In occasione della Giornata della Memoria, Edith Bruck ha portato la sua testimonianza alle scuole: “L’interesse e l’ascolto dei ragazzi ripaga la grandissima fatica nel raccontare la mia storia”

In occasione della Giornata della Memoria, Edith Bruck ha portato la propria testimonianza alle scuole che hanno aderito ai progetti didattici della Fondazione Museo della Shoah.

La scrittrice e poetessa di origini ungheresi naturalizzata italiana ha raccontato ai ragazzi, che l’hanno ascoltata con grande attenzione e trasporto, la sua storia e gli orrori che ha vissuto: “Abitavo in un villaggio di contadini. Dal 1942 fino al 1944 la propaganda nazista-fascista ha infettato tutte le persone. C’era una piccola minoranza ebraica, la maggior parte abbastanza religiosa, mio padre un po’ meno, mia madre era molto credente, eravamo sei figli, io ero la più piccola. La vita era quasi impossibile non solo per la miseria, ma per l’odio, l’offesa, anche i compagni di scuola da un giorno all’altro non ci salutavano più, compagni con cui hai giocato, dormito, mangiato. Ed era un dolore terribile perchè mi sentivo offesa, ti sputavano addosso, hanno rotto anche la testa a mio fratello. Quei due anni sono stati una non vita, prima della deportazione. La prima legge razziale è nata nel 1936 in Ungheria, in Italia è stata introdotta nel 1938. Io sono andata alla scuola elementare fino all’ultimo giorno, mio padre aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale, era decorato e pensava che non avremmo corso alcun pericolo. Ricordo che un giorno la vicina ha regalato a mia mamma della farina per fare il pane, lei era felice e aveva controllato quasi tutta la notte se fosse lievitato, come racconto nel mio libro “Il pane perduto”. All’alba verso le 5 hanno bussato due fascistoni e un gendarme e ci hanno detto di uscire. Mio padre, che aveva 48 anni, ha cercato le sue medaglie e le ha mostrate nella speranza che potessero essere di aiuto ma il gendarme, che era un ragazzo, ha detto che non valevano nulla e gli ha dato uno schiaffo. In quel momento ho capito che tutto era finito”.

