E’ un momento d’oro per Silvia Salvatori, che veste i panni dell’avvocato Causarano nella serie “Circeo”, con la regia di Andrea Molaioli, in onda il martedì sera su Rai 1, incentrata sulla storia del massacro del ’75 e del processo che ne seguì visti, per la prima volta, dalla parte delle donne, e la Sora Elvira nel film campione di incassi “C’è ancora domani”, opera prima di Paola Cortellesi.
La poliedrica attrice sarà la protagonista femminile di “Adagio” di Stefano Sollima, nelle sale dal 14 dicembre e presentato in anteprima alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2023, ed ha ideato la mostra fotografica “Guanti Bianchi – Donne al cinematografo dagli Anni ‘20”, per il Festival del Cinema Città di Spello e dei Borghi Umbri, dove racconta la vita di Aida Masci e Licia Quaglia, rispettivamente sua bisnonna, addetta alla stampa del cinema muto, e sua nonna, montatrice e sincronizzatrice del suono per la Titanus e l’Istituto Luce.

Silvia Salvatori nella serie “Circeo” – credit foto ufficio stampa
Silvia, nella serie “Circeo” interpreta Maria Causarano, l’avvocato della famiglia Lopez. Come si è approcciata a questo personaggio?
“Come faccio sempre quando arriva un personaggio nella mia vita cerco più onestamente possibile di vestirne i panni, così sono andata a cercare informazioni ma ce n’erano poche, fino a che ho trovato delle foto di Radio Radicale con Pannella e poi frequentando anche la Casa Internazionale delle donne e avendo degli amici avvocati ho chiesto chi fosse per loro la Causarano ed è stata descritta come una donna carismatica, molto colta, originaria di Crotone, con una grande arte oratoria, rispettata da tutti. Era una maestra di vita e una fumatrice accanita, cosa che non ho potuto fare nella serie, tanto che anche quando entrava il giudice e diceva di spegnere la sigaretta, lei la nascondeva dietro la schiena e tolleravano che fumasse. Sono partita da questi racconti, dal fatto che lei avesse preso parte alla difesa della famiglia Lopez in una storia che rimarrà per sempre indelebile nella nostra cronaca, e ho cercato di riportare questo carattere”.
Una serie che racconta il dramma delle vittime del massacro del Circeo, avvenuto nel 1975, e la difficile rinascita della sopravvissuta, Donatella Colasanti, ma anche un evento spartiacque nel cammino di emancipazione delle donne italiane…
“E’ una storia importantissima. Grazie alla rivolta delle femministe al tempo condotte da Tina Lagostena è stato riformato il codice Rocco e il reato contro la violenza sulle donne, che originariamente era contro la morale pubblica, è diventato poi contro la persona. Nel 1979-1980 le donne erano ancora considerate degli oggetti, poi sono diventate persone, quindi dobbiamo dire grazie a tutte quelle che hanno combattuto per noi. Penso che faccia la differenza anche il fatto che la serie, che ha vinto il nastro d’argento, sia scritta da tre donne, Flaminia Gressi, Lisa Nur Sultan e Viola Rispoli, perchè, come nel film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, non viene mostrata la violenza, che ormai abbiamo quotidianamente spiattellata ovunque ma viene raccontata e sottintendere anzichè vedere rende l’impatto ancora più forte. Anche i dialoghi presenti in “Circeo” sono chiaramente scritti da donne perchè alcune storie possiamo raccontarle solo noi dato che ci riguardano troppo da vicino. C’è anche una grandissima regia di Andrea Molaioli e sono fiera di aver fatto parte di questa serie che è importante per non dimenticare quello che è accaduto, per far conoscere ai giovani le conquiste che sono state fatte e il bagaglio che noi donne portiamo”.

Silvia Salvatori nella serie “Circeo” – credit foto ufficio stampa
Le serie tv e il cinema possono fungere da importante veicolo nel far conoscere al pubblico o nell’approfondire vicende che fanno parte della storia del nostro Paese…
“Assolutamente, credo che l’arte e la cultura, nonostante viviamo momenti terribili, abbiano un ruolo importante. Ho letto, e sono rimasta sbalordita, che “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, che è il film più visto degli ultimi anni, è all’ultimo posto nella graduatoria per la richiesta fatta al Ministero della cultura che non l’ha ritenuta una pellicola di valore. Questo la dice lunga sul fatto che quando la politica entra dentro certe congetture non c’è più la libertà di far uscire certe storie importanti, belle. E’ un momento dove sembra esserci una congiuntura astrale, c’è una piccola rivoluzione in atto, nonostante sia ancora necessario marciare per denunciare quante donne vengono uccise, e ci sia molto da fare”.
