Debutta in prima nazionale al Teatro Carignano di Torino AGOSTO A OSAGE COUNTY di Tracy Letts, con la regia di Filippo Dini, interpretato da Giuliana De Sio

Al Teatro Carignano, martedì 16 maggio alle ore 19.30, va in scena, in prima nazionale, la nuova produzione del Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, AGOSTO A OSAGE COUNTY di Tracy Letts. La commedia, insignita nel 2008 con il Premio Pulitzer e da cui è stato tratto il celebre film I segreti di Osage County, viene ora portata in scena da Filippo Dini nella traduzione di Monica Capuani. Lo spettacolo è interpretato da Giuliana De Sio, Manuela Mandracchia, Filippo Dini, Fabrizio Contri, Orietta Notari, Andrea Di Casa, Fulvio Pepe, Stefania Medri, Valeria Angelozzi, Edoardo Sorgente, Caterina Tieghi, Valentina Spaletta Tavella.
Dramaturg e aiuto regia Carlo Orlando, scene di Gregorio Zurla, costumi di Alessio Rosati, luci di Pasquale Mari, musiche di Aleph Viola, suono di Claudio Tortorici.
Lo spettacolo verrà replicato al Carignano fino a domenica 4 giugno e sarà poi rappresentato in tournée nella prossima stagione teatrale.

Nella contea di Osage, in Oklahoma, la famiglia Weston si riunisce per il funerale del patriarca Beverly, poeta e alcolizzato. Per le donne di casa questo evento tragico sarà l’occasione per ritrovarsi dando vita ad un’emozionante e divertente resa dei conti. Questa commedia di Tracy Letts, attore e drammaturgo americano poliedrico e pluripremiato, è oggi considerata una delle storie più sarcastiche e impietose sulle disfunzionalità della famiglia. Un viaggio sentimentale tra affetti, dispetti, segreti, cinismo e humour nero.
Scrive Tracy Letts: «La speranza di ogni drammaturgo è quella di poter attingere, attraverso la narrazione, a temi universali. Con molti americani condivido la storia di famiglie – per lo più discendenti di agricoltori irlandesi, tedeschi o olandesi – che hanno forgiato la loro etica dagli anni della Depressione fino al Baby Boom. Condivido il conflitto multigenerazionale che inevitabilmente nasce quando coloro che non hanno nulla hanno lasciato il loro orgoglio e il loro senso di colpa a coloro che non hanno voluto nulla. August: Osage County è il mio tentativo di esplorare questo scisma generazionale e la sensibilità del Midwest, perché, come disse Sam Shepard quando gli chiesero perché scrivesse così tanto sulla famiglia: “Che altro c’è?”. Agosto a Osage County ci può dare una possibilità per imparare come le dinamiche della “famiglia” continuino a plasmare noi e il nostro approccio al mondo».

Note di regia di Filippo Dini

Questa commedia ruba il titolo ad una poesia di Howard Starks (alla cui memoria l’autore dedica questa storia) che racconta di una veglia per un’anziana signora morente. Intorno a lei si riuniscono i suoi cari e le parlano e la ricordano con amore e riconoscenza.

La polvere aleggia pesante;
le cicale raschiano interminabilmente il cuore,
nessuna pioggia da tre settimane, nessuna vera brezza tutto il giorno.
Nella stanza buia, le persiane sopportano cupamente la luce,
mentre gli osservatori guardano la vecchia signora morire.

C’è un’atmosfera calda, evidentemente pesante a causa di ciò che sta per accadere, ma il luogo è accogliente e sarà di conforto alla malata nel suo trapasso.

Gli osservatori guardano le sue vecchie mani e mormorano:
quanti biscotti e padelle di sugo?
Quanti bambini sono stati calmati e punture di api imbrattate di blu?

Tutto sembra suggerirci amore e consolazione nell’ultimo saluto a una vecchietta, e quindi a un mondo, ad una realtà che sta morendo.
Questo è uno dei molti elementi bizzarri che ci propone Tracy Letts, poiché la sua commedia dall’omonimo titolo, è assolutamente priva di tutti questi elementi, o almeno così sembra.
Per tutto il tempo assistiamo a scontri, vendette, frustrazioni e rancori antichi e mai sopiti, all’interno di una grande famiglia, dove regna una matriarca malata di cancro, perfida e dipendente dai medicinali, che non fa altro che confrontarsi violentemente con tutti i suoi familiari, per prime le sue figlie, e vicendevolmente gli uni contro gli altri.
Regna un odio furioso in casa Weston, nutrito dalla degenerazione di ogni singola personalità che la abita, fomentato dai personali fallimenti, dalle invidie e dalle delusioni di una vita intera, dove la rabbia e l’aggressione sembrano essere gli unici linguaggi possibili, l’unico codice consentito per comunicare in quella famiglia.

