“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”, diceva Primo Levi. Per tenere sempre vivo il ricordo di quanto è accaduto affinché anche le nuove generazioni ne abbiamo conoscenza e consapevolezza, in occasione delle celebrazioni per il Giorno della Memoria, si è svolto un evento organizzato dalla Fondazione Museo della Shoah e da Sapienza Università di Roma, presso l’Aula magna del palazzo del Rettorato, con la partecipazione e il coinvolgimento delle studentesse e degli studenti che hanno intervistato Sami Modiano, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau e autore del volume Per questo ho vissuto, edito nella versione inglese da Sapienza Università Editrice.
All’iniziativa hanno aderito oltre 500.000 studenti di circa 3.000 classi, collegati da tutta Italia, mentre 500 studenti, provenienti dall’Ateneo romano e da quattro istituti superiori del Lazio hanno assistito all’evento in presenza. L’orchestra MuSa Classica ha eseguito alcuni brani musicali.
Dopo i saluti della rettrice Antonella Polimeni e del presidente della Fondazione Museo della Shoah Mario Venezia, gli interventi di Umberto Gentiloni Silveri, ordinario di Storia contemporanea della Sapienza, e di Marco Caviglia, responsabile della didattica della Fondazione Museo della Shoah, Sami Modiano ha risposto alle domande degli studenti e delle studentesse, ripercorrendo con commozione i drammatici avvenimenti che hanno segnato per sempre la sua vita.
“Ero un bambino fortunatissimo, nato in questa bellissima isola di Rodi, chiamata l’isola delle rose per la sua bellezza, avevo un papà adorabile di nome Giacobbe, una mamma che mi coccolava chiamata Diana e poi una sorella leggermente più grande, Lucia, bella ed emozionante per me. A Rodi, in questo quartiere ristretto dentro le mura, crescevo con l’educazione dei miei genitori e in seguito anche della comunità ebraica, in cui ho imparato la fratellanza, c’erano ricchi e poveri ma anche reciproco aiuto e questo per me è stato un insegnamento naturale. Poi crescendo ho cominciato ad andare alla scuola statale italiana. Ho frequentato la prima elementare, cercavo di essere bravo per dare soddisfazione in famiglia e tutto è andato bene fino alla terza classe dove sono stato promosso con voti buonissimi”.
Poi con l’introduzione delle leggi razziali Sami Modiano non ha più potuto andare a scuola: “All’età di 8 anni mi sento chiamare dal mio insegnante che mi voleva molto bene, andavamo d’accordo, e mi ha chiesto di presentarmi davanti alla cattedra. Io pensavo che volessi interrogarmi avendoci dato un compito il giorno prima. Quando mi sono avvicinato a lui, ricordo ancora quella immagine nonostante siano passati tanti anni, ho visto un’espressione preoccupata e dispiaciuta sul suo viso. Piano piano, quasi in silenzio, per non farlo sentire ai miei compagni di classe di religioni diverse mi disse che ero espulso dalla scuola. In quel momento sono rimasto sbalordito e poi mi sono detto che avevo ricevuto la punizione più grave che esistesse senza motivo. Ho avuto ancora la forza tra le lacrime di chiedere che cosa avessi fatto e l’insegnante che sapeva quanto la scuola fosse importante per me mi disse: vai a casa, papà ti spiegherà il perchè”. Questo gesto di asciugarmi le lacrime non lo dimenticherò mai. Tornato a casa chiesi a papà: ma io non sono diverso dai miei compagni di classe, ci sono musulmani, cattolici e ortodossi, perchè hanno espulso solo me? Lui rispose: hai ragione, quando sarai più grande capirai meglio. Non capivo allora che ero diverso e non lo capisco ancora oggi, io sono uguale a tutti gli altri, sono un essere umano e non mi sento diverso dagli altri. Avevo 8 anni ma quelle esperienze mi hanno fatto capire che le cose si sarebbero messe di traverso e da lì è stato per me il dolore più grande che ho vissuto anche perchè poi ho subito la deportazione, ho perso la famiglia, non ho potuto studiare”.
