Intervista con Miriam Candurro: “Con il romanzo “La settima stanza” vorrei arrivasse la necessità di darsi una seconda possibilità”

“Nessun addio è davvero per sempre se il cuore, al solo pensiero di quello che ha perso, batte due volte più forte”. Una storia d’amore, un viaggio nei ricordi ma anche dentro se stessi: “La settima stanza” (Sperling & Kupfer) è il nuovo, intenso ed appassionante romanzo dell’attrice e scrittrice Miriam Candurro.

Protagonista della storia è Giovanni che dopo vent’anni fa ritorno al suo paese, San Falco, e in una casa da cui vuole stare lontano. Tutto è cominciato lì, a Villa Rosa, di fronte a un mare immenso e cristallino: una sera d’estate l’adolescente Giovanni, affacciato alla finestra della sua stanza, aveva visto una ragazza lottare tra le onde. Senza pensarci, era corso in spiaggia e si era buttato in acqua per salvarle la vita. Quel momento aveva cambiato tutto: lui ancora non lo sapeva, ma il suo destino e quello della ragazza sarebbero stati inesorabilmente legati. Ora, mentre i cancelli di Villa Rosa si riaprono, i ricordi riaffiorano vividi, prepotenti, e Giovanni si trova a fare i conti con il passato e con un sentimento che forse non ha mai dimenticato.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Miriam Candurro a margine della presentazione di “La settima stanza” alla Galleria Rizzoli di Milano, parlando con lei del romanzo, ma anche di Serena, il personaggio che da quasi undici anni interpreta in “Un Posto al sole” e della campagna #Iolotto contro la violenza sulle donne di cui è testimonial.

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Miriam, partiamo dal titolo del tuo nuovo romanzo che vede protagonisti Giovanni e Anna, cos’è “La settima stanza”?

“E’ innanzitutto un luogo fisico, è la stanza che il padre di Giovanni all’inizio degli anni Novanta cerca di ricavare per far sì che questa villa sulla spiaggia anziché un affittacamere possa diventare un albergo. E’ diversa perché le manca un metro quadro rispetto alle altre, quindi non può affittarla, decide di darla al figlio e assume così una serie di significati. Per Giovanni è il posto in cui cresce, passa le estati da adolescente, vive i suoi primi amori, le sofferenze, si sente protetto e a contatto con il grande protagonista della storia che è il mare. Per Anna invece questa stanza è il luogo centrale della sua vita”.

Possiamo definirla quindi anche come una sorta di stanza del cuore…

“E’ un posto dell’anima. Sicuramente ognuno di noi ha avuto la possibilità di non vivere, purtroppo o per fortuna, delle situazioni emotive, amorose, sentimentali, lavorative, perché non era il momento giusto. Sono rimaste lì in sospeso e ogni tanto ci pensiamo. E’ come se le avessimo messe in questa settima stanza del cuore, in questo angolino nascosto dove andiamo a sbirciare per fare sì che siano a portata di mano. Arriva però il giorno in cui entriamo, apriamo la finestra, facciamo prendere aria alla stanza e decidiamo di affrontare queste situazioni chiudendole definitivamente o vivendole per la prima volta in maniera concreta”.

Da cosa sei partita per la costruzione dei personaggi?

“Per Anna l’ispirazione è nata dopo aver letto un fatto di cronaca, che mi aveva sconvolta e scioccata come madre e donna, in cui si parlava di una ragazzina di un paesino della Puglia che veniva venduta e tutti facevano finta di nulla, pur essendo a conoscenza di questa situazione. Per quanto riguarda Giovanni sono invece partita dal desiderio di raccontare una storia d’amore, a distanza di anni, dal punto di vista di un uomo. Queste due esigenze sono convogliate in una narrazione comune, quella al centro del romanzo”.

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Solitamente un’attrice, così come una scrittrice, porta un po’ di sé e del proprio vissuto nei personaggi che interpreta o che crea, quanto c’è di te in questo romanzo? 

“L’approccio alla scrittura e alla descrizione del personaggio per quanto mi riguarda è identico a quando ne preparo uno già scritto, che devo interpretare, con la differenza che nel caso del romanzo è inventato da me. Anna, nel raccontare la violenza e i momenti positivi e negativi della sua storia, usa le parole che nascono dalle emozioni che in quel momento immaginavo di provare stando nei suoi panni. Quindi non ho fatto altro che recitare nella mia stanza mentre scrivevo al computer, pensare ai suoi sentimenti e provare a tradurli in parole, vivendo la storia insieme ai personaggi”.

E’ un romanzo che entra nell’attualità, infatti Giovanni parte per tornare al suo paese, San Falco, il 22 marzo 2020, il giorno prima del lockdown per la pandemia che ha costretto tutta l’Italia a rimanere chiusa in casa. Quando è nata l’idea di questa storia e come hai vissuto quel periodo? 

