Intervista con Grazia Di Michele: “Nella vita bisogna rischiare, amando e lasciandosi amare”

“La musica è stata e dovrebbe essere non solo un veicolo di evasione ma anche di riflessione”. Si intitola “Dalle Parti del Cuore” il nuovo singolo di Grazia Di Michele, pubblicato su Madre Terra GDM.

Una struggente ballata romantica, una melodia ariosa, che affonda le radici nella tradizione musicale italiana e nello stesso tempo risente dell’influenza dei grandi classici della canzone d’oltreoceano, che parla d’amore senza affidarsi al sentimentalismo, ma andando a investigare con immagini semplici ed efficaci il dualismo tra mente e cuore in un crescendo di intensità ed emozione.

In questa piacevole chiacchierata Grazia Di Michele, artista eclettica e innovativa, con una splendida carriera lunga oltre quarantacinque anni e la voglia di mettersi sempre in gioco, ci ha parlato del nuovo singolo “Dalle parti del cuore”, ma anche dei ricordi legati al suo primo disco “Cliché”, del suo legame con il cinema e della difficoltà che hanno le giovani cantautrici a trovare degli spazi per farsi conoscere.

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Grazia, è uscito il suo nuovo singolo “Dalle parti del cuore”, una ballad che racconta il dualismo tra mente e cuore. Com’è nato questo brano?

“Le canzoni nella maggior parte dei casi nascono da un pensiero, da un sentimento che sto vivendo o che ho vissuto. Il brano parla della paura di amare e di lasciarsi amare e i motivi possono essere tantissimi, legati a delusioni, a un’aridità che in qualche modo ci colpisce in un momento esistenziale o non transitorio. Dalle parti del cuore c’è spesso confusione e le strade non sono sempre dritte, in quanto la paura ci impedisce di far arrivare i sentimenti in maniera pura ma anche di farli defluire dal nostro cuore. E’ una riflessione che non riguarda solo i rapporti di coppia ma anche il nostro modo di stare al mondo e di farci toccare in maniera sensibile da quello che accade”.

Il video del brano è stato realizzato dal giovanissimo Fabio Tata, come si è sviluppata questa collaborazione?

“Insegno in una scuola a Sora, vicino a Roma, e la mia collaboratrice Teresa Reale, che ho spinto a partecipare a The Voice Senior 2023 che ha poi vinto, mi ha detto che c’era un ragazzo che voleva regalarmi un video. Mi sembrava così carino questo gesto che in maniera incosciente ho accettato e ho mandato a Fabio questa canzone. Lui l’ha interpretata a modo suo, nel senso che ha fatto scaturire questa paura di innamorarsi di nuovo da un abbandono, da un addio. Ha scritto la sceneggiatura, ha trovato gli attori, le location, mi faceva tenerezza perchè correva avanti e indietro per il paese e alla fine ha realizzato il video con questa storia un po’ particolare. Sono contenta di avergli dato fiducia”.

“Dalla parte del cuore” è legato con un filo rosso al precedente singolo “Dall’altra parte”, che è una riflessione sulla difficoltà di empatizzare con gli altri, di mettersi nei suoi panni…

“Sono legatissime. La paura è identica, in “Dall’altra parte” è quella del diverso, di guardare al di là senza mettere filtri o alzare muri, senza avere pregiudizi, cosa che accade molto spesso. La stessa cosa riguarda la capacità di amare perché a volte i filtri, i pregiudizi e i muri si alzano anche nelle relazioni. E’ uno sguardo sugli altri, sul mondo, su quello che sta accadendo alle porte dell’Italia, con la gente che cerca di trovare il suo diritto alla felicità ma deve scontrarsi con le chiusure mentali. E questo succede anche nei rapporti d’amore dove si è sempre molto attenti a non fornire armi che ti possano tornare indietro. Ci sono delle mie amiche ad esempio che dicono che non fanno certe confidenze, perchè prima o poi diventano un coltello che torna indietro. Tutto questo forse impedisce di avere dei rapporti sani, ma nella vita bisogna pur rischiare, amando e anche lasciandosi amare”.

Attraverso le canzoni ha affrontato varie tematiche, dall’ambiente al mondo femminile nelle sue varie sfaccettature. Quanto la musica può essere ancora un mezzo per smuovere le coscienze?