Una realtà selvaggia e primordiale sembra animare una famiglia disfunzionale (come è stata definita) alle prese con l’ultimo atto del suo travagliatissimo percorso. Hanno tentato di amarsi, hanno provato a dialogare, hanno cercato per anni di comprendersi, adesso basta, dopo quel giorno (che corrisponde al giorno in cui viene seppellito papà, suicidatosi pochi giorni prima) ogni vincolo familiare risulterà definitivamente spezzato, e probabilmente non si rivedranno mai più.

Sembra che l’autore però desideri farci leggere tutto questo con gli occhi del poeta al quale ha rubato il titolo, come se ci suggerisse un’indulgenza che istintivamente rinunceremmo a provare, proprio perché siamo suoi contemporanei: purtroppo conosciamo fin troppo bene i rapporti descritti nella commedia, appartengono visceralmente al nostro vivere quotidiano, sono saldi e ben radicati alla disfunzionalità delle nostre famiglie, nei modi più disparati e nelle modalità più o meno riconoscibili. In questa commedia si alza il velo dell’omertà e del subconscio, si svela tutto il “non detto” e il “non visibile” e ciò che era indicibile, viene gridato violentemente. Letts ci chiede la grazia di Starks nel leggere questa storia, proprio come se vegliassimo un’anziana signora che ci ha amato e coccolato per tutta la sua esistenza, e lo chiede proprio a noi, che osserviamo inermi, e talvolta persino divertiti, la parabola discendente di questo gruppo di consanguinei.

Letts ci chiede di fare i conti con ciò che siamo, oggi, nell’intimo dei nostri rapporti famigliari e nell’intimo di noi stessi; mette a confronto almeno tre generazioni, credo, con lo scopo di fare luce su come e quanto siano cambiate le rispettive vite in rapporto al mondo, senza che ci sia stato il tempo e l’opportunità di gestire e comprendere i molteplici mutamenti all’interno della propria casa. I vecchi di questa storia provengono da un passato orribile e faticoso, fatto di privazioni e sudore; successivamente, grazie ai sacrifici e a un po’ di talento, hanno goduto di una prosperità gioiosa, che nella storia corrisponde alla nascita di un libro: una fortunatissima raccolta di poesie intitolata Allodola. L’arte poetica del nostro capofamiglia si è espressa attraverso il candido canto dell’amore verso una stabilità raggiunta, sociale, economica e sentimentale, e così ha generato tre figlie meravigliose, che avrebbero dovuto soltanto rispondere a questo canto con un coro ancora più melodioso e appassionato. Invece il mondo è cambiato ancora e tutto si è ammalato, e le disgrazie, la povertà, le fatiche vissute dai genitori non sono e non potevano essere trasmesse ai figli: così è iniziata la crisi di questa famiglia e l’impossibilità di comprendersi reciprocamente; sono iniziate le speranze deluse, la mancanza di ideali, di obiettivi, le violenze, i rimorsi, le chiusure, da entrambe le parti e gli uni contro gli altri.

Come in Cechov, certamente assistiamo ad uno scontro generazionale all’interno di una famiglia e certamente lo guardiamo, come Cechov, con l’occhio benevolo suggerito dal nostro autore.
Ma credo che la lezione e l’intima familiarità con l’autore russo arrivi più in profondità.
Questa storia ci permette di guardare, spesso violentemente, il percorso personale di ognuno di noi, fin qui raggiunto, attraverso le varie epoche che ci sono suggerite dai diversi personaggi.
Chi o cosa siamo o siamo stati o saremo in rapporto alle aspettative, i desideri e le sconfitte che proiettiamo sugli altri e in particolare su coloro che occupano più intimamente la nostra vita?
Quando siamo stati Jean nei confronti della madre? Quanto è presente in ognuno di noi quel senso di fuga e di isolamento di Ivy, scarsamente apprezzata da chiunque in famiglia? E quanto conosciamo le aspettative di Violet nei confronti delle figlie?
Attraverso i personaggi di Letts abbiamo la possibilità di confrontarci con una parte di noi, che ha a che fare con ciò che riflettiamo sulle persone che ci circondano, alle quali inevitabilmente consegniamo un pezzetto del nostro essere, fatto di tutto ciò che ci nutre e ci avvelena in quel preciso momento. Questo si arricchisce del confronto, espresso nelle maniere più disparate, e qui inizia la condivisione. Tutto questo processo sembra essere molto ammalato nella nostra epoca, sembra soffrire di un cancro incurabile, come quello alla bocca di Violet, che ci impedisce di comunicare e di ristabilire l’umana trasmissione tra gli individui: sembra costantemente e quotidianamente alla vigilia di un’apocalisse, proprio come l’opera drammatica di Anton Cechov.

credit foto Luigi De Palma

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