglia di divertirmi e quello che verrà sarà un plus”.

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credit foto Cip

Sarà la tua terza partecipazione ai Giochi dopo quelle di Londra 2012 in cui hai vinto 3 bronzi e di Rio 2016 dove hai centrato un oro nei 200 misti e tre argenti. Cosa ti hanno lasciato queste due precedenti esperienze?

“Mi hanno reso consapevole su cosa voglia dire prender parte ad un’Olimpiade. La favola bellissima secondo cui è la gara più bella per uno sportivo va integrata con il fatto che ti giochi quattro anni di preparazione, in questo caso cinque. Inoltre bisogna mantenere alta la concentrazione, perché il villaggio olimpico è enorme e rischi di essere demolito tra camminate e distrazioni varie. Io sono sempre stato molto atleta da questo punto di vista concentrandomi solo sulle gare”.

Quanto il lockdown e le restrizioni causate dalla pandemia hanno influito sulla preparazione atletica?

“La preparazione è passata in secondo piano a marzo 2020 quando è iniziato il primo lockdown e abbiamo capito che la situazione era tragica. Poi c’è stato il rinvio dei Giochi. A livello personale è stato come rifiatare, perché la vita dello sportivo è sempre frenetica e ripetitiva, nuota, mangia, dormi, invece avere un momento per staccare la spina mi ha fatto bene. Ovviamente senza mai dimenticare il contesto drammatico che stavamo vivendo e il rispetto delle persone che purtroppo hanno perso la vita”.

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Hai pubblicato nel 2017 “Nato per l’acqua”, la tua autobiografia. Com’è nata questa idea?

“Dopo Londra 2012 una radio locale mi ha fatto conoscere Davide Di Giuseppe, un professore di italiano che mi ha proposto di scrivere il libro. Ho sempre avuto un grande senso di riconoscenza verso la mia società sportiva, la Polha Varese (sito: POLHA Varese), quindi mi sono chiesto come potessi darle una mano dato che mi hanno sempre sostenuto e la risposta è stata devolvendo i proventi delle vendite di “Nato per l’acqua”, per offrire un sostegno economico in modo da riuscire a raggiungere sempre più ragazzi con disabilità. La cosa divertente è che il libro è nato nel 2012, poi c’è stato il Mondiale, quindi l’Europeo e abbiamo deciso di aggiungere dei capitoli. Dopo quattro anni finalmente nel 2017 è stato pubblicato, altrimenti rischiava di diventare infinito (sorride)”.

Insieme ad altri tuoi colleghi sei stato protagonista del documentario “I limiti non esistono” andato in onda su Rai 3 (e visibile su RaiPlay I limiti non esistono – Video – RaiPlay), cosa pensi manchi al movimento paralimpico per fare un ulteriore passo in avanti e abbattere definitivamente alcuni pregiudizi che ancora sono presenti? 

“Le rivoluzioni durature non vanno mai fatte velocemente, ci vorrà tempo e serenità. Dal 2012, quando i media hanno iniziato a trasmettere le gare dei Giochi Paralimpici, ad oggi sono già stati fatti grandi passi in avanti. Io mi fido ciecamente di Luca Pancalli, il Presidente del Cip, è una persona unica, ne nasce una ogni diecimila anni così, ha dei progetti di inclusione e visibilità molto validi e con calma arriveremo anche a far capire che siamo tutti diversi e come tali andiamo accettati”.

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Qual è l’insegnamento più importante che ti ha dato il nuoto?

“La sconfitta. Sono un grandissimo sostenitore della cultura della sconfitta nel senso che siamo abituati a standard elevati, non solo nello sport ma anche negli altri ambiti della vita, e l’errore viene visto come qualcosa di demoniaco. Non puoi sbagliare altrimenti non vai bene, non sei perfetto. Uno sbaglio sul posto di lavoro può costare caro, ma siamo essere umani e come tali dobbiamo essere considerati. Gli errori devono essere presi in modo positivo e propositivo per migliorare e per non ripeterli in futuro. Quante cose che utilizziamo sono nate per caso, quante persone che consideriamo dei geni hanno commesso degli sbagli…”.

Un sogno nel cassetto…

“In questo momento sono abbastanza felice, sto cominciando a realizzarmi anche come persona, al di fuori del mondo sportivo, e spero di continuare su questa strada”.

di Francesca Monti

Grazie alla Dott.ssa Daniela Colonna-Preti

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