“Penso che la musica sia sempre stata un mezzo per smuovere le coscienze e continui ad esserlo perchè è un modo privilegiato per arrivare a tutti. La canzone che parla d’amore, della società, di problematiche riesce a dare dei messaggi, anticipa o previene, spiega, sensibilizza, solo che nel tempo l’abbiamo un po’ persa per strada, intesa in questo senso. La canzone d’autore nasce in Italia con i Cantacronache, tra il 1958 e il 1962, quando si è formato questo gruppo di intellettuali di cui facevano parte Eco, Rodari, Calvino, Sergio Liberovici e Michele Straniero che si riunivano per raccontare la società, la vita. Nel 1958 Modugno vinse il Festival di Sanremo con “Nel blu dipinto di blu” che era un manifesto futurista, ma in generale i brani di quel tempo parlavano d’amore e della mamma. I Cantacronache hanno creato le basi di quella canzone d’autore impegnata che affrontava tematiche importanti, come ad esempio “Dove vola l’avvoltoio?” che parla di pace e che venne fatta risuonare al convegno della CGIL del 1958 su una macchina con un altoparlante che andava per le strade di Torino a raccontare il dopoguerra in un modo diverso, non con la voglia di scappare dal passato. Ultimamente ho preso parte, con Maria Rosaria Omaggio, ad un tributo ai Cantacronache proprio nel capoluogo piemontese e alla fine siamo andati in un ristorante insieme a Fausto Amodio e ad altri musicisti che hanno fondato il gruppo e ne stanno ancora raccontando la sua storia, hanno preso le chitarre e hanno iniziato a suonare e tutti conoscevano i brani. Oggi mi riesce difficile pensare che un ragazzo canti in mezzo a una strada e la gente sappia cosa sta cantando. Si è perso lo spirito con il quale si condivideva la voglia di affrontare tematiche sociali. I cantautori parlano spesso di sé, dei propri rapporti, è come se lo sguardo sul mondo si fosse un po’ appiattito. Quando ho preso parte a Sanremo insieme a Mauro Coruzzi con “Io sono una finestra”, un brano sul pregiudizio nei confronti dell’identità di genere, tante persone ci hanno contattato perchè si sono sentite rappresentate. La musica è stata e dovrebbe essere non solo un veicolo di evasione ma anche di riflessione”.

A proposito del Festival di Sanremo ci tornerebbe in futuro?

“Io non escludo nulla nella mia vita, per il momento sto pensando ad altro, in futuro chissà”.

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Recentemente è stata la madrina e ha presieduto la giuria generale del prestigioso Premio Bianca D’Aponte, che idea si è fatta sul cantautorato femminile attuale?

“Da un paio di anni ho creato un gruppo di cantautrici, abbiamo una chat in comune in cui ci confrontiamo e ognuna racconta i propri progetti, poi quando ho iniziato a lavorare con Mariella Nava e Rossana Casale ho inserito anche loro e abbiamo deciso che ogni data dei nostri concerti doveva essere aperta da una di queste meravigliose ragazze, che hanno un potenziale pazzesco, non solo poetico ma anche commerciale, solo che lo spazio è sempre più ridotto e al di là del Premio Bianca D’Aponte è sempre più difficile trovare occasioni per farsi conoscere”.

Cosa si potrebbe fare affinché queste cantautrici possano avere maggiore visibilità?

“Nel mio piccolo ho cercato di fare dei Festival, di parlare di queste cantautrici, sono andata con loro da Red Ronnie, per raccontare quello che fanno, ma si tratta di una cosiddetta isola. Sono pochi infatti quelli che oggi possono offrire la possibilità di farsi conoscere a queste ragazze che realizzano dei dischi meravigliosi, che vanno in giro a suonare quando possono, scrivono libri, studiano, stanno a contatto con la musica e meriterebbero molto di più. Ultimamente sono stata ospite in una trasmissione e mi hanno detto che non avrei potuto cantare più di un minuto e mezzo perchè la gente poi si stufa. Come fai a conoscere la storia di un brano se non hai tempo per spiegare quello che stai facendo? E’ un atteggiamento secondo me sbagliato nei confronti di tutti gli artisti, conosciuti o emergenti che siano”.

