Intervista con Sara Simeoni, autrice del libro “Una vita in alto”: “Il volo è simile a un sogno, a cui chi non ha le ali aspira”

“E’ il salto più bello di tutti, staccarsi da terra e provare la sensazione di volare”. E’ una campionessa amatissima che ha fatto sognare l’Italia, ha vinto ben tre medaglie olimpiche nel salto in alto, un oro ai Giochi di Mosca 1980 e due argenti, a Montreal 1976 e a Los Angeles 1984, ha stabilito a Brescia nel 1978 il record del mondo con la misura di 2,01 metri che è rimasto imbattuto fino al 2007, ha aperto la strada alle donne nell’atletica ad alto livello, combattendo per far cadere tabù e pregiudizi. Sara Simeoni ha pubblicato il libro “Una vita in alto” (RaiLibri), scritto con il giornalista e vicedirettore di RaiSport Marco Franzelli, raccontandosi con divertita leggerezza attraverso i retroscena, molti inediti, di una carriera che l’ha portata ad essere eletta “Atleta del Centenario” nel 2014 in occasione dei cento anni del CONI. Ci sono poi aneddoti imprevedibili, comici, bizzarri, insospettabili curiosità e originali ritratti dei personaggi dello sport e non solo, le cui storie sono intrecciate alla sua.

Un’atleta con una forza di carattere e una determinazione grandissime che le hanno permesso di superare non solo l’asticella in pedana, ma anche le piccole e grandi difficoltà della vita.

Una donna solare, dolce, autoironica e con un sorriso contagioso, qualità che ha mostrato anche in televisione, dove ha riscosso un grande apprezzamento di pubblico prendendo parte alla trasmissione di Rai 2 “Il Circolo degli anelli”, dedicata all’Olimpiade di Tokyo del 2021.

E in occasione del torneo iridato di calcio, che si disputerà in Qatar a partire dal 20 novembre, tornerà in tv con “Il Circolo dei Mondiali”, in onda su Rai 1 in seconda serata, con Alessandra De Stefano e Jury Chechi, come ci ha raccontato in questa intervista che abbiamo avuto il grande piacere di realizzare.

Sara, ha pubblicato il libro “Una vita in alto”, scritto con Marco Franzelli. Com’è nata l’idea?

“Da tempo avevo nel cassetto una bozza perchè pensavo di scrivere un libro una volta che avessi smesso di gareggiare, ma poi per diversi motivi era rimasta tale. Ho sempre preso appunti riguardo ciò che mi succedeva, anche perchè poteva essere più interessante del racconto della gara in sè. Poi la scorsa primavera ho avuto modo di incontrare Marco Franzelli ad una premiazione a Roma e mi ha proposto di realizzare un libro insieme, dato che ci conosciamo da tempo e che gli avevo portato fortuna, poiché dopo avermi intervistata era entrato in Rai nel 1980. Però non volevo parlare solo delle gare e delle vittorie ma anche poter sottolineare quello che accadeva nella nostra società, perchè nei vari incontri organizzati nelle scuole mi si chiedeva spesso come avessi vissuto un determinato momento. Marco ha accesso alle Teche Rai ed è stato facile rimettere insieme i pezzi”.

Nella parte iniziale del libro, parlando del salto in alto scrive “è il salto più bello di tutti, staccarsi da terra e provare la sensazione di volare”, restituendo quindi un sentimento di libertà racchiuso nell’atto del saltare…

“Sì, forse perchè il volo è simile a un sogno, a cui chi non ha le ali aspira. Si può volare con l’aereo, con l’aliante, con le tute alari… il salto in alto è qualcosa di più semplice però quando ti sei allenato, sei in forma e l’asticella sale hai la sensazione della leggerezza e del volo. Da giovane poi sognavo spesso di essere una rondine e di planare tra gli alberi, in mezzo alle case, ed era molto bello. Ho voluto un po’ romanzare il salto in alto (sorride)”.

Il salto in alto può essere visto anche come una metafora della vita, dove si cerca di alzare l’asticella, di superare gli ostacoli e di rialzarsi quando si cade…

“E’ una metafora della vita perchè l’azione di alzare l’asticella, di porsi un obiettivo e continuare a spostarla cercando di raggiungerlo non è propria soltanto dello sport, ma di qualsiasi campo. Nel quotidiano o sul lavoro quando un’attività ci piace non è più sufficiente la routine, ma bisogna sempre mettere un po’ di sale per provare a migliorare la condizione”.

