Intervista con Ciro Visco, regista di “Non mi lasciare”, dal 10 gennaio su Rai 1: “E’ una serie innovativa che affronta una tematica che non era stata ancora trattata in modo approfondito”

“Sono rimasto colpito dalla tematica che mi è stata presentata e dalla storia innovativa, associata ad un progetto Rai”. Ciro Visco firma la regia di “Non mi Lasciare”, nuova avvincente serie thriller in quattro serate ambientata nella magica cornice di Venezia, in onda dal 10 gennaio su Rai 1, che vede protagonisti Vittoria Puccini, Alessandro Roia e Sarah Felberbaum.

La serie scava negli abissi dell’animo umano unendo al mistero e all’azione l’indagine psicologica. Il vicequestore Elena Zonin (Vittoria Puccini) vive e lavora a Roma, dove si occupa di crimini informatici e dà la caccia a una rete di pedofili responsabile del rapimento e della vendita sul web di minori. Quando viene ritrovato nella laguna di Venezia il corpo senza vita di un bambino, Elena indaga subito sul caso, convinta che sia riconducibile alla più vasta inchiesta alla quale si dedica da anni. Per lei andare a Venezia significa anche tornare a casa, perché è da lì che è andata via misteriosamente vent’anni prima. Qui ritrova Daniele (Alessandro Roia), il suo grande amore di allora, ora diventato poliziotto come lei, e Giulia (Sarah Felberbaum), la moglie, che un tempo era la sua migliore amica. Tra i tre si ricostruisce passo dopo passo lo stesso legame forte e caldo di un tempo, ma con la malinconia del tempo passato, delle occasioni perdute e dei segreti inconfessabili. Elena si ritroverà così stretta tra i ricordi e i luoghi della sua giovinezza, proprio mentre l’indagine porterà i poliziotti a scoperchiare un caso complesso e articolato.

puccini roia 2

Ciro, il 10 gennaio su Rai 1 prende il via “Non mi lasciare”. Qual è stato il suo approccio a questa serie che affronta una tematica inedita a livello televisivo come quella del dark web?

“Sono rimasto colpito dalla tematica che mi è stata presentata e dalla storia innovativa nel suo genere e associarla a un progetto Rai ha fatto nascere in me la curiosità nel raccontare qualcosa che nessuno aveva ancora trattato in modo approfondito. L’altro motore è stato lavorare di nuovo dopo Gomorra con gli sceneggiatori Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli dei quali conosco la grandissima capacità di documentazione. Parlando del dark web spesso tendiamo ad associarlo soltanto alla pedofilia mentre c’è una visione più ampia di quello che sta dietro a internet, un mezzo tecnologico che non va demonizzato perché la nostra vita è cambiata e godiamo di una serie di cose che un tempo non c’erano, ma può rappresentare anche un pericolo. Il fatto stesso che non conoscessi questo mondo sommerso mi ha ispirato ad andare a documentarmi, a guardare come funzionava la dinamica del dark web, con l’ausilio della Polizia che ci ha regalato degli strumenti di interpretazione che ci hanno permesso di andare più in profondità. E poi è stato bello girare una serie italiana a Venezia, che è stata spesso teatro di grandissimi film e serialità estere”.

A livello registico che tipo di lavoro ha fatto?

“Per quanto riguarda l’aspetto registico nella costruzione del progetto mi sono imposto e ho imposto ai miei collaboratori artistici dei dogmi, cioè una serie di regole che dovevano essere rispettate nel raccontare uno spazio piuttosto che un altro. Per me era importante sottolineare la differenza tra Venezia e un’altra città e ho scelto un dogma dal punto di vista estetico-visivo-materico. In ogni frame, anche quando non c’era necessariamente l’acqua o il canale, doveva essere bagnato per terra, dovevo vedere sullo sfondo un ponte anziché elementi empirici come il metallo e il cemento. Venezia improvvisamente era acqua, legno, ponti, Roma l’ho raccontata attraverso le macchine e l’asfalto, Milano era vetro e acciaio, ho cercato di creare dei dogmi che mi permettessero di trovare nei fissi degli ambienti qualcosa che mi stimolasse in una costruzione grammaticale più ampia. Ho utilizzato quasi sempre un solo tipo di lente, per i primi piani quelle larghe che solitamente si utilizzano per i totali, per i quali invece ho scelto quelle strette, per far sì che cambiasse la grammatica delle cose”.

La storia vede protagonista una donna poliziotto che non è infallibile ma che ha delle fragilità, come anche gli altri personaggi …

“E’ una serie innovativa per tanti aspetti. La protagonista è Elena Zonin ma venti anni fa questo ruolo sarebbe stato interpretato da un uomo. Ho declinato su di lei tutti gli archetipi passati ribaltandoli, ad esempio la figura della donna poliziotto nelle serie e nei film viene vista con la giacca di pelle, i jeans e i capelli raccolti, io ho fatto l’opposto, ho mantenuto la femminilità con i capelli sciolti o legati in base alle circostanze, nonostante fosse una dirigente del CNCPO, facendole indossare un cappotto elegante, traslando i luoghi comuni su come raccontare determinate cose in un’ottica più originale, rispettando quello che è il normale vivere. Nel momento in cui ci approcciamo al cinema o all’audiovisivo sembra che tutto debba essere etichettato. Il personaggio di Daniele invece è quello con più fragilità ed è un altro aspetto nuovo, infatti solitamente il poliziotto deve essere un uomo tutto d’un pezzo e risolvere le situazioni. Ci sono stati tanti spunti da cui partire”.

Poco fa ha detto che non conosceva il mondo del dark web. Cosa l’ha colpita maggiormente quando è venuto a contatto con questa realtà?

