Anteprima del film di AMELIO ospite a Palazzo XNL

Tripudio di applausi con un pubblico gremito accorso all’Anteprima del film “Il Signore delle formiche” di Gianni AMELIO, tema ispirato alla storia vera, sul caso Braibanti, presso Palazzo XNL a Piacenza, ex sede della società ENEL, che oggi appartiene alla Fondazione di Piacenza e Vigevano, convertita in luogo di cultura, dedicato a differenti linguaggi di Arte contemporanea, Cinema, Teatro, Musica. Progetto ideato da Paola Pedrazzini e sostenuto dalla Fondazione Fare Cinema di Marco Bellocchio. Convenuti, tra le maestranze e Sindaci, anche il Ministro Paola De Micheli e i parenti prossimi di Braibanti. Proiezioni in contemporanea in varie province, come al cinema Capitol di Fiorenzuola città natia di Aldo Braibanti, in cui si festeggia il centenario dalla sua nascita, il 17 settembre 1922.

Introduce e modera l’incontro, il critico cinematografico Anton Giulio Mancino, accompagnato da Enrico Magrelli. Il regista AMELIO, con sagace e puntuale risposta, esplica l’urgenza e la maturità con cui ha accettato la proposta di Bellocchio, nell’affrontare e prendersi cura del caso dell’accusa di plagio, del 1968, a carico di Aldo Braibanti. Uomo mite, letterato, drammaturgo, poeta, scultore, stimato da Pasolini, eclettico, non ultimo mirmitologo, studioso delle formiche, Braibanti, rimane uno dei casi più infamanti di accusa, nella storia della Legge italiana, reso come capro espiatorio per coprire la mentalità gretta , ottusa ed ipocrita, della società degli anni ’60-’70, sul tema dell’omosessualità. Un articolo di Legge, in vigore fin dal periodo fascista, cancellato solo nel 1981, dichiarato incostituzionale, merito la proposta del Partito Radicale.

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Il professore Braibanti viene accusato di aver plagiato mentalmente e fisicamente, un suo allievo, per altro già maggiorenne, con una condanna di anni 14 di reclusione, condonati a 9 anni, di cui ne fece un paio. Inizialmente, con atteggiamento di rassegnazione in fase di difesa, con integrità e consapevolezza, forte di quel pensiero eretico, che pone all’apice il concetto di libertà assoluta, di cui era proprio, Aldo Braibanti è metafora, di una gogna che si perpetua nel tempo, mediatica ancor oggi più che mai per i fatti di cronaca che ci appartengono, di una società che, giudica, addita e crocefigge, come nel caso di Cristo, tutto ciò che non comprende ed è diverso dal modello di omologazione imposto dal sistema.

E non è un caso che solo dopo pochi anni, nel 1971, Luchino Visconti, porta sugli schermi, il capolavoro , “ Morte a Venezia”, ambientato nella città lagunare, nei primi anni del secolo ‘900, ove il compositore Gustav, per riprendersi da una crisi cardiaca, pur essendo già maritato, recatosi ai Bagni del Lido per cure termali, s’invaghisce del giovane Tadzio dalla bellezza efebica, contemplandone la sua giovinezza, al riparo dagli occhi della madre, interpretata da Silvana Mangano, in un’atmosfera sospesa, in cui imperversa l’imminente epidemia di colera, metafora di una società malata, incapace di amore, e accettazione se non conforme alla tradizione o in forma di voyerismo e trasgressione nascosta.

L’agghiacciante storia segna anche la vita del giovane protagonista, Giovanni Sanfratello (nel film Ettore), interpretato da Leonardo Maltese, premio Starlight, consegnato dalle mani del produttore del film Gattoni, definito da Amelio “un miracolo”, in un film in cui ci sono due giganti, gli attori Luigi Lo Cascio e Elio Germano, interpreti rispettivamente di Aldo Braibanti e il giornalista dell’Unità, Ennio, vox populi. Anche se pur assenti alla presentazione, le attrici, Sara Serraiocco, Anna Caterina Antonacci, Rita Bosello, Maria Caleffi, Gina Rovere, (Emma Bonino) il ruolo femminile della donna tesse la trama, il fil rouge, del contesto narrativo drammaturgico, ritenuto da AMELIO, fondamentale, per la comprensione, della crudeltà e crudità, con cui, la madre di Giovanni/Maltese , decide di sottoporre a ben tre cicli di elettroshock, per “curare” il figlio dal suo male, attratto dal suo professore.

Il film, in concorso al Festival del Cinema di Venezia, vede protagonista anche un altro regista dall’acuta sensibilità, Emanuele Crialese, con l’opera L’Immensità, con Penelope Cruz, fortemente autobiografico, dove il tema dell’identità, libertà e relazione, accomuna, questi due registi, senza parlare di coming out ,ma di migrazioni, specchio della transizione che Crialese stesso ha provato sulla propria pelle nel cambiamento di una A con una E, sul suo documento d’identità, il cui prezzo da pagare per questa società, è stato lasciare un pezzo del suo corpo.

Il tema più alto dell’amore universale, per ri-dare dignità ed estrinsecazione ai sentimenti dell’essere umano, da sempre intrisi di razionale bestialità capace di compiere gesti orribili nei confronti dei propri simili, al contrario della natura animale che con l’istinto e il sentimento accoglie il diverso, se non per predarlo ai fini della sopravvivenza.

di Emanuela Cassola Soldati

credit foto Claudio Iannone

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