Con la sua determinazione, la sua classe e i traguardi che ha raggiunto, ha aperto la strada alle donne nell’atletica leggera. Infatti fino a quel momento c’erano dei pregiudizi sulle possibilità e sulle capacità delle donne stesse nell’ottenere risultati in ambito sportivo…

“Era un pregiudizio legato al fatto che la donna più di tanto non potesse impegnarsi nello sport perchè magari doveva dedicarsi al lavoro, alla famiglia, e decideva di smettere o di non praticarlo con continuità. Io invece ho voluto provare a farlo come una professionista, pur non essendolo, dopo i risultati che ero riuscita ad ottenere senza un allenamento particolare. Mi sono allenata, mi sono migliorata e mi divertivo così tanto che ho continuato a saltare fino alla fine della mia carriera. I traguardi ottenuti e le medaglie vinte hanno fatto capire che anche le donne potevano ambire a certe prestazioni, che l’impegno poteva essere pari a quello dei maschi, anzi noi abbiamo dovuto guadagnarci le cose senza poter dare per scontato niente”.

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credit foto archivio Fidal

L’apoteosi è arrivata con la vittoria dell’oro olimpico ai Giochi di Mosca 1980. Che ricordo conserva di quel momento e cosa ha rappresentato per lei quella medaglia?

“Sicuramente l’oro alle Olimpiadi di Mosca è stato la famosa ciliegina sulla torta. Avevo fatto il record del mondo, ero la più forte e dovevo a tutti i costi vincere quella medaglia. E’ stato un momento emotivamente molto intenso perchè quando sono entrata in campo mi sono accorta che lì mi giocavo tutto e dovevo per forza tirar fuori dal cilindro il risultato che mi avrebbe permesso di salire sul primo gradino del podio. Non è stato semplice ma è bello poterlo raccontare perchè alla fine ho messo al collo l’oro a cinque cerchi”.

Nel libro racconta che si è avvicinata all’atletica leggera alle scuole medie grazie alla professoressa Marta Castaldo, che dobbiamo ringraziare perchè altrimenti l’Italia non avrebbe avuto una grande campionessa come lei…

“Frequentavo le medie e con un gruppo di compagne abbiamo deciso di provare a fare atletica leggera per curiosità, non con l’idea di praticare questo sport che nemmeno sapevamo cosa fosse. Da piccola avevo visto in tv le Olimpiadi di Roma 1960 e mi sembravano una cosa così lontana da me. L’idea era di ritrovarci al di fuori della scuola, in un ambiente in cui i genitori erano tranquilli perchè sapevano dove fossimo e cosa si facesse, quindi non avevamo degli obiettivi sportivi in quel momento. Ho fatto le prime gare, l’ambiente era divertente, era uno sport sano e quindi ho continuato. Poi quando ho iniziato a salire sul podio e a gustare questa sensazione, sono andata ad allenarmi due volte alla settimana, poi tre e diventava sempre più impegnativo. Sicuramente l’insegnante è stata importante perchè ci ha fatto piacere l’ora di educazione fisica e quindi è stato un passaggio molto semplice quello che mi ha portato a praticare atletica. Grazie alle gare ho conosciuto altri coetanei, sono uscita dal paese, poi dalla regione e cercavo sempre di ottenere un buon risultato per poter andare a gareggiare in un determinato posto. Cinquanta anni fa non era normale fare una vita zingaresca come quella che lo sport ti porta a vivere. Per me era bellissimo girare il mondo con la valigia in mano, prendere treni, aerei, auto e scoprire cose nuove”.

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credit foto ufficio stampa Rai

In “Una vita in alto” racconta anche le difficoltà odierne di portare lo sport nelle scuole, cosa  si potrebbe fare per invertire questa tendenza?

“Il problema principale è la burocrazia. Ho toccato con mano quella della scuola ma credo sia lo stesso nei vari ambiti. Per avere un’approvazione non puoi andare diritta al sodo ma ci sono tanti cavilli che ti fanno passare la voglia. Se le attività sportive sono all’interno della scuola magari si riesce ad organizzarle, ma se non ci sono un minimo di attrezzature e di spazi e vuoi portare i ragazzi fuori dalla struttura è impossibile, perchè ogni quindici alunni ci deve essere una persona che li accompagna”.

