L’attrice Catherine Deneuve è sulla spiaggia di Pampelonne, vicino a Saint-Tropez, per le riprese del film La Chamade di Alain Cavalier, tratto dal romanzo di Françoise Sagan. L’attrice interpreta Lucile, che conduce una vita mondana e superficiale, all’insegna dell’agio e del lusso. Il suo cuore batte freneticamente, frettolosamente, appassionatamente. Come quello dell’amore per il cinema che il Festival di Cannes celebra ogni anno: se ne sentono ovunque le pulsazioni vive e abitate. Il cuore della Settima Arte, dei suoi artisti, dei suoi professionisti, dei suoi amatori, della stampa batte come un tamburo, al ritmo dell’urgenza imposta dalla sua eternità.
L’attrice di Peau d’Âne è un’incarnazione del cinema, lontana dalle convenzioni e dalle comodità. È intransigente ma sempre vicina alle sue convinzioni, anche se ciò significa andare controcorrente rispetto ai tempi. È la musa di Jacques Demy, Agnès Varda e Luis Buñuel, di François Truffaut, Marco Ferreri e Manoel de Oliveira, di André Téchiné, Emmanuelle Bercot e Arnaud Desplechin. Le sue collaborazioni sono nel pantheon degli immensi cineasti di ieri e di oggi. Catherine è l’anello di congiunzione tra loro. Da oltre 60 anni, la più grande star francese non ha mai smesso di girare, di reinventarsi, di sperimentare, di osare contro-opere o opere prime. Un’icona che non è mai stata ferma e che dà vita alla sua arte. A suo modo, la Deneuve incarna la ricchezza del cinema che il Festival vuole difendere: film d’autore ma anche film popolari di qualità.
Quattro anni prima del 1968, Catherine Deneuve era stata protagonista di Les Parapluies de Cherbourg di Jacques Demy, vincitore della Palma d’Oro nel 1964. L’anno successivo, Repulsion di Roman Polanski vinse l’Orso d’Argento a Berlino. Seguono La Vie de château di Jean-Paul Rappeneau, Les Demoiselles de Rochefort di Jacques Demy e Belle de jour di Luis Buñuel.
Da quel momento in poi sarà un percorso di gloria, costellato di capolavori e impegni che trasformeranno il ritratto di una star in quello di una donna di convinzioni. Catherine Deneuve è infatti anche cofirmataria, nel 1971, del “Manifesto dei 343” che chiede la legalizzazione dell’aborto o, nel 2018, di un testo collettivo in cui un centinaio di donne rifiutano, invece, “il puritanesimo, la delazione e ogni giustizia di comodo”.
Catherine Deneuve ha recitato anche in Indochine di Régis Wargnier, che è stato l’ultimo vincitore francese dell’Oscar per il miglior film internazionale nel 1993. Nel 1994 è stata vicepresidente della giuria di Clint Eastwood che ha premiato Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Nel 2000, Dancer in the Dark di Lars von Trier è stata la seconda Palma d’Oro della sua filmografia. Nel 2005 ha ricevuto anche una Palma d’onore e nel 2008, sotto la presidenza di Sean Penn, il Premio Speciale del 61° Festival per la sua intera carriera. Nel 2016, Catherine Deneuve ha ricevuto il Prix Lumière, che ha dedicato “ai contadini”, sorprendendo ancora una volta.
Gioiosa, insolente e romantica, una giovane donna dai lunghi capelli biondi sorride fiduciosa al suo futuro. È una certa magia quella che Catherine Deneuve incarna, pura, incandescente e talvolta trasgressiva. È questa magia indicibile che il 76° Festival Internazionale del Cinema fa risuonare con questo manifesto senza tempo. Per ribadire il glorioso presente del cinema e prospettare il suo promettente futuro. Perché Catherine Deneuve è ciò che il cinema deve ricordare di essere: sfuggente, audace, irriverente. Un’ovvietà. Una necessità.
Poster ufficiale © Photo de Jack Garofalo/Paris Match/Scoop – Création graphique © Hartland Villa
