“Italy Bares fa informazione con l’arte, la gioia, l’entusiasmo”. Elena Di Cioccio, apprezzata attrice e conduttrice, è tra i protagonisti del musical “Controcorrente”, in scena il 17 e 18 maggio al Teatro Repower di Milano, con la regia di Mauro Simone.
Lo spettacolo, a favore di Anlaids Lombardia ETS, che da oltre trenta anni si impegna contro HIV, infezioni sessualmente trasmissibili e nuove infezioni virali, vede protagonisti Michele e Fatima, che sono rispettivamente un medico che ha appena iniziato a lavorare in consultorio e sogna di aiutare le persone in difficoltà, e una ragazza africana clandestina che è riuscita ad affrontare le correnti reali del Mediterraneo, trovando una manciata di niente in un paese in cui la sua presenza è intermittente. Le loro vite si intrecceranno in una storia colma di emozione, di ritmo, sensualità, violenza e dolcezza.
Sostenitrice dallo scorso anno delle finalità del progetto, condividendone il messaggio in quanto persona con HIV, Elena Di Cioccio in “Controcorrente” interpreta il ruolo di una psicologa del consultorio e in questa intervista ci ha parlato anche dei suoi progetti, del sogno realizzato di prendere parte a un musical e del suo romanzo autobiografico “Cattivo sangue” (Vallardi A.), in cui racconta una vita al limite, segnata dalla convivenza con una malattia stigmatizzante e con quei fantasmi interiori troppo spesso schiacciati dietro le apparenze, anche quando il corpo urla e la felicità sembra sparita dall’orizzonte.

Elena, in “Controcorrente” interpreta una dottoressa, cosa può anticiparci riguardo il suo personaggio?
“Nelle storie che Italy Bares porta in scena c’è sempre un momento in cui viene dato uno spazio di racconto e informativo sul tema HIV. Nello spettacolo interpreto la psicologa del consultorio, che è il luogo in cui passano le trasformazioni dei personaggi, che vengono raccolti e rispediti alla vita. La storia di questo musical è molto ricca, infatti siamo riusciti a parlare anche dei migranti e delle persone che non hanno tutele e garanzie e quindi trattiamo il tema HIV non solo dal punto di vista degli italiani che in Italia hanno a disposizione tutto ciò che è necessario in materia di salute, e io lo posso testimoniare, nonostante non si stimoli la popolazione ad usufruire di test, associazioni, analisi, ma anche da quello dei Paesi del mondo in cui HIV significa ancora morte”.
Una caratteristica degli spettacoli di Italy Bares è riuscire ad unire arte, beneficenza e riflessione su tematiche attuali…
“Assolutamente sì. “Controcorrente” è l’espressione di quello che è il cuore degli artisti italiani che prendono parte al musical gratuitamente, dedicando due settimane intere o anche di più alle prove, allo studio, oltre al lavoro di scrittura musicale e di composizione scenica, per raccogliere fondi poichè per fare informazione non bastano i volontari ma servono i soldi per promuovere l’educazione sessuale in materia di malattie sessualmente trasmissibili, ma anche di diritti, possibilità, dando valore ad ogni singolo essere umano. Offriamo il nostro talento e siamo l’espressione di quello che si può fare insieme al pubblico”.
Cosa l’ha più colpita di questo musical?
“Il regista e il direttore creativo hanno una visione della creatività grandissima, non si limitano a raccontare una storia ma si vive un’esperienza artistica, immersiva in suoni, colori, energia, corpi, una modalità poetica con cui lo spettatore viene portato a vedere un musical splendido, con 185 artisti sul palco tra performer, cantanti, attori, acrobati, ballerini della Scala, musicisti. E’ uno spettacolo travolgente”.
Lei è autrice del libro “Cattivo sangue” in cui racconta la sua storia. Rispetto al passato come sono cambiati oggi la disinformazione e il pregiudizio verso le persone HIV positive?
“E’ cambiata innanzitutto la parola, non si usa più dire sieropositivo ma HIV positivo. Sieropositivo è legato a un’idea di malattia discriminante e brutta, a gente sporca, a persone che vanno allontanate. Dopo che è stato lanciato negli anni Ottanta lo slogan “se la conosci la eviti” per informare la gente ci si è dimenticati però di portare avanti il resto della comunicazione. Le persone che si sono infettate o che si possono infettare sono esattamente come noi, siamo tutti uguali, è una malattia come tutte le altre, non è peggiore o comunque non definisce umanamente la persona. Quello che cerchiamo di fare, anche attraverso lo spettacolo “Controcorrente”, è togliere il pregiudizio”.
Cosa manca ancora per abbattere definitivamente queste barriere mentali e culturali?
“In Italia non si fa educazione sessuale, non si parla della sessualità anche legata al benessere della persona, infatti conoscersi sessualmente significa avere individui sani. A me capita di fare dei panel nelle scuole e quando parlo con i ragazzi mi chiedono di spiegare, di far capire loro certi concetti perchè hanno dei dubbi, perchè i loro punti di riferimento che possono essere i genitori o la scuola storcono il naso su certi temi. Questo significa esporre i giovani a malattie sessualmente trasmissibili, non c’è solo l’HIV ma anche ad esempio il papilloma virus. Non possiamo sapere tutto dei reality e niente della nostra salute”.
In effetti nella miriade di informazioni che ci arrivano ogni giorno mancano spesso quelle legate a tematiche importanti…
“Esattamente e Italy Bares si mette in questo spazio e fa informazione con l’arte, la gioia, l’entusiasmo”.