In effetti oggi alla cultura in generale non viene attribuito il giusto valore e forse il minore spazio è legato al fatto che venga data importanza a ciò che fa notizia…

“E’ vero, inoltre c’è un imbarbarimento generale legato anche allo spostamento sui social del mondo, delle persone, degli artisti. Se non li utilizzi sei fuori dalle dinamiche anche di Sanremo, perchè è più importante che tu abbia i follower rispetto ad una storia. Io vivo e sopravvivo bene,  faccio tante cose belle, come lo spettacolo Poesie di carta, un omaggio a Marisa Sannia con le poesie di Federico Garcia Lorca e di poeti sardi, o il concerto Terra!, sono madrina di “Tulipani di seta nera” e ci lavoro con grande passione, sono stata a Madrid con il Premio Bianca D’Aponte, sto partendo per Parigi, dove tengo una masterclass sulla canzone d’autore italiana e francese e farò un concerto, ho l’agenda piena e alla mia età posso solo essere felice ma mi pongo il problema delle nuove generazioni perché al di là di concorsi che lasciano il tempo che trovano o dei reality non ci sono molte possibilità”.

Per diversi anni ha ricoperto il ruolo di insegnante ad “Amici”. Rispetto al passato i talent oggi possono ancora dare un’opportunità concreta ai giovani artisti?

“Il talent, in un mare di indifferenza generale, offre un’opportunità, seppur a pochi, però alcuni se la giocano male, così passato l’effetto dell’uscita dagli studi con folle di fan che ti chiedono l’autografo dopo un mese rischi di passare in secondo piano perchè è arrivato un nuovo cantante da un altro talent. Bisogna avere un grande equilibrio, saper mettere insieme talento, intelligenza, capacità comunicativa ed espressiva, e nervi saldi. Tanti bravi artisti provengono dai talent, anche da Amici, e sono ancora nel panorama musicale dopo diversi anni”.

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Nel 1978 è uscito il suo primo disco, “Clichè”, che ricordo conserva di quel periodo?

“Quando ci penso mi viene in mente la parola incoscienza, perché in realtà ero andata a cantare al Folkstudio un paio di canzoni che avevo scritto con mia sorella Joanna e mi hanno preso subito. Forse l’idea di una donna che suonava la chitarra e che cantava delle canzoni di un certo tipo ha solleticato la curiosità di un discografico. Ernesto Bassignano mi notò e mi portò alla RCA. Arrivata lì mi sono resa conto che mi stavano proponendo un contratto e un disco. Alla domanda se avessi dei brani pronti ho detto di sì ma ne avevo solo due scritti per gioco e mi sono buttata in questa avventura in maniera incosciente, perché sapevo che mi piaceva e interessava il mondo della musica anche se stavo studiando per fare altro. Poi c’è stato il colpo di fulmine, il primo disco, la gioia di lavorare in uno studio di registrazione con dei musicisti eccellenti, tra i quali Arturo Stalteri, e un produttore fantastico. Tutto questo mi ha indotto a riflettere su quello che stavamo facendo io e mia sorella, cioè parlare da donne di temi che non affrontava nessuno, dall’aborto allo stereotipo maschile e femminile, all’omosessualità femminile. Quindi in qualche modo siamo andate avanti e non mi sono più fermata”.

Siete state sicuramente rivoluzionarie per quel tempo, avendo avuto il coraggio di affrontare tematiche che anche oggi nella musica non vengono spesso cantate…

“Quel primo disco ebbe una buonissima accoglienza da parte della critica anche per la sua stranezza. Io non mi ritenevo una cantante, vocalmente non avevo studiato o preso lezioni di canto e dicevo le cose in un modo un po’ confidenziale, particolare. Siamo arrivate nel momento giusto con una proposta adeguata e con un discografico, Vincenzo Micocci, che ha capito che avevamo tanta voglia di dire delle cose e ci ha messo in condizione di farlo”.

Alcuni suoi videoclip sono stati realizzati dal Premio Oscar Gabriele Salvatores ed è direttrice artistica del Festival Internazionale “Tulipani di seta nera”. Qual è il suo rapporto con il cinema? 

“Amo il cinema, non saprei stare senza la possibilità di godermi la bellezza e la magia della settima arte. In più ritengo che lavorare sui video, cioè fare in modo che le canzoni possano avere un racconto anche visivo, sia importante e l’ho capito grazie a Gabriele Salvatores, che non è soltanto un Premio Oscar ma anche una persona meravigliosa, con una grande sensibilità. Quando abbiamo realizzato il primo video con la sua regia, “Mama”, è stata un’esperienza molto bella e mi ha detto non era un elemento che poteva allontanare dalla comprensione di un testo ma che poteva renderlo ancora più prezioso. Sono capitata bene, come quando la prima storia d’amore è quella giusta”.

di Francesca Monti

Grazie ad Elena Torre

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