Intervista con Massimo Ghini e Paolo Ruffini, in scena al Teatro Manzoni di Milano con “Quasi Amici”: “E’ una storia emozionante e sentivamo l’esigenza di raccontarla a tante persone”

Massimo Ghini e Paolo Ruffini sono gli straordinari protagonisti dello spettacolo “Quasi amici”, con adattamento e regia di Alberto Ferrari, prodotto da ENFI Teatro, in scena fino al 28 gennaio al Teatro Manzoni di Milano e tratto dall’omonimo film francese del 2011 Intouchables di Eric Toledano e Olivier Nakache.

Lo spettacolo, con l’adattamento e la regia di Alberto Ferrari, è costruito sull’amicizia tra due uomini molto diversi per carattere ed estrazione sociale, ma che insieme troveranno il modo di cambiare le loro vite e di aiutarsi davvero.

Philippe è ricco, intelligente, affascinante, che vive di cultura, a cui il destino ha voluto, per contrappasso, relegare a solo cervello, facendolo precipitare con il parapendio e fratturandogli la quarta vertebra cervicale e riprendendosi il corpo.

Driss entra ed esce di galera, sin da ragazzino, svelto, con un’intelligenza vivace e una cultura fatta sulla strada e nei film di serie b che ha visto, che preferisce porre il suo corpo avanti a tutto e lasciare il cervello quieto nelle retrovie.

Questi due uomini si incontrano per caso ma diventeranno ben presto uno per l’altro indissolubili, l’uno indispensabile alla vita dell’altro e lenitivo alla ferita fatale che ognuno ha dentro di sé.

Massimo e Paolo, cosa vi ha convinto ad accettare la sfida di interpretare questo spettacolo tratto dall’omonimo celebre film francese?

Massimo Ghini: “E’ uno spettacolo emozionante. Da una parte è un rischio perchè ti confronti con qualcosa di importante, dall’altra quello che ci emoziona è il plot di questo racconto, una storia vera tradotta in un libro, poi in un film, quindi da noi a teatro. L’interpretazione di questi personaggi e la vicenda che portiamo in scena sono tra i motivi che ci hanno spinto ad accettare questa sfida”.

Paolo Ruffini: “Senz’altro è una storia emozionante, quando la leggi, la ascolti, la vedi senti l’esigenza e l’urgenza di doverla raccontare a più persone possibili”.

JeXsl5tS

Massimo interpreta Philippe, Paolo dà il volto a Driss, due uomini molto diversi tra loro ma che hanno bisogno l’uno dell’altro per andare avanti e curare le rispettive ferite. Come vi siete approcciati a questi due personaggi?

Paolo Ruffini: “Io sicuramente ho fatto meno fatica perchè Driss mi assomiglia, è scanzonato e non vedo l’ora di entrare nei panni di un uomo che può permettersi delle licenziosità, delle maleducazioni, delle cafonate. E’ la bellezza di interpretare questo ruolo e di fare questo mestiere, è uno sfogatoio ogni sera per me. In comune con lui ho la spietatezza nei confronti della disabilità, nel senso di una mancanza di pietà, che in generale crea ancora più differenza e distanza con le persone che possono sembrare diverse ma non lo sono. Mi diverto molto nei panni di Driss”.

Massimo Ghini: “E’ una grandissima fatica, non solo fisica ma anche psicologica, dovendo stare fermo senza muovere nulla, tranne la testa, per due. Poi c’è il percorso psicologico di Philippe, così come quello di Driss, che ha un arco narrativo che parte in un modo e arriva in un altro. Mi devo aiutare con il sentimento, il dialogo e anche con battute che fanno capire che questo personaggio è uscito da un tunnel facilmente comprensibile. E’ infatti un tetraplegico, che non può muovere altro che la testa, vive seduto su una sedia a rotelle, ha avuto una serie di tragedie e questo incontro con Driss ha un valore etico e morale perchè mettere insieme due personalità così distanti che alla fine si incontrano e si scambiano fa riflettere su una realtà che esiste mostrandoci come loro l’hanno affrontata. Philippe e Driss sono realmente esistiti. Philippe è mancato poco tempo fa ma immaginate che avventura straordinaria hanno fatto della loro vita”.

Cosa manca per superare gli stereotipi e i pregiudizi sulla diversità e sulla disabilità che purtroppo ancora esistono?

Paolo Ruffini: “Siamo andati molto avanti rispetto al passato. Io lavoro con una compagnia di persone disabili e mi vengono i brividi se penso che la maggior parte dei miei colleghi cinquanta anni fa era legata al termosifone caldo di un manicomio. Nonostante ci siano tante cose ancora da fare viviamo in una società differente che ha un senso civico e civile. Siamo anche nel periodo del politicamente corretto, della morale, del moralismo, ma per andare in bolla forse bisogna prima passare da una parte e poi dall’altra, infine riusciremo a trovare un bilanciamento. Le persone disabili non hanno voglia di sentirsi dire “poverina” ma “tu vali quanto me” e credo che si debba arrivare ad un’idea di parità senza sconti”.

Massimo Ghini: “Avendo visto due volte lo spettacolo di Paolo “Up & Down” mi piace che arrivi al pubblico il fatto che questi ragazzi e queste ragazze entrino in una dimensione in cui accettano il gioco per dimostrare che la realtà è quella e si può viverla con un aiuto e un sostegno. I pregiudizi sono legati ad un problema culturale. Ricordo che quando ero piccolo c’era il modo di dire dei nonni “guardati dai segnati da Dio”, non era gente cattiva ma c’era questa concezione religiosamente sbagliata che se nasceva un bambino con una problematica di qualunque natura era perchè Dio aveva deciso così. C’è un progresso culturale che deve essere ogni volta alimentato, oggi più che mai, perchè se vedi i ragazzi che vanno per strada a scazzottarsi tra di loro e a volte arrivano anche a sparare forse grandi risultati non li abbiamo raggiunti. Al contempo però finalmente si è aperta una finestra su questa realtà, quindi passi in avanti ne sono stati fatti sicuramente”.

di Francesca Monti

credit foto Serena Pea

Si ringrazia Manola Sansalone

Rispondi