Dopo l’occupazione nazista di Rodi dell’8 settembre 1943 la situazione è diventata ancora più drammatica: “All’inizio eravamo governati dal partito fascista che aveva emesso le leggi razziali, il governatore era De Vecchi e le leggi raziali a Rodi sono state eseguite alla perfezione, prima ancora della dichiarazione della seconda guerra mondiale, dunque non potevamo andare più a scuola, avere una radio, e riunirci insieme per fare una chiacchierata nel quartiere ebraico. Eravamo controllati a vista dalle camicie nere e quando c’era un gruppetto di ragazzi che provavano a parlare venivano puniti perchè dicevano che complottavano contro le leggi razziali. Così tutta la comunità ebraica ha subito quelle leggi e poi la guerra che si è fatta sentire molto perchè Rodi era strategicamente in una posizione importante. A mano a mano che si andava avanti con la guerra veniva bombardata l’isola, avendo a fianco Cipro che era controllata dai francesi e dagli inglesi. Quando sei bambino e vedi che quel bombardamento ha fatto un sacco di vittime non puoi sfuggire alla realtà. Nel 1941, a 11 anni è mancata mia mamma a causa di una crisi cardiaca e papà ha fatto di tutto per non far sentire quel vuoto. Mia sorella Lucia ha cercato di essere più presente con me e vedevo che mi affezionavo ancora di più a lei, che aveva un cuore umano incredibile. Eravamo in guerra, papà faceva i salti mortali per portare a casa un pezzettino di pane, anche con la difficoltà delle leggi razziali, infatti c’era il timore di essere accusati e puniti per il contrabbando. Mia sorella divideva il pane in tre porzioni uguali e mangiavamo tutti insieme, lei piano piano, non perchè non avesse fame ma spesso mi chiedeva se fossi sazio e mi dava anche la sua parte. Questi gesti restano impressi. Con l’armistizio gli italiani decisero di rompere l’alleanza con i tedeschi che hanno occupato l’8 settembre 1943 l’isola di Rodi e da quel momento noi della comunità ebraica vivevamo con un’ansia maggiore perchè avevamo capito che i tedeschi avevano in mente qualcosa”.

Nel 1944 Sami Modiano e la sua famiglia sono stati deportati ad Auschwitz: “Pensavamo che ai tedeschi questi 2000 ebrei di Rodi non interessassero, invece il 18 luglio 1944, il giorno del mio quattordicesimo compleanno, sono venuti nel quartiere ebraico con un microfono e hanno detto che tutti i capofamiglia si dovevano presentare con i loro documenti in mano per un semplice controllo, in modo da non allarmarci. Papà Giacobbe ha tranquillizzato me e Lucia e tutti i capofamiglia si sono presentati con la speranza di ritornare a casa. Abbiamo aspettato papà fino a sera tardi e non è rientrato, come tutti gli altri uomini. Ci avevano preso le radici delle famiglie e il 19 luglio sono venuti di nuovo al quartiere dicendo che dovevamo preparare un fagotto con cibo, vestiti e beni di valore che sarebbero potuti servire durante il viaggio, e chiudere le case perchè si doveva partire avendo i tedeschi bisogno di manodopera. Avevo appena compiuto 14 anni. Io e Lucia abbiamo chiuso le finestre, preso tutte le precauzioni dovute e abbiamo preparato il fagotto credendo che un giorno saremmo tornati a casa. Ci siamo presentati in questa ex caserma dell’aeronautica italiana abbastanza grande per contenere 2000 persone. Ci hanno perquisiti per prenderci tutti i beni di valore e questo è stato l’inizio dell’incubo. Là dentro abbiamo cominciato a capire che le cose si mettevano male. Siamo rimasti in questa caserma fino al 23 mattina. Io e Lucia avevamo papà a fianco e non ci perdeva mai di vista. Poi hanno fatto suonare un falso allarme per fare andare i cattolici, i musulmani, gli ortodossi ai rifugi in modo che non vedessero la partenza di queste 2000 persone che lasciavano Rodi e non sarebbero più tornate. Ci hanno portato al porto, avevano messo a disposizione tre carrette di metallo che erano là per trasportare