Si torna ai classici del teatro, per l’ultimo appuntamento della Prosa al Ridotto al Comunale di Vicenza, con un grande testo di Luigi Pirandello, rappresentato per la prima volta poco più di 100 anni fa, ma ancora attualissimo per i suoi temi: è “L’uomo dal fiore in bocca” in programma sabato 25 marzo alle 20.45, pièce in atto unico, adattamento teatrale e regia di Francesco Zecca con Lucrezia Lante della Rovere nei panni della Donna vestita di nero (la moglie del protagonista della novella). Lo spettacolo, una produzione Argot, realizzata in collaborazione con Pierfrancesco Pisani per Infinito Teatro, musiche di Diego Buongiorno, disegno luci di Alberto Tizzone, è attualmente in tournée nei teatri italiani; dura 55 minuti. Per lo spettacolo del 25 marzo restano ancora dei biglietti.
“L’uomo dal fiore in bocca”, rappresentato per la prima volta il 24 febbraio 1922 al Teatro Manzoni di Milano, nella versione originale di Pirandello è un colloquio che avviene in una stazione dei treni tra un uomo che sa di essere condannato a morire, e per questo medita sulla vita con urgenza appassionata, e uno come tanti, che è lì perché ha perso il treno (un pacifico avventore), che vive un’esistenza normale, senza porsi il problema della fine. L’autore, come in altri casi, ricavò il testo teatrale da una novella scritta anni prima e intitolata “La morte addosso”. Diventato un caposaldo della drammaturgia pirandelliana, portato in scena dai più importanti interpreti del teatro nazionale (tra tutti Vittorio Gassman e Gabriele Lavia), “L’uomo dal fiore in bocca” è un tipico esempio di dramma borghese nel quale convergono le grandi tematiche del maestro agrigentino: il relativismo della realtà, per cui il quotidiano, tanto banale per alcuni, acquista una valenza completamente differente per chi si avvicina alla morte, e l’incomunicabilità tra le gli esseri umani.
Nella versione teatrale di Francesco Zecca, invece, quella donna che Pirandello ha fatto solo intravedere nella sua drammaturgia (un’ombra di donna che non entra in scena e non parla), a cui dà voce e corpo Lucrezia Lante della Rovere, prende il sopravvento, una donna il cui unico bene rimasto è “attaccarsi con l’immaginazione all’esistenza”, cercando di non far morire, attraverso il ricordo, il marito colpito da epitelioma (la malattia del “fiore in bocca” nel linguaggio popolare, da cui il titolo). La Donna vestita di nero, moglie del protagonista (in questa versione già morto e sepolto), si proietta alla ribalta, parla, sa osare con decisione e misura, rovesciando la prospettiva narrativa in un racconto che diventa quasi tutto al femminile. Le indicazioni di scena di una figura femminile che appare all’ombra di un cantuccio “vestita di nero, con un vecchio cappellino dalle piume piangenti” sono rispettate, ma solo quelle: qui è lei a dominare la scena. E Lucrezia Lante della Rovere presta voce appassionata e commovente a questa figura dolente, che si piega su stessa, in cui le parole, la gestualità, gli abiti del lutto amplificano la forza della sua interpretazione, creando dei momenti di profonda commozione.
credit foto Manuela Giusto
