Intervista con Monica Guerritore, al cinema con “Femminile Singolare”: “Per secoli le donne sono state rappresentate in un’unica maniera, adesso stiamo mostrando tanti aspetti interessanti”

“Il sogno è qualcosa che ti sprona a mettere un po’ di felicità nella tua vita complicata”. Un’attrice dalla carriera straordinaria, capace di scavare nell’anima dei personaggi che interpreta restituendone tutti i differenti colori, una donna sensibile e al contempo determinata, profonda e appassionata. Monica Guerritore è tra le protagoniste di “Femminile Singolare”, progetto cinematografico che raccoglie sette episodi dedicati alla donna, nei cinema dall’11 maggio, distribuito da Artex Film.

In “Il Vestito Da Sposa”, diretto da Rafael Farina Issas, dà il volto a Simona, che lavora in fabbrica, ha un marito disoccupato, un figlio adolescente e un fratello perdigiorno. L’unica sua gioia è la figlia Deborah e il vestito da sposa che sogna per lei: un desiderio che finisce per trasformarsi in ossessione.

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“Femminile singolare” è un film che racconta sette storie di donne diverse e affronta tematiche che riguardano l’universo femminile, dalla violenza alla maternità. Cosa l’ha convinta a partecipare a questo progetto?

“Sicuramente il fatto che fosse realizzato da una troupe giovane, con un regista che si stava diplomando al Centro Sperimentale di cinematografia, Rafael Farina Issas. Io lavoro molto con i ragazzi anche in teatro e mi faceva piacere poter contribuire alla sua opera prima”.

Ne “Il vestito da sposa” interpreta Simona, una mamma, moglie e lavoratrice che ha la famiglia sulle spalle e che desidera comprare il vestito da sposa per sua figlia. Cosa le è piaciuto di questo personaggio?

“Mi è piaciuta la storia perchè Simona conserva dentro di sè, anche in tempi così duri e difficili, raccontati attraverso il suo contesto faticoso, in cui cerca di mettere insieme il pranzo con la cena, quel sogno di tutte le madri di celebrare il matrimonio della figlia con un abito da sposa che assume un significato simbolico. Infatti rappresenta quella favola a cui le donne non rinunciano. Il sogno è qualcosa che ti sprona a mettere un po’ di felicità nella tua vita complicata”.

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credit foto ufficio stampa

Sono storie di donne che lottano e rompono il silenzio. Cosa manca secondo lei per far crescere una visione diversa, di libertà e parità nella società?

“Possiamo far crescere una visione differente solo lavorando come stiamo facendo adesso, dando il meglio di noi con le nostre caratteristiche che sono complementari a quelle maschili. Credo che i tempi contemporanei ce lo permettano e anche le figure professionali giovani non abbiano nessun problema a confrontarsi con le storie femminili. Il problema risiede nelle persone ancora radicate in un concetto diverso, secondo cui il maschio è più razionale, ha più capacità di progetto mentre le donne sono più evanescenti, più visionarie, quindi non riescono a portare a termine un’operazione. Ci sono sempre il femminile e il maschile che si contrappongono, per cui la scienza è maschile e l’arte è femminile, invece non è così. In questo momento, dove la forza fisica non è più richiesta perchè sostituita dalle macchine, l’animo maschile e femminile si equivalgono”.

Ha condiviso su Instagram un post con una frase molto importante pronunciata da Sabrina Ferilli nel corso della finale del Festival di Sanremo 2022: “Io sono qui per quello che ho fatto”. Spesso invece siamo noi donne ad autolimitarci come se dovessimo giustificarci o scusarci per il posto lavorativo che occupiamo…

“E’ vero, ed è una cosa che non si deve più fare, non bisogna chiedere scusa a nessuno o permesso per sedersi in un posto dove uno pensa di poter stare. Però devi avere anche una forte professionalità, devi esserti costruito una capacità, quindi non bisogna pensare che basti avere un po’ di talento o la passione per quel mestiere. Sabrina Ferilli ha parlato dopo 35 anni di carriera, io ne ho 45 alle spalle. Sono forte grazie agli anni in cui ho fatto di me stessa quello che sono. Quindi il messaggio che deve passare ai ragazzi e alle ragazze è di tenere i piedi per terra e pedalare, lavorare per fortificarsi”.

In una società votata all’estetica e all’apparenza, la bellezza può essere un plus o un limite nel mestiere di attrice?

“La bellezza è un passepartout immediato perchè apre le porte, ma può anche essere quasi una barriera nel riconoscere alla bella donna o ragazza altre qualità. E’ come se ci si fermasse all’apparenza e non si avesse più voglia di essere incuriositi, come se si fosse appagati, mentre invece dietro ci può essere tanto altro. E’ una questione di pigrizia o di luogo comune. E’ qualcosa che a me ha sempre dato molto fastidio e quindi ho lavorato ancora di più per uscire da questa cappa di cristallo, da questa campana di vetro che in qualche modo identifica l’attrice bella con la sensualità. Io lancio sfide, non mi accontento e vado avanti”.