“Quando mi sono approcciato al dark web con un referente della Polizia di Stato mi ha lasciato basito la facilità con cui ci si può accedere. Bastava far partire un programma, si entrava in una specie di browser e improvvisamente in dieci secondi eri in un mercato in cui si poteva trovare tutto. Basta che un ragazzo ha un po’ di queste skills e può approdare velocemente a contenuti che sono raccapriccianti. Ricordo che in questa pagina che ho visto c’erano armi, droga… Ho scoperto che quello che poteva essere parte di un’immaginazione collettiva era invece reale e mi sono sentito in dovere di raccontarlo. Come in tutte le storie cinematografiche o seriali che hanno bisogno di un’evoluzione diventa un pretesto che utilizziamo e sviluppiamo per portare alla luce la psicologia del personaggio a cui poi lo spettatore si affeziona”.

CIRO_VISCO

I tre protagonisti sono interpretati da Vittoria Puccini, Alessandro Roia e Sarah Felberbaum. Com’è stato lavorare con loro?

“E’ stato un piacere. Quando un regista si approccia a un progetto e ti propongono un cast arrivi con una serie di idee su come ti troverai con quegli attori. Devo dire che tutti e tre hanno sovvertito la mia previsione iniziale e sono andati al di là di quello che mi aspettassi. Con Vittoria è stato un piacere incommensurabile lavorare. Arrivava la mattina sempre sorridente, tieni presente che abbiamo girato in inverno a Venezia ed era complessa la logistica in quanto gli attori venivano trasportati con le lance e c’era quasi mezzora di viaggio sull’acqua. Nonostante ciò era sempre propositiva, conosceva a menadito le battute e tutto quello che trovavo nella scrittura di difficile comprensione, attuazione o messa in scena, dopo essere stato filtrato da lei come un prisma, diventava totalmente lineare. Vittoria ha preso in mano il progetto e gli ha dato un taglio professionale e umano, regalando uno stacco al personaggio di Elena che ha un’evoluzione pazzesca e una tridimensionalità che non avevo minimamente immaginato. E’ un’artista e una collaboratrice eccezionale.

Alessandro è energia pura, conoscenza e grandissima intelligenza sociale, ha una trasversalità impareggiabile ed è stato bravissimo a non attaccarsi alla figura del maschio alfa ma ad accettare le fragilità che io come regista gli imponevo, anche al di là di quello che c’era scritto sulla sceneggiatura, e che gli hanno permesso di tratteggiare un personaggio eccezionale, un hombre vertical con delle crepe da cui rinasce come una fenice.

Sarah è un’artista a tutto tondo, l’avevo vista in diversi film e commedie dove era stata molto brava. Ha regalato una figura di madre con una femminilità seduttiva. Spesso la donna viene incasellata nel contesto famigliare, viene subordinata al suo ruolo di moglie e madre e perde la carica femminile, invece lei ha mantenuto il giusto livello di sensualità e di provocazione, incarnando anche una grandissima maturità, essendo Giulia il personaggio più saggio della serie e che rappresenta maggiormente il punto di vista del regista. E’ stata l’ago della bilancia, come se fosse una via di mezzo tra l’istintività, dal punto di vista delle indagini, di Elena e le posizioni ferme di Daniele”.

Hanno dunque dato un apporto fondamentale alla serie…

“Tutti e tre non si sono mai tirati indietro e negli aspetti creativo, artistico, professionale, fisico hanno risposto con caparbietà e tenacia. Essendoci molte scene action Alessandro Roia ad esempio ha corso per tutta Venezia, saltando anche sulle barche, Sarah invece ha dovuto portare questo pancione prostetico per quasi dieci ore ogni giorno, con un’ora e mezza di applicazione alla mattina. Sono stati una risorsa e un valore aggiunto, dando forma al progetto”.

Negli ultimi anni diverse serie italiane hanno avuto un grande successo a livello mondiale, penso ad esempio a “DOC – Nelle tue mani” di cui ha cofirmato la regia con Jan Michelini, e anche “Non mi lasciare” è già stata acquistata, prima ancora di andare in onda, da Canal Plus. Qual è stata secondo lei la chiave di volta?

“Sicuramente la grande fortuna che abbiamo avuto è stata il cambio del mercato dell’audiovisivo, con l’avvento di Netflix, Sky, Amazon Prime, con un rimescolamento generale e la possibilità di confrontarci con le serialità degli altri Paesi in modo diretto. Un tempo invece il confronto avveniva solo con il top dei prodotti italiani. Da ragazzino un film americano arrivava da noi un anno dopo, oggi nel giro di massimo un mese esce anche in Italia e questo ha permesso di recuperare il gap culturale che avevamo. Nella comparazione con i progetti americani o inglesi ci siamo resi conto che con quell’investimento o quel ragionamento in più e con un cambio della guardia generazionale nella regia potevamo fare un progetto più evoluto. Quando abbiamo lavorato a “DOC – nelle tue mani” con Jan Michelini ci siamo approcciati ad un ottimo testo e non abbiamo pensato ai medical italiani ma abbiamo preso degli spunti da “New Amsterdam”, “The Good Doctor”, che a livello tecnico-attoriale erano accessibili anche a noi. Bastava solo ragionare in modo differente. Canal Plus ha acquistato “Non mi lasciare” dopo aver visto un paio di episodi perché anche tecnicamente siamo arrivati ad un punto in cui non abbiamo nulla da invidiare alle serialità internazionali”.

A quali progetti sta lavorando?

“Ho in programma un’altra serie che si chiama “Blocco 181″, siamo in fase di post produzione e dovrebbe andare in onda intorno a maggio su Sky”.

di Francesca Monti

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