L’inaugurazione di Palazzo dei Principi Riggio, giorno 8 dicembre, ad Aci Catena è stata arricchita dal convegno, dal titolo ”incontro di studio sulla storia del vino dell’Etna e sulle sue attuali prospettive” e dai banchi di assaggio di venti interessanti realtà enogastronomiche etnee. E’ stato questo il format della prima edizione di VinAci.

Nell’edificio storico, la cui prima costruzione risale al 1672, il Professore Antonio Patanè, autore del testo “L’oro rosso dell’Etna – storia e etnoantropologia della vitivinicoltura orientale dell’Etna (secoli XIV-XXI)”, ha iniziato la serie di contributi degli ospiti presenti con un accurato excursus storico sul vino etneo. Ad aver ideato e condotto l’evento è stato l’avvocato e docente FIS Sicilia Orazio Consolo, per un meeting che ha veduto gli interventi del presidente FIS Sicilia Paolo Di Caro, della Sindaca del Comune di Aci Catena Margherita Ferro, della Vice-Presidente delle Donne del Vino Sicilia Teresa Gasbarro, della titolare di Cantina Cannavò Maria Cannavò e della Vice-Presidente della FIS Sicilia Agata Arancio.

Come affermato da Consolo, la svolta recente per la vitivinicoltura etnea – dedita in passato, prevalentemente alla produzione di vini sfusi e da taglio per quelli francesi, toscani o piemontesi – è avvenuta soprattutto a partire dalla fine degli anni ’80 e dall’inizio degli anni’90. Fu in quel periodo che investitori e produttori toscani e stranieri arrivarono e produssero sull’Etna con le loro impostazioni, tecniche e conoscenze specifiche. Sempre negli stessi anni alcuni produttori locali capirono l’importanza del di una maggiore attenzione rivolta alla qualità, piuttosto che alla quantità prodotta, del vino. Su queste nuove basi si è avuto anche un aumento del numero dei produttori che in quel periodo erano circa una ventina e adesso sono oltre 160 ed una nuova tendenza ad una maggiore cura produttiva, elementi che hanno concorso ai grandi riscontri nazionali ed internazionali degli ultimi anni.

Maria Cannavò, originaria di Aci Catena, ha ricordato l’importanza del palazzo storico che ospita questo convegno e ha affermato come sia stato suo padre, per quanto attiene alla sua famiglia, a scommettere, agli albori degli anni’90, sulla produzione enoica. I terreni vitati dell’azienda si trovano in una frazione di Passopisciaro, Contrada Porcheria (700 metri s.lm.), sul versante Nord dell’Etna e Contrada Montedolce (900 metri s.l.m.), a Solicchiata. Terreni di nuovo impianto si trovano, in Contrada Strada, in provincia di Caltanissetta. La passione per l’attività enoica di famiglia è passata dai suoi genitori a lei ed alla sorella Graziana. Gli affinamenti vengono fatti anche in legno e con sperimentazioni anche in anfora. La cantina rimane comunque ad Aci Catena, perché la famiglia Cannavò vuole scommettere sul territorio e rappresentarlo a dovere, con Maria che, nel 2024, entrerà nel consesso delle Donne del Vino Sicilia. E proprio la Vice-Presidente di questa associazione, ossia Teresa Gasbarro, ha ricordato la tragica scomparsa di Marisa Leo – che è stata assassinata dal suo ex- compagno – che faceva parte delle Donne del Vino Sicilia, organizzazione che si occupa anche di progetti contro la violenza sulle donne e di beneficienza. L’associazione nazionale nasce nel 1988 e conta, adesso oltre mille elementi, tra cui giornaliste, sommelier, agronome, enologhe, manager d’azienda e altre personalità del mondo del vino, oltre alle produttrici che furono le prime figure, nel numero di circa venti, a fondare le Donne Del Vino. Le donne siciliane, attualmente, sono oltre 87. Gasbarro ha aggiunto che nel passaggio dalla vitivinicoltura romantica a quella attuale, che è stato un passaggio anche generazionale, condotto anche da persone che sono tornate sull’Etna dopo importanti esperienze formative, un ruolo chiave è stato ricoperto proprio dalle donne.