bestiame da un’isola all’altra. Era il 23 luglio 1944. Ci hanno distribuito in queste tre carrette, era quasi mezzogiorno di quel giorno indimenticabile e faceva caldissimo. Là dentro abbiamo trovato ancora gli escrementi e l’urina delle bestie, i tedeschi non avevano pulito nulla. L’unica cosa che hanno fatto, in un angolo di queste carrette, è stato posizionare cinque secchi d’acqua e un bidone vuoto. Là dentro però non c’erano capre, ma persone, bambini, anziani, donne in dolce attesa, donne che allattavano, mamme. Con questa fratellanza che avevamo nella comunità ebraica ci siamo organizzati, mettendo cinque giovanotti ad accudire i secchi d’acqua. Ma come si poteva spiegare ai bambini che piangevano, che avevano sete che l’acqua era razionata? E poi la donna in gravidanza aveva bisogno di bere. A mio papà dopo tre giorni di navigazione hanno dato due dita di acqua per bagnarsi le labbra, lui ha preso questo bicchiere e davanti a noi lo ha porto a un medico ebreo che assisteva una signora anziana di Rodi che conoscevamo bene e che era sdraiata per terra in quanto aveva più bisogno di bere. Questo gesto non lo ha fatto solo mio papà ma anche altre persone. Quando la mattina è deceduta questa signora anziana abbiamo dovuto bussare ai signori tedeschi chiedendo cosa fare del cadavere e ci hanno risposto di buttarlo in mare. Ho guardato papà e Lucia e ho detto “ringrazio il Padreterno che si è preso mamma altrimenti in questo viaggio sarebbe stata la prima ad essere buttata a mare, invece ha voluto che avesse una tomba dove io posso andare a mettere un fiore, una pietra”, ha ricordato commosso Sami Modiano.
E’ iniziato quindi un viaggio allucinante, in condizioni disumane, verso i campi di concentramento di Auschwitz: “Ci hanno caricato su questi vagoni, era la prima volta che vedevo un treno, hanno messo prima sessanta-settanta persone in ogni vagone, poi ottanta, quindi novanta. Era il mese di agosto, c’era un caldo terribile. Hanno chiuso le porte, sempre con cinque secchi d’acqua e un bidone vuoto messi in un angolo. Io, papà e Lucia eravamo in piedi. I signori tedeschi per dare precedenza ai loro treni militari hanno lasciato sotto il sole un treno lunghissimo con quasi 2000 persone chiuse dentro con quattro finestrini soltanto ai lati. Una volta arrivati a destinazione abbiamo visto delle baracche in lontananza e un silenzio totale, che non si è mantenuto a lungo. Appena si è schiarito il tempo, era il 16 agosto 1944, è arrivata una squadra di tedeschi, accompagnati da cani pastori che abbaiavano a tutto fiato, hanno spalancato con rabbia le porte dei vagoni, con una barbarie incredibile e manganellate che arrivavano da tutte le parti e ci hanno detto di scendere subito, di lasciare tutto lì e di mettersi in fila. Papà e i capofamiglia si sono subito preoccupati. Eravamo confusi, impauriti. Siamo stati separati senza sapere che fine avremmo fatto. La sera del 16 agosto 1944 la mia grande famiglia del quartiere ebraico non c’era più. Ci hanno detto gli altri: sapete dove stanno? Vedete quel fumo? Le loro anime sono là. Noi siamo stati sbattuti alla sauna per prepararci a questo ingranaggio della morte con cinque camere a gas, cinque forni crematori, camere di tortura ed esperimenti, per farlo funzionare alla perfezione. Mia sorella che aveva 18 anni ha vissuto pochissimo, 20-30 giorni, mio papà forse 40-45 giorni, io ho promesso a papà che avrei resistito il più a lungo possibile. Alla sauna ci hanno rasato i capelli a zero, ci hanno disinfettato, ci hanno dato un pigiama e un cappello a righe e un paio di zoccoli. Poi ci hanno tatuato un numero sul braccio. Mio papà che mi anticipava e non lasciava la mia mano aveva sul braccio sinistro B7455, mentre io ho B7456. La differenza è che lui non c’è più, me l’hanno portato via, in quei pochi anni che siamo stati insieme mi ha insegnato tantissime cose”.