“L’idea di questa storia è nata nel 2018, quindi prima della pandemia, ma mi ponevo il problema di come riuscire a bloccare Giovanni da qualche parte. Avevo inventato una nevicata, un terremoto, una serie di eventi catastrofici e poco credibili. Avevo anche scritto dei pezzi che poi sono confluiti nel romanzo ma non riuscivo a trovare una motivazione forte. Quando c’è stato il primo lockdown, con l’obbligo di dimora, io piangevo davanti alla tv come tutti e stavo male all’idea di essere da un’altra parte e non poter tornare a casa, ma nello stesso tempo ho pensato di aver trovato l’idea giusta per bloccare Giovanni nel paese in cui non voleva stare. Una volta dato quell’input il romanzo è venuto a cascata, perché la storia c’era nella mia testa e aveva solo bisogno di un innesco. Ho scritto il libro nel 2020, da Pasqua fino a giugno, quando sono ripartite le riprese di “Un Posto al sole”, il primo set in Italia a riaprire, ed io ero la prima a dover girare. Quindi ho chiuso frettolosamente il romanzo, per poi tornare a lavorarci sei-sette mesi dopo”.

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“La settima stanza” è una storia d’amore, un romanzo formativo in cui possiamo in qualche modo rivederci, poiché Giovanni fa sì un viaggio nei ricordi ma soprattutto un viaggio dentro se stesso, come è accaduto a tutti durante la pandemia…

“Esattamente. In quel periodo abbiamo dovuto fare i conti con noi stessi perché avevamo solo quello. Magari vivevi con un compagno, con la famiglia ma la mattina quando aprivi gli occhi e la sera quando andavi a dormire non avevi distrazioni e avevi il tempo per guardarti dentro. Per tante persone il lockdown ha avuto un grande significato ed è servito a chiedersi cosa volessero veramente nella vita. Io sono tra queste. In quel momento di pausa forzata ho pensato per cosa sarei voluta essere ricordata se domani fosse finito tutto e l’unica cosa che mi veniva in mente era la scrittura. Tant’è che contemporaneamente al romanzo avevo anche un blog quotidiano, “1000 km Rossi”, insieme ad Andrea Bello, in quanto volevo che nell’assurdità di quella situazione, nell’apocalisse totale, la scrittura potesse testimoniare nel tempo qualcosa che probabilmente non avremmo più avuto modo di ricordare”.

Cosa vorresti arrivasse al lettore con “La settima stanza”?

“Vorrei arrivasse la necessità di darsi una seconda possibilità perché, vissuta anche dopo molti anni, con una consapevolezza e maturità diverse, ti permette di chiudere dei capitoli lasciati aperti, dei lavori, dei desideri, delle cose che volevamo fare e magari non siamo riusciti a realizzare”.

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Gina Amarante e Miriam Candurro in “Un Posto al sole” – credit foto Giuseppe D’Anna

Da quasi undici anni vesti i panni di Serena Cirillo nella soap “Un Posto al sole”. Qual è la caratteristica di questo personaggio che preferisci e qual è la linea narrativa che più ti ha divertito interpretare?

“Mi piace il fatto che Serena è mossa dall’amore, è molto simile alla ragazza della porta accanto e riesce a creare un’empatia con le persone. Difficilmente compie azioni fuori dall’ordinario e quando accade è perché, andando in onda la soap tutto l’anno, giustamente gli autori devono inventare qualcosa (sorride). Tolti questi rari momenti di follia, è una donna che ha sposato l’uomo che amava, ha due figlie e ha coronato il suo sogno d’amore. In questo periodo mi sta divertendo tanto interagire nuovamente con le gemelle Manuela e Micaela, interpretate da Gina Amarante, perché portano una ventata di allegria e spensieratezza. Nelle prossime settimane poi ci saranno degli incontri-scontri con Mariella, a cui dà il volto Antonella Prisco che è bravissima, e mi hanno fatto ricordare che Serena è una ragazza del popolo. Fin quando vivi nella torre di Palazzo Palladini con il principe azzurro sei un po’ principessa, ma sia le gemelle che Mariella hanno smosso quella veracità che aveva Serena e che avevo un po’ dimenticato. E’ stato bello perché nella soap non facciamo quasi mai la commedia e quando capita di recitare queste scene è divertente”.

Sei testimonial di #IoLotto contro la violenza sulle donne, campagna ideata e realizzata dall’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Napoli. Una tematica purtroppo sempre attuale, che tu hai avuto modo di affrontare anche attraverso il personaggio di Giorgia nella serie “I Bastardi di Pizzofalcone”…

“I responsabili di questa importante iniziativa mi hanno contattato chiedendomi di dare il mio supporto e ho accettato volentieri in quanto la violenza psicologica purtroppo, a differenza di quella fisica, è subdola, vigliacca, non viene subito percepita ma arriva a sradicare le certezze di donna, di essere umano, logora chi la subisce. Spesso le donne la riconoscono dopo che una storia è finita e specialmente in alcune situazioni, culturalmente non così pronte, la violenza psicologica è scambiata come grande amore, quindi “mi ama tanto per cui non mi fa uscire, mi accompagna al lavoro così non mi stanco”. Mi ha subito entusiasmato il tipo di messaggio che volevano far passare con questa campagna. Per quanto riguarda Giorgia è una donna intelligente ma proprio perché la violenza arriva da suo marito Francesco (interpretato da Gennaro Silvestro) che è un poliziotto, una persona da cui non ci si aspetta quel comportamento, non riesce a liberarsene e arriva ad essere peggio di lui e ad aggredirlo fisicamente, come abbiamo visto nel finale della terza stagione de “I Bastardi di Pizzofalcone”. Vedremo cosa accadrà nelle nuove puntate che stiamo girando. Posso dirvi che vi stupiremo”.

di Francesca Monti

Grazie a Stefania Lupi – Ufficio Stampa Un Posto al sole

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