Tra i vari personaggi che ha interpretato c’è Judy Garland in “End of the rainbow”. Prendendo spunto proprio dalla storia di questa grandissima artista le chiedo quanto il talento può diventare un’arma a doppio taglio se non si hanno le persone giuste accanto?

“Per un talento così debordante ci vogliono persone accanto che lo contengano, lo quietino e un po’ lo spengano perchè altrimenti è come se fosse un grande fuoco che alla fine divora il corpo stesso che lo ospita, come è successo a Whitney Houston, Edith Piaf, Amy Winehouse, Judy Garland, James Dean. Esistono dei talenti così luminosi, così incendiari che ad un certo punto si autoestinguono, alla fine la stella smette di brillare perchè ha dato tutto quello che poteva. C’è anche quel destino lì. Sono persone fuori dal comune”.

Monica Guerritore (photo Antonio De Matteo)

credit photo Antonio De Matteo

Cosa ha rappresentato per lei ricevere il Premio Duse dedicato ad un’attrice immensa, che è stata un’innovatrice rompendo gli schemi del teatro ottocentesco, e che forse non viene ricordata come dovrebbe?

“E’ stato un onore. Eleonora Duse è stata la prima artista che ha scelto i testi e gli autori che dovevano scriverli, li ha corretti e li ha portati sul palco con la sua versione scenica, tirandola fuori dalle pagine e mettendola in una scena che lei stessa organizzava, eliminando tutto quello che era ottocentesco. Ha litigato con Edward Gordon Craig, ha tolto tutti gli orpelli de La Donna del mare, è stata la prima a iniziare uno spettacolo senza sipario, come cita Visconti. E’ stata una grandissima artista ed è l’unica attrice di teatro italiana che ha avuto la copertina del Times. Si ricorda fin troppo poco perchè c’è questo malcostume di identificare la Duse principalmente con il suo seno, invece il teatro metafisico, metaforico lo si deve già a lei ai primi del Novecento”.

In quali progetti sarà prossimamente impegnata?

“Sto scrivendo un adattamento teatrale da “Ginger e Fred”, film di Federico Fellini, che porteremo in scena dopo la ripresa per il terzo anno di “L’anima buona di Sezuan”. Sarà il mio prossimo spettacolo che mi vedrà in scena con Alessandro Benvenuti”.

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credit foto ufficio stampa

“Il vestito da sposa” si apre con le parole “Tu sei la sola al mondo che sa del mio cuore ciò che è stato sempre prima di ogni altro amore”, una bellissima frase tratta da “Supplica a mia madre” di Pier Paolo Pasolini, tra i grandi autori i cui testi fanno parte del suo spettacolo “Dall’inferno all’infinito”. Verrà ripreso nella prossima stagione? 

“Può essere che venga ripreso nella prossima stagione. Ora sto facendo uno spettacolo con una compagnia di balletto di danza contemporanea tratto dal mio libro “Quel che so di lei”. Si chiama “Donne prigioniere di amori straordinari”, affronta il tema del femminicidio e lo porteremo in scena al Teatro Romano di Fiesole il 18 giugno”.

La bellezza, intesa come arte, musica, teatro, cinema, ma anche come valori quali l’amore, l’amicizia, la solidarietà, può essere un mezzo per salvare il mondo, visto quello che accade intorno a noi?

“Vediamo delle tragedie terribili, ma la vita va avanti e questo ci spinge a mantenere acceso un lumino di speranza verso un mondo migliore. Quello che ci può rendere più umani è continuare a commuoverci, soffrire e prendere parte a ciò che sta accadendo molto vicino a noi, parlarne e non cadere nell’indifferenza che la reiterazione delle immagini dopo un po’ porta, perchè purtroppo l’essere umano, per difesa, si abitua a tutto. Invece non bisogna abituarsi. Questa carneficina messa in scena da un pazzo deve assolutamente trovarci vigili e compatti nel dire no alla guerra. In questo momento, al di là dell’amore o dell’arte, è la cosa più importante”.

Cosa spera possa arrivare agli spettatori che vedranno “Femminile singolare”?

“Spero che arrivi la varietà del femminile. Noi siamo state per secoli tratteggiate, dipinte, rappresentate in un’unica, bellissima, meravigliosa maniera. Adesso stiamo mostrando tantissimi aspetti che sono interessanti, buffi, poetici, crudeli. Sto scrivendo ad esempio un film su un lato della maternità e sul rapporto con le figlie grandi molto dissacrante. Quindi c’è questa voglia di raccontarsi con ironia, in maniera più reale e sorprendente”.

C’è un personaggio femminile in particolare che le piacerebbe interpretare?

“Ce ne sono tanti, ma adesso sono concentrata su quelli a cui sto lavorando. Il prossimo probabilmente sarà Alda Merini, una donna che racchiude dentro si sé tanti colori diversi”.

di Francesca Monti

Grazie a Raffaella Spizzichino

credit foto copertina Karasciò Consulenze Artistiche

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