Sami Modiano ha poi raccontato di aver rischiato diverse volte di venire ucciso dai nazisti ma di essersi salvato grazie a dei gesti di grande solidarietà da parte di sconosciuti: “Ero andato a lavorare in foresta insieme ad altri per prendere la legna e caricarla sui carri trainati da venti prigionieri con il pigiama a righe, con un tedesco con il fucile che ci seguiva dalle 6 del mattino alle 6 di sera, era fine ottobre e nevicava. Era un lavoro che avevo fatto anche altre volte e mentre andavo a prendere la legna, essendoci la neve non si vedevano le buche e sono scivolato e caduto in questa buca profonda oltre un metro con acqua ghiacciata. Cercavo di uscire fuori ma le mie forze ormai erano diminuite, e un altro prigioniero che faceva parte del gruppo per istinto naturale mi ha aiutato. Il tedesco che ci controllava aveva la pistola in mano per darci il colpo di grazia, poi ha riflettuto forse perchè aveva capito che uccidendoci sarebbero mancate due persone a spingere il carro e ci ha risparmiato. Ho lavorato tutta la giornata rientrando poi nel lager scalzo, perchè i miei zoccoli di legno erano rimasti incastrati nella fanghiglia della buca. Il giorno dopo avevo deciso di nascondermi come facevano molti e non andare a lavorare, sapendo che rischiavo di morire. Sono andato nelle latrine e mi sono messo in un angolo con le mani sulla testa aspettando il colpo di grazia. Il governante delle latrine, un polacco, zoppo, quando mi ha visto pensava che mi nascondessi per non essere ucciso e mi diceva di scappare, io non gli davo retta e lui ha avuto un’idea, mi ha sollevato e portato alle latrine dove c’erano quei buchi dove si scaricano gli escrementi, mi ha messo dentro con il pigiama, è passato il controllore e mi sono salvato. Nel corso della seconda selezione invece i tedeschi mi hanno portato davanti alle camere a gas non essendo più abile ai lavori forzati ma erano occupate, nel frattempo era arrivato un treno di patate nella prima rampa della morte e cercavano manodopera. Questo ufficiale è venuto là e ci ha portato a lavorare così abbiamo evitato le camere a gas e terminato il lavoro ci hanno riportato non al lager A ma a quello D e lì ho incontrato Piero Terracina”.
Sami Modiano ha concluso il suo intervento parlando della fraterna amicizia che lo legava a Piero Terracina: “Ci siamo conosciuti nel lager D ma all’inizio non avevo dato tanta importanza a questo incontro, poi abbiamo fatto dei lavori insieme, ci siamo raccontati le rispettive storie, lui era un ragazzo di Roma e io di Rodi, entrambi avevamo perso tutta la nostra famiglia, lui aveva due anni più di me. E’ stato molto di aiuto essendo io più piccolo come età, ed è nata un’amicizia profonda in quel luogo di morte. Eravamo veramente come fratelli e così è stato fino alla sua scomparsa. Ci siamo voluti bene là e anche dopo. Io però non volevo parlare, mi rifiutavo di dare le mie testimonianze su quello che avevo vissuto, quando Piero mi diceva di farlo rifiutavo. Un giorno ho voluto accontentarlo. Nel primo viaggio fatto ad Auschwitz nel 2005 con il sindaco Veltroni, con Piero, con mia moglie, sono caduto in una crisi di pianto e non riuscivo a fermare le lacrime perchè non mi ero dimenticato niente di quello che era accaduto e rivedevo ancora mio papà là dopo sessanta anni, mia sorella Lucia, tutte le scene atroci a cui ho assistito e che ho vissuto. Quando mi sono girato e ho visto i ragazzi delle scuole che ci accompagnavano in lacrime mi sono rivolto a questo cimitero di innocenti che non avevano nessuna colpa, che erano esseri umani, ciascuno con la propria opinione, religione, caratteristiche, ma anche disabili sui quali erano stati fatti barbari esperimenti, ho detto “io giuro davanti a voi che da oggi in avanti non mi fermerò. Fino a quando Dio mi darà la forza di farlo andrò avanti”. E così ho fatto”.
di Francesca Monti