Successivamente Edith Bruck e la sua famiglia sono stati deportati nei campi di concentramento:  “Ho visto il primo tedesco nel ghetto, sono stati gli ungheresi a portarci via. Siamo stati messi su un treno. Dopo tre notti e quattro giorni sul vagone bestiame, tutti in piedi, ci hanno avviato verso Auschwitz. Mia madre per la prima volta è stata con me molto dolce, protettiva, mi ha pettinato i capelli, mi ha messo due fiocchi, cosa che non faceva da tempo perchè il suo pensiero principale era sfamare i figli. E questa dolcezza materna da una parte mi rendeva felice, dall’altra mi terrorizzava perchè capivo che c’era qualcosa che non andava bene. Una volta arrivati era un inferno tale, non si poteva capire nulla, abbiamo sentito due parole, destra e sinistra, ci hanno spinti e siamo finite a sinistra, io e mia madre, mentre mio padre e mio fratello sono spariti in un attimo. Era un orientamento organizzato lucidamente. Sono rimasta con mia mamma, mi sono aggrappata a lei. Un soldato tedesco mi ha detto di andare a destra e mi ha dato una minima possibilità di sopravvivere. Quel gesto è stato per me una delle cinque luci. Io non volevo lasciare mia madre, che ha supplicato il tedesco in ginocchio di liberare la più piccola dei suoi figli ma lui l’ha picchiata con il calcio del fucile ed è caduta per terra. Poi mi ha rotto l’orecchio e mi ha malmenata finchè non sono arrivata a destra e ho ritrovato mia sorella Adele che aveva 4 anni più di me e ci hanno avviato a Birkenau, dove hanno detto che stavamo camminando sulla cenere degli zingari che erano stati bruciati. Quindi ci hanno portato ad Auschwitz nell’area C, baracca numero 11. Le donne facevano con acqua e terra il fondotinta per colorarsi il volto e sembrare meno pallide e malate. All’alba arrivava il camion con una scala e salivano quelle che erano state selezionate. Io avevo 13 anni e non dovevo neanche essere lì perchè il piano dei tedeschi era uccidere tutti fino ai 16 anni e dai 45 in su e lasciare in vita gli altri per mandarli ai lavori forzati. Ci hanno rasato i capelli, dato gli zoccoli, messo una palandrana lunga e ci hanno messo in fila e portato al blocco 11. Io sono riuscita a scappare all’alba, insieme a mia sorella, sono stata fortunata. Da lì ci hanno spostato a Dachau, che aveva cento sottocampi, quindi a Kaufering dove dovevamo lavorare. Abbiamo pelato patate, rape, per gli ufficiali tedeschi all’interno di un castello che ancora esiste e un giorno una delle due guardie mi ha detto di portare una patata in cucina. Lì mi ha avvicinato un cuoco e mi ha chiesto il nome. Questa domanda rappresentava la speranza, la luce negli uomini, la lotta per la vita, era tutto miracoloso, difficile da raccontare. Io ero spaventata, non sapevo cosa volesse e così quel cuoco ha detto che aveva una bambina piccola come me e mi ha regalato un pettinino da uomo. Lo stesso gesto lo ha ripetuto Papa Francesco a casa mia quando è venuto a trovarmi, è stato surreale e anche molto poetico e mi ha allungato un pettine che non aveva in mano dicendo che avrebbe voluto essere lui quel cuoco. La terza luce è arrivata a Kaufering dove un soldato mi ha buttato addosso una gavetta con violenza ma ha lasciato dentro 2-3 centimetri di marmellata. Dopo alcuni mesi ci hanno trasferito in un altro sottocampo e lì abbiamo fatto la trincea per i soldati e lo strumento che mi hanno dato in mano per scavare era talmente pesante che cadevi per terra. Durante questi spostamenti eravamo sempre meno perchè si moriva di fame, freddo, malattie. Un soldato mi ha gettato addosso un guanto bucato e quel buco era la vita, rappresentava tutta la bontà umana. Dopo questo lavoro forzato ci hanno spostato a Bergen-Belsen e avevamo paura che ci uccidessero. Lì è iniziata la marcia della morte, abbiamo raggiunto a piedi Christianstadt, in Sassonia, oltre 500 km. La metà dei deportati è morta. Da quel momento sapevamo che o camminavi o morivi. Le fattorie tedesche ci hanno permesso di dormire nella stalla, tra l’immondizia, frugando per trovare delle bucce di patate perchè i tedeschi stavano perdendo la guerra e buttavano poco. Arrivati a Christianstadt abbiamo dormito sulla paglia e dopo tre settimane in cui avevamo mangiato solo due volte, eravamo smarrite totalmente. Abbiamo camminato per altri giorni mangiando cacca secca di vacca, foglie, e le guardie ci buttavano indietro per farci scivolare e rifare la salita in quanto i nostri zoccoli erano pieni di ghiaccio. A Bergen-Belsen siamo arrivati nei campi degli uomini e lì la cosa allucinante era questa sala in cui il pavimento di cemento era ricoperto di cadaveri, nudi. I gendarmi hanno promesso che ci avrebbero dato una doppia razione di zuppa se avessimo trascinato questi corpi in una grande tenda della morte. Lo abbiamo fatto ma non hanno mantenuto la parola. In quel momento ho promesso che se ce l’avessi fatta a sopravvivere avrei raccontato quello che era accaduto e così è stato. Dopo poco a Bergen-Belsen hanno aperto l’ingresso, è arrivata una jeep e pensavamo fossero tedeschi. Ci siamo messi sull’attenti, è sceso un uomo e ha detto che eravamo libere, ma non capivamo le sue parole. Poi da un camion è sceso un soldato americano ebreo e ci ha spiegato che c’era stata la Liberazione, ci hanno chiesto di togliere le palandrane e hanno fatto un falò dei vestiti, e ci hanno dato degli altri abiti. Ci hanno poi portato nell’ospedale americano e lentamente ci hanno dato da mangiare. Siamo state lì due mesi e poi ci hanno lasciato uscire con un documento con il nostro nome. L’unica cosa che volevamo era tornare a casa a tutti i costi”.

Quando però Edith Bruck e sua sorella Adele arrivano a casa trovano soltanto distruzione e ostilità: “Arrivate in Ungheria la casa era distrutta, non c’erano aiuti, non c’era assistenza, la gente ci ha cacciato pensando che volessimo vendicarci ed è iniziato un pellegrinaggio molto doloroso da un Paese all’altro, prima in Cecoslovacchia, poi in Israele, finché sono arrivata a Napoli e ho capito che c’era qualcosa di famigliare tra la gentilezza, l’accoglienza e la povertà. Mi sono trasferita a Roma, ho imparato la lingua italiana, ho ripreso la scrittura che avevo lasciato e ho pubblicato nel 1959 il primo libro”.

Da anni la scrittrice e poetessa incontra gli studenti per portare la sua testimonianza, affinché non vengano dimenticati gli orrori della guerra, le vittime dell’olocausto e la Shoah: “Frequento le scuole in presenza quando possibile o in collegamento su zoom. Dai ragazzi ricevo migliaia di lettere bellissime che andranno a comporre, insieme ai disegni, il mio prossimo libro dal titolo “Il frutto della memoria”. Il loro atteggiamento e ascolto mi ripaga della grandissima fatica di raccontare la mia storia. Anche oggi mi capita di piangere mentre parlo di quanto è accaduto a me e alla mia famiglia, e questo vuol dire che va tutto bene e che proviamo ancora delle emozioni”.

Qui il video completo:

di Francesca Monti

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