Intervista con Eliana Miglio, autrice del romanzo “La grande invasione delle rane”: “Condividere le esperienze è indispensabile per non sentirsi isolati”

“La grande invasione delle rane” (Il Prato) è l’appassionante romanzo di Eliana Miglio, ambientato a Luino, la città in cui è cresciuta.

Apprezzata attrice di cinema e televisione, ha lavorato con registi del calibro di Sergio Citti, Marco Risi, Carlo Lizzani, Ettore Scola, Paolo Virzì, Sergio Castellitto, Pupi Avati e Jon Jost, e ha condotto su TMC il programma Tappeto Volante con Luciano Rispoli.

Protagoniste del romanzo sono Agnese e Anna, due sorelle adolescenti in fasi di maturazione diverse. Per entrambe si profilano rischi che in qualche modo le accomunano alle rane nella loro evoluzione e trasmigrazione riproduttiva. Anche le ragazze seguono i richiami della natura ma, mentre all’orizzonte internazionale si profila la liberazione sessuale, i costumi della cittadina di provincia in cui vivono causano loro conflitti profondi ed emergono domande circa la propria identità sessuale. Le ragazze documentano, con semplicità disarmante, il furto dei loro sogni in una sorta di selfie letterario, togliendo ogni maschera al perbenismo e all’ipocrisia che hanno caratterizzato quegli anni di cauta maturazione del paese.

eliana con libro

credit foto Marco Rossi

Eliana, com’è nata l’idea di scrivere il romanzo “La grande invasione delle rane”?

“E’ stato scritto in un periodo della mia vita particolarmente tranquillo e sereno, vivevo in casa con mio figlio che andava ancora a scuola e quando usciva mi trovavo in questa stanza di un ragazzo adolescente e in qualche modo tornavano alla memoria dei periodi vissuti, delle persone incontrate, delle sensazioni amplificate che si hanno durante l’adolescenza. Così ho iniziato a scrivere. All’inizio non c’era l’idea di un romanzo ma erano delle semplici pagine che rapidamente si sono trasformate in un libro che la casa editrice Fazi ha deciso di pubblicare nel 2006. Questa estate un’associazione che si chiama Amalago e che si occupa di cultura voleva presentare il mio libro sul Lago Maggiore, dove è ambientato, ma non era più disponibile. Allora un’altra casa editrice mi ha proposto di fare una nuova edizione. Non è stato cambiato molto perché ci tenevano a conservare questo racconto in quanto è una testimonianza del cambiamento che poi è avvenuto finalmente oggi mentre quando uscì nel 2006 quello che avevo scritto non aveva in un certo senso lo stesso valore. La stessa Silvia Ronchey infatti nella prefazione dice che l’uscita ha un po’ precorso i tempi. Indubbiamente oggi si parla di certi temi in modo più disinvolto, tutti sappiamo cosa significhi avere dei figli fluidi ma nel 1978 effettivamente erano realtà che ti portavano ad isolare più che condividere. Oggi la condivisione per i ragazzi è salutare, indispensabile”.

Il libro infatti affronta tematiche che sono attuali come l’adolescenza, il genere, l’amore…

“Racconta quanto questo cercare se stessi possa anche mettere in pericolo una persona, nel senso che l’amore è una cosa bellissima, ma quando ci coglie impreparati e ancora puri può essere pericoloso. Una delusione a quell’età infatti viene amplificata, un genitore che non ti comprende ti fa molto soffrire. Invece da grandi abbiamo gli strumenti per reagire. Io non do colpe a nessuno, né alla società né ai genitori ma condividere le esperienze è indispensabile per non sentirsi isolati. Quando uscì il libro nel 2006 ricordo che mi fu suggerito di non dire che si trattava di ragazzi isolati ma di un gruppo, in realtà erano proprio isolati, da una cameretta all’altra non si parlavano, se non ci fosse stata molta attenzione da parte della sorella piccola verso quella grande lei non avrebbe mai rivelato cosa le stesse accadendo. Oggi che abbiamo vissuto il covid e siamo stati tutti isolati sappiamo cosa significa”.