Parlavamo poco fa del suo libro “Cattivo sangue” che è un viaggio nella sua vita, nel dolore che ha affrontato, ma regala anche coraggio e speranza. Quanto è stato terapeutico scriverlo?
“E’ stato indubbiamente terapeutico. Scrivere è gratis, fare l’amore bene è gratuito, così come essere felici. Insomma tutte le cose belle non costano nulla. Io stavo già benissimo l’anno scorso quando è uscito il libro. E’ stato un grandissimo viaggio che mi ha permesso di scoprire ancora più approfonditamente quanto peso mi sono tolta parlandone”.
Possiamo definire dunque quella che sta vivendo come una terza fase della sua vita…
“Decisamente sì, è una terza fase, sono una persona nuova. Prima non avevo idea di cosa volesse dire essere felice fino in fondo o vivere pienamente, era come se mi mancasse un pezzo. E’ molto faticoso fare una doppia vita, invece riappropriarsi di se stessi ti dà una prospettiva completamente diversa. E quest’anno l’ho sperimentato. C’è un sacco di spazio e ora so come riempirlo. Ed è tutto più bello”.
Cosa si sente di dire alle persone che stanno vivendo il suo stesso percorso?
“Non mi sento di dire nulla. Quando vivi certe situazioni sei terrorizzato da qualcosa che non dipende da te, sei convinto che quello che di peggio ti aspetti alla fine accadrà. Le persone faranno passi in avanti quando intorno ci saranno le condizioni ideali per farlo. Quest’anno ho conosciuto tanti HIV positivi, di tutte le categorie ed età, e nel dirmelo hanno avuto qualche difficoltà, provavano vergogna. C’erano anche figli che soffrono per il fatto che non possono neanche chiedere informazioni perchè non vogliono che si scopra la positività dei genitori. Siamo 150 mila positivi in Italia, senza contare quelli che ancora non sanno di esserlo, e insieme alle loro famiglie non possono vivere pienamente la vita perchè hanno semplicemente una malattia di cui non possono parlare per paura di quello che potrebbero pensare gli altri o di essere discriminati”.
Cosa ha fatto scattare in lei il coraggio per affrontare le proprie paure e rendere pubblica la sua storia?
“Le condizioni che si sono create intorno, l’aver visto che avrei fatto una brutta fine tra qualche anno se avessi continuato a vivere così. Quando sei autodistruttivo, perchè in maniera subconscia lo diventi, c’è sempre qualcosa che non va bene e qualcuno magari intorno a te fissa un’asticella un po’ più in alto. Ho pensato che avrei fatto la stessa fine di mia mamma perchè stavo male, non ne potevo più e questo mi ha dato la spinta per cambiare. Il segreto è sempre qualcosa che diventa più importante di te e ti mangia, è come se avessi ingoiato dieci chili di piombo e non devi farlo vedere a nessuno e fai fatica a portarli dietro, ti chiedono di correre più veloce ma tu non riesci e non puoi dire perchè”.

credit foto http://www.elenadicioccio.com
“Controcorrente” è la realizzazione di un sogno in quanto nel suo libro racconta che da sempre voleva fare un musical…
“Lo scorso anno avevo preso parte allo spettacolo di Italy Bares portando la mia testimonianza e mi era piaciuto tantissimo, poi Giorgio Camandona ha letto il mio libro… A dicembre mi ha mandato lo screenshot della pagina in cui racconto che sognavo di fare un musical, così mi ha proposto di interpretare una parte in “Controcorrente” e ho accettato con entusiasmo. Si è chiuso un cerchio di cuore”.
C’è un musical in particolare che le piacerebbe interpretare?
“Ce ne sono tanti. Amo The Rocky Horror Show, Jesus Christ Superstar, Tutti insieme appassionatamente, Mamma Mia, A Chorus Line, Sette spose per sette fratelli, mi piace il musical come espressione artistica. Poi ci sono dei sogni irrealizzabili come il Re Leone, se vai a Broadway è sempre in cartellone, il cast è composto da artisti di colore con voci e fisici eccellenti, e anche i bambini che fanno i leoncini sono bravissimi”.
In quali progetti sarà prossimamente impegnata?
“Ho preso parte alla seconda stagione di una serie internazionale che si chiama “Signora Volpe”, le riprese sono durate quattro mesi e si sono svolte in Italia, ho appena terminato di girare un film dal titolo “La stanza indaco”, poi c’è il musical “Controcorrente” quindi mi concentrerò sul mio spettacolo che arriverà a teatro in autunno”.
Ci può svelare qualcosa a riguardo?
“La storia parte dal giorno del coming out, nel libro ho cercato di mantenere il mio stile ironico, la comicità, nonostante le tematiche siano faticose e sono contenta di essere riuscita a non portare sott’acqua per troppo tempo il lettore, invece lo spettacolo dal vivo racchiude la parte leggera, in quanto voglio fare ironia sulla mia malattia e tutto quello che comporta intorno. La discriminazione, se vista dal punto di vista propositivo della vita, diventa anche materia di divertimento. Abbiamo fatto un paio di date per provare lo spettacolo e il pubblico si è divertito. La gente arriva a teatro pensando magari di vedere un monologo triste perchè comunque il pregiudizio appartiene a tutti, invece alla prima battuta capisce che non è affatto così”.
di Francesca Monti
Si ringraziano Stefania Scarpetta ed Elena Simoncini
