Mercoledì 16 febbraio andrà in onda in prima serata su Rai1 il film ERO IN GUERRA MA NON LO SAPEVO, diretto da Fabio Resinaro

Mercoledì 16 febbraio andrà in onda in prima serata su Rai1 il film ERO IN GUERRA MA NON LO SAPEVO, diretto da Fabio Resinaro e interpretato da Francesco Montanari, Laura Chiatti, Alessandro Tocco, Juju Di Domenico, Gianluca Gobbi, Michele Maccagno.

Prodotto da Eliseo Entertainment e Rai Cinema, è ispirato al caso di cronaca dall’omicidio Torregiani.

Milano, fine anni ’70, il gioielliere Pierluigi Torregiani sta cenando in un locale quando irrompono alcuni malviventi per rapinare i commensali. Durante la rapina uno di loro minaccia la figlia di Torregiani, Marisa, puntandole addosso una pistola. Nel tentativo di disarmarlo, Torregiani viene messo a terra dal rapinatore. Partono alcuni colpi di pistola e uno dei banditi viene ucciso. Non è stato il gioielliere a sparare, con la pistola che ha con sé, ma molti giornali lo accusano di essere un giustiziere borghese. La tensione politica dell’epoca lo rende un obiettivo perfetto per i PAC, gruppo di terroristi guidato da Cesare Battisti, che individuano in lui un colpevole da punire.

“Il noto episodio di cronaca, l’omicidio dell’orefice Pierluigi Torregiani, è da più di quarant’anni oggetto di dibattito; strumentalizzato indistintamente dalle parti politiche e inserito in una narrazione ormai consolidata nel contrapporsi di due punti di vista antitetici, che, da sempre, hanno il grande limite di rimanere esterni alla vera vicenda umana delle persone che vennero coinvolte”, racconta il regista.

“I fatti stessi, che danno origine al dramma della famiglia Torregiani, furono provocati da un contesto politico e un sistema fortemente polarizzato incapaci di lasciare alcun margine sulle posizioni personali, incastrando i malcapitati di turno in un meccanismo chiaramente calato dall’alto.

La griglia ideologica, che ha fornito i presupposti storici perché una personalità di quegli anni, come Pierluigi Torregiani, venisse travolta e usata, suo malgrado, come snodo drammatico di una narrazione politica, è anche lo stesso schema attraverso il quale si è sempre guardato e commentato i fatti di quelle settimane che portarono all’omicidio del gioielliere.

Perché un film su questa vicenda di cronaca potesse puntare ad aggiungere qualche elemento di riflessione ulteriore, era necessario adottare un punto di vista nuovo e totalmente personale.

La scelta è stata quindi quella di rimanere incollati all’essere umano, Pierluigi Torregiani; non solo il gioielliere ma anche il padre, il personaggio e l’uomo. Il cinema, in questo senso, ci dà per la prima volta l’occasione di respirare con lo stesso protagonista, avvicinandosi alla sua percezione e alle sue emozioni; per dare uno sguardo al contesto che da sempre ha descritto la vicenda stessa da un nuovo punto di vista, questa volta interno.

Un punto di vista così personale e umano potrebbe sembrare una scorciatoia per evitare di schierarsi e fare in modo che la posizione del Film rimanga neutrale con il principale obiettivo di non indispettire nessuno. Al contrario, penso che l’approccio che parte da una prospettiva vicina al dramma umano sia la posizione più politica di tutte; proprio perché pone le fondamenta di una critica vera, anche se ipotetica, del contesto che ha sempre cercato di incasellare i fatti per rafforzare l’una o l’altra posizione.

In questa direzione, partendo da un elemento reale, ho deciso di usare la metafora dell’orologiaio. Sono partito dall’immagine del Torregiani che indossando il monocolo da orefice osserva dall’alto i meccanismi della cassa di un orologio, ritenendosi un esperto conoscitore di quegli ingranaggi e perfettamente a suo agio con l’idea che all’interno di quel sistema ogni elemento ha un suo preciso ruolo e il sistema stesso sia qualcosa da preservare. Fino a quando lo stesso protagonista, abituato dal suo ruolo di conoscitore e riparatore di meccanismi e dalla conseguente narcisistica idea di essere “padrone del proprio tempo”, si ritroverà ad essere trasformato egli stesso in nient’altro che un “ingranaggio” di un meccanismo esterno e più grande di lui.

E’ anche la storia di una resistenza, di un uomo forse troppo testardo, che non vuole rinunciare alla propria libertà in cambio di una sicurezza che non gli consentirebbe di ‘vivere’ nel senso più importante del termine. Un padre di famiglia costretto ad un lockdown da una narrazione che divide in buoni e cattivi, scollata da quelli che sono i veri drammi degli individui. Torregiani critica questa impostazione; non tanto per scetticismo ma in quanto imposta e “calata dall’alto” sulla sua vita e su quelle dei suoi familiari.

In questo senso, il film, pur raccontando di eventi che risalgono alla fine degli anni settanta, offre elementi di riflessione particolarmente attuali per il periodo storico che stiamo attraversando”.

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