Le rane sono una metafora degli adolescenti…

“Secondo me i ragazzi sono un po’ dei girini che devono diventare rane. A me piace avere sempre un tema più ampio, la natura è la mia linea guida esistenziale. Vivo in città ma sono anch’io un po’ una rana, sono molto legata alla natura anche come fonte di ispirazione. Mi ricordavo che da bambina mentre ero in bicicletta avevo assistito all’invasione delle rane sulla strada e la metafora si addiceva perfettamente perché nel romanzo c’è una narrazione “faunistica” che è assolutamente parallela a quella dei ragazzi”.

Eliana Miglio alla presentazione del libro a Roma 

Come mai la scelta di ambientare la storia proprio nell’anno 1978?

“In realtà sono più figlia degli anni ’80 ma il 1978 è stato un anno di forti cambiamenti anche in Italia. Eravamo ancora nell’oscurantismo perché c’era il terrorismo e Luino era una città isolata da tutto il resto, però era un anno dove si percepivano dei cambiamenti con l’avvento del femminismo. Tutte cose che negli anni Novanta si sono un po’ perse e di cui adesso finalmente si parla. Questo libro può valere oggi ma testimonia anche le differenze con il passato. Una volta se un ragazzino si vestiva da donna veniva mandato in una clinica per essere curato e se ci penso mi vengono i brividi. L’Italia non era così inclusiva, poi il percorso è stato lungo e ci sono stati importanti cambiamenti. L’identità non ha un genere, le nostre scelte sì. Quando nasciamo siamo un po’ girini, poi il genere si sviluppa man mano, però non è che un bambino abbia le idee chiare, è giusto che si senta innanzitutto un essere umano. Ben venga se attraverso la storia raccontata in “La grande invasione delle rane” posso far riflettere le persone”.

Che adolescente è stata?

“Vivevo in mezzo alla natura, così potente e avvolgente, determinante per una crescita di un certo tipo. C’è un lato un po’ selvatico di me che non ho coltivato. Come le piante ho bisogno di andare verso la luce, di respirare profondamente, di sentirmi sempre me stessa”.

Tra i ruoli che ha interpretato nei film e nelle serie tv ce n’è uno che le è rimasto nel cuore?

“Ce ne sono diversi, ma in particolare sono legata al ruolo di una hippie in “Nessuno si salva da solo” con Sergio Castellitto, tratto dal romanzo di Margaret Mazzantini, in quanto mi sento vicina a personaggi diversi da me, dove c’è da fare una trasformazione fisica e dove posso avvicinarmi a un modo di essere anticonvenzionale”.

Cosa le hanno lasciato le esperienze nei film con Pupi Avati, da cui è stata diretta diverse volte, e con Luciano Rispoli nel “Tappeto Volante”?

“Avati è un filo conduttore, avviamo lavorato insieme tante volte, è una persona che narra la provincia e mi piace questo punto di vista. E poi mi sono capitati ruoli davvero belli. Ho fatto un film stupendo che si chiama “La via degli angeli” con Valentina Cervi e Chiara Muti in cui interpretavo una vedova un po’ allegra che si preoccupava di trovare l’amore per le sue amiche e per le sue giovani nipoti. Di Avati amo molto la poesia.

La televisione mi piace, permette di comunicare in modo autentico e diretto con il pubblico e con Rispoli è stata una bellissima esperienza. E’ una magica scatola piena di cose belle”.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

“Sono alle prese con il mio secondo romanzo e poi usciranno due film a cui ho preso parte, “Dante” con la regia di Pupi Avati e “La Peste” di Francesco Patierno. Proseguiremo anche la presentazione del libro in giro per l’Italia dopo Natale”.

di Francesca Monti

credit foto copertina Marco Rossi

Grazie a Paola Spinetti

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