Servono un cambio di mentalità culturale, che fatica però a concretizzarsi, ma anche delle leggi più severe…
“La cosa incredibile è che questi figli di mamma e papà che commettono dei crimini come quello del Circeo alla fine non hanno pagato per quanto hanno fatto e ancora oggi accade questo. Bisogna partire dalla base del problema, cioè rieducare fin da piccoli i bambini e le bambine, poiché stiamo andando verso un mondo che parla di tutto come fosse un derby e questo è scioccante. Noi donne mettiamo al mondo i figli e ci sono mamme che ancora fanno una distinzione di genere nella crescita e nell’educazione, ad esempio un maschietto non deve piangere o una femmina deve apparecchiare la tavola, è come se quel seme marcio del patriarcato non fosse stato estirpato. Va ristabilito invece il senso umano dell’essere e dell’essere in divenire. Sono cambiate tante cose negli anni ma permangono atteggiamenti e certi retaggi culturali per cui molti uomini pensano alla donna come un oggetto da possedere. Evidentemente ancora ci sono genitori che educano in questo modo o che difendono i loro figli da una violenza espressa, da una crisi di cui non si rendono conto. C’è un fallimento nella famiglia, nella politica e nella società. Sarebbe invece importante poter punire meno persone possibili ed educarne di più per cercare di evitare che accadano certe tragedie”.

Silvia Salvatori in “C’è ancora domani” – credit foto Luisa Carcavale
In “C’è ancora domani” ha ritrovato Paola Cortellesi con cui aveva recitato anche nel film “Gli ultimi saranno ultimi” di Massimiliano Bruno. Come si è trovata ad essere diretta da lei?
“Sono legata a Paola affettivamente. Abbiamo cominciato insieme a fare questo mestiere a Roma, più o meno abbiamo la stessa età, ci conosciamo da tanto tempo e abbiamo frequentato gli stessi teatri, dal Colosseo a quelli off. Ai tempi si andava anche a vedere i colleghi e i maestri in scena per imparare, oggi si è invece un po’ persa questa partecipazione. Poi ho intrapreso un percorso diverso, dall’accademia sono passata agli spettacoli con Ottavia Piccolo e Gabriele Lavia, sono andata via da Roma e ho incontrato nuovamente Paola nel 2015 nel film Gli ultimi saranno ultimi. Avevo fatto il provino per il ruolo dell’amica del cuore della protagonista ma all’inizio non convinceva molto Massimiliano Bruno e Federica Lucisano, invece al terzo callback il mio concentrato di amore e maternità verso questa amica è risultato vincente, e da quel momento, insieme anche ad Emanuela Fanelli, si è creata un’amicizia oltre il lavoro. Il titolo “C’è ancora domani” dice già tutto, è un film che parla di un tema molto attuale e forte e rivederlo da spettatrice è stato pazzesco. Paola è una donna che stimo tanto, è una strepitosa artista, ha una grande onestà intellettuale e non mi ha stupito affatto che abbia realizzato una prima regia così bella, portando nel film il suo pensiero, il suo andare con delicatezza e intelligenza, e una storia che sentiva l’urgenza di raccontare. La risposta del pubblico è stata meravigliosa. Il mio rapporto con Paola è incredibile, la sua direzione da attrice mi ha semplificato il lavoro”.
Nel film interpreta la Sora Elvira, una donna dalle mille sfaccettature…
“La sora Elvira è stata ritagliata su misura per me nonostante abbia fatto il provino con Laura Muccino perchè Paola è secchiona ma non risparmia nulla a nessuno, come è giusto che sia. Mi ha regalato un personaggio di cui vado fiera e nonostante sembri “cattiva” è una donna che dice la verità, che denuncia, e che alla fine ha un po’ di ragione. Nel gesto in cui fa accomodare accanto a sè la figlia di Delia si capisce chi sia davvero”.
E’ ideatrice della mostra fotografica “Guanti Bianchi – Donne al cinematografo dagli Anni ‘20”, per il Festival del Cinema Città di Spello e dei Borghi Umbri, dove racconta la vita di Aida Masci e Licia Quaglia, rispettivamente sua bisnonna, addetta alla stampa del cinema muto, e sua nonna, montatrice e sincronizzatrice del suono per la Titanus e l’Istituto Luce. Com’è nata quest’idea?