I Giochi di Tokyo 2020 hanno rappresentato una rinascita per lo sport italiano, in particolare per l’atletica leggera con i successi di Jacobs, Tamberi, Strano, Palmisano, della staffetta 4×100. Pensando a Parigi 2024 quali sono le prospettive per l’Italia?

“Tokyo è stata un’Olimpiade indimenticabile e molto particolare. L’avvicinamento non ci aveva fatto pensare a questi risultati che per fortuna poi sono arrivati. Eravamo convinti e consapevoli di poter fare dei buoni piazzamenti ma sapevamo anche che non sarebbe stato semplice. Invece gli atleti azzurri sono stati eccezionali e hanno centrato l’obiettivo principale della stagione. Forse con il covid hanno avuto l’opportunità di programmare meglio l’impegno e di arrivare pronti a Tokyo. Adesso bisogna far fruttare tutto questo oro, che sicuramente è stato importante a livello promozionale, perchè ci sono stati tanti giovani che si sono avvicinati allo sport dopo le emozioni che i nostri campioni hanno regalato ai Giochi. C’è però pur sempre il problema di preservare gli atleti che hanno delle qualità, di non farseli scappare per gli abbandoni fisiologici. Quindi bisogna seguire il movimento giovanile. Guardando a Parigi 2024 sicuramente gli azzurri che hanno partecipato a Tokyo sono in età per prendere parte ad un’altra Olimpiade e ci auguriamo di rivederli in buone condizioni. Poi siccome abbiamo delle seconde schiere di giovani molto bravi è importante farle crescere per avere il giusto ricambio nei momenti opportuni”.

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credit Instagram Diego Antonelli

E arriviamo alla tv. Nel libro scrive che da piccola le piaceva guardare le gemelle Kessler che ballavano e ora è diventata lei un personaggio amatissimo, anche sui social e da generazioni diverse, dopo la partecipazione a “Il Circolo degli Anelli”. Che esperienza è stata?

“E’ stata un’esperienza divertente, piacevole e sorprendente perchè non mi aspettavo tutto questo successo. Nel corso del programma mi sono comportata in modo naturale, come quando sto con gli amici o a casa, quello che mi ha stupito è il fatto che ci fossero giovani che mi seguivano e quando uscivamo dalla sede della Rai mi chiedevano la foto o l’autografo. E’ stato bello ricevere tutto questo affetto da una generazione che non mi ha visto saltare”.

In occasione dei Mondiali di Qatar 2022 la squadra si ricomporrà per una nuova avventura…

“Torneremo con “Il Circolo dei Mondiali”, su Rai 1, ma non so ancora bene quale sarà il mio compito, quindi mi lascerò sorprendere. Quello che mi tranquillizza è che la durata della trasmissione sarà inferiore rispetto a “Il Circolo degli anelli” (sorride). Non ci sarà l’Italia. Purtroppo questa volta è ai box e non eravamo abituati ai Mondiali senza la nostra Nazionale. Cercheremo però di far sentire un po’ meno questa mancanza. Penso comunque che gli appassionati di calcio guarderanno lo stesso le partite perché è importante conoscere le squadre avversarie, vedere come si muovono i giocatori o come viene impostato il gioco, così saremo preparati quando gli azzurri le affronteranno”.

Le chiedo un’ultima curiosità: in “Una vita in alto” sono presenti diverse citazioni di celebri film, da “Forrest Gump” a “Ufficiale e gentiluomo”, qual è il suo preferito?

“Quelli che ho citato nel libro sono tra i miei preferiti, così come i film di Indiana Jones. E i cartoni animati. Non vedevo l’ora che ne uscisse uno nuovo per portare mio figlio al cinema, poi è cresciuto ma se li trasmettono in tv li guardo volentieri ancor oggi. Ho sempre invidiato la bravura e la capacità di questi disegnatori di cartoon che sono conoscitori incredibili della natura, degli animali, e riescono a giocare sull’espressione, sul movimento. Mi sarebbe piaciuto tantissimo saper fare quel mestiere”.

di Francesca Monti

foto copertina credit Facebook Sara Simeoni

Grazie a Valerio Vincenzo Iafrate e a Francesca Cavaliere Di Miscio

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