Un altro tema a cui tiene profondamente l’associazione è la formazione nelle scuole. Questo impegno viene svolto grazie a D-VINO, il progetto di formazione per gli studenti degli istituti turistici e alberghieri italiani, perché spesso, all’interno di questi contesti, il vino viene trattato in maniera un po’ superficiale. L’approccio ideato con D-Vino non è solo didattico ma anche esperienziale ed avviene attraverso la spiegazione teroica e pratica dei vini siciliani e delle altre professioni legate all’ambito enoico, comprese quelle legate al turismo. Quest’ultimo rappresenta una parte importante del fatturato delle aziende del vino e necessita di risorse umane ben formate e consapevoli. L’associazione si occupa inoltre di diffondere l’dea del “bere consapevole”.
Agata Arancio ha affermato che questa manifestazione deve comunicare il più possibile le cose belle che devono accadono all’interno di una comunità produttiva come quella di Aci Catena e come quella costituita dai produttori partecipanti a questo evento. Arancio ha aggiunto che c’è una grande responsabilità in chi fa parte del mondo del vino nel veicolare la bellezza che lo caratterizza. Tra gli elementi che contraddistinguono questa beltà troviamo anche gli elementi strutturali, palmenti, cantine, etc … che muovono da caratteri della tradizione e proiettano il mondo del vino verso il futuro, grazie ad innovazioni che non tradiscono ma traducono in maniera differente il passato. La vitivinicoltura etnea ha inoltre il grande vantaggio di essere composta anche da molti giovani che si stanno scommettendo con grande passione, immettendo nel flusso produttivo grandi energie e competenze.
Paolo Di Caro, concludendo il convegno, ha asserito che nel vino etneo c’è tanto territorio e che le risposte agli interrogativi ed alle affermazioni sulle identità di famiglia, cantina e territorio si riscontrano nel calice. Questo è un luogo di grande identità ed è testimonianza di come la Sicilia sia un crocevia di tante, storie culture e dominazioni. Il vino storicamente ha accompagnato la vita del territorio etneo ed è stato raccontato anche nel periodo del Gran Tour. Di Caro ha evidenziato come Il territorio etneo sia stato narrato principalmente e con maggiore forza di valorizzazione dalle persone provenienti da altri paesi o regioni piuttosto che dagli etnei. Invece occorre che siano gli stessi siciliani ed etnei a raccontare la splendida realtà enoica del vulcano in cui il vino fa convivere tradizione e innovazione. Sull’Etna la meccanizzazione delle fasi di produzione, soprattutto per alcune fasi specifiche – in particolar modo quelle legate alla conformazione naturale del vulcano – è ancora incompleto e forse non si ultimerà mai, trattandosi di viticoltura eroica. A livello di quantità, la produzione etnea è nettamente inferiore rispetto al resto d’Italia e della Sicilia. Ma proprio quelle caratteristiche uniche di connubio tra tradizione e innovazione, rendono il vino etneo amato in tutto il mondo. Purtroppo, come ha ricordato Di Caro, il vino della “Muntagna” è meno al centro delle scelte degli abitanti di Catania spesso ancorati a criteri valutativi legati al prezzo. Anche le visite in cantina sono, purtroppo, quasi esclusivamente richieste da persone straniere o comunque non dell’Etna, che meglio sanno apprezzare la storia e l’attualità del vino di produzione locale.
A chiusura del suo intervento Di Caro ha ricordato come molte famiglie di questa zona che producevano il vino durante il gran Tour erano aristocratiche e, proprio qui, ci saranno incontri con alcuni loro membri che racconteranno le loro esperienze e contributi (e anche quelle delle proprie famiglie), passati ed attuali al mondo del vino etneo.
di Gianmaria Tesei