“Arrivo da una famiglia che mi ha nutrita a latte ed arte. Le mie nonne sono state delle pioniere, la mia bisnonna Aida Masci era addetta alla stampa del cinema muto negli anni venti, mentre mia nonna paterna, Licia Quaglia, per cinquantacinque anni ha montato e sincronizzato migliaia di film, da quelli di Totò ai vari Caroselli. Sono storie di donne che hanno lavorato nel cinema in periodi difficili. Ho frequentato poco mia nonna, la ricordo al lavoro con la pellicola al collo come se fosse una collana o nella sua casa al Parioli, davanti al televisore, a vedere i film in bianco e nero. Era una donna particolare, molto silenziosa, non mi ha mai chiesto nulla, nonostante sapesse che stavo provando ad intraprendere questo mestiere perchè nella sua mentalità non pensava che dovessi chiederle qualcosa in quanto lavorava in quell’ambito ma che con l’impegno e il talento prima o poi avrei raggiunto il mio obiettivo. Ho avuto il desiderio di rincontrare le mie cugine che non ho visto per quaranta anni, non frequentandosi i fratelli, in quanto mia nonna si era separata e aveva portato con sé un solo figlio, mentre gli altri, tra cui mio padre, rimasero con mio nonno. La mia famiglia vanta i più grandi montatori e sincronizzatori del suono, tra i quali Massimo Quaglia, montatore di Tornatore, e il mio babbo, e ho voluto riviverla in prima persona. La mia amica Francesca Romana Lovelock mi ha chiesto se volessi portare questa storia al Festival del Cinema di Spello, visto che il tema di questa edizione era il montaggio. Così ho intervistato varie persone tra cui Claudio Di Mauro che ha iniziato a lavorare come montatore con mia nonna e ho scoperto com’era sul lavoro, com’era vista dagli altri. Le donne più grandi sono state quelle che hanno passato il mestiere senza titoli di testa, e tante della mia famiglia hanno montato film firmati poi da uomini”.
Come mai ha scelto il titolo “Guanti Bianchi – Donne al cinematografo dagli Anni ‘20”?
“Claudio mi ha mostrato la prima pressa dove lavorava nonna e le foto con questi guanti bianchi perchè la pellicola era infiammabile, così ho deciso di aggiungere Guanti Bianchi a “Donne al cinematografo dagli Anni ‘20” perchè mi sembrava un po’ un racconto alla Dostoevskij (Le Notti Bianche, ndr), e un titolo importante per romanzare le storie delle mie nonne che in silenzio hanno subìto più di me e hanno portato avanti il mestiere con grande forza e dignità. La mia bisnonna ha fatto anche la prima stampa del Quo Vadis che risale al 1913 ed era talmente innamorata della storia che mise ai primi due figli il nome dei protagonisti, Licia e Vinicio, cioè mia nonna e il papà di Massimo Quaglia, e poi ebbe altri tre figli. Le mie nonne parlavano di storie, non di cinema e di mestiere da passare. Mi capita spesso di entrare in sala di montaggio e chiedere se conoscono mia nonna e mi sento rispondere che è grazie a lei se fanno quel mestiere. Sono molto orgogliosa di questo”.

credit foto Barbara Ledda (abiti Fabricastudioroma)
E’ anche nel cast del nuovo film di Stefano Sollima “Adagio”. Cosa può anticiparci?
“Il mio personaggio si chiama Silvia. Lei, la Causarano e Sora Elvira sono tre donne che mi sono molto vicine e che sono felice di aver interpretato. Ho sempre fatto questo mestiere senza pensare alla fama ma come urgenza, ho un bagaglio teatrale importante e sono arrivata onestamente ad essere l’unica protagonista nel film di Sollima in mezzo a un cast eccezionale, e per la prima volta sono fiera di guardare questo percorso che ho fatto da sola”.
In quali progetti sarà prossimamente impegnata?
“Durante la pandemia ho realizzato un corto che è stato da poco accolto e visionato dall’associazione Una Nessuna Centomila nella persona di Giulia Minoli, ed è stato visto anche da Paola Cortellesi. Sono due lettere del 1940 della scrittrice Alba De Céspedes, che ha anticipato probabilmente il femminismo, che dialoga con la sua amica Natalia Ginzburg sul fatto che noi donne per temperamento tendiamo in qualche modo a cadere nel pozzo, ad avvilirci, a portare questo peso. Vivendo fuori Roma, durante quel periodo di solitudine, ho preso il cellulare e ho iniziato a costruire, a girare, quindi è stata la volta del montaggio e dei disegni realizzati da un amico fumettista e ho confezionato il film con i diritti di Mondadori. Appena avrò tempo preparerò il mio secondo corto, che si chiama Il banco dei baci, da un racconto di un docente universitario di Montpellier, perchè mi piace parlare di cose scomode ma al contempo autentiche”.
di Francesca Monti
credit foto copertina Barbara Ledda (abiti Fabricastudioroma)
Si ringrazia Simona Pellino
