“Credo nel teatro, nel cinema e in ogni forma artistica e penso che possano contribuire a cambiare le cose in meglio”. Giorgio Colangeli è lo straordinario protagonista nei panni di Papa Ratzinger, insieme a Mariano Rigillo, dello spettacolo “I due Papi” di Anthony McCarten, in scena al Teatro Menotti di Milano dal 20 al 25 febbraio con la regia di Giancarlo Nicoletti.
Dieci anni fa, Benedetto XVI sbalordiva il mondo con le sue dimissioni, le prime dopo più di sette secoli. Cosa ha spinto il più tradizionalista dei Pontefici alla rinuncia e a consegnare la cattedra di Pietro al radicale ed empatico cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio?
Fra documento storico, humor e dramma, lo spettacolo ripercorre non solo i giorni frenetici che portarono dalla rinuncia di Benedetto all’elezione di Francesco, ma anche le “vite parallele” di due uomini molto diversi, accomunati dallo stesso destino. E, soprattutto, ci racconta la nascita di un’amicizia, speciale e inaspettata, fra due personalità fuori dall’ordinario. Al centro di tutto, una domanda senza tempo: quando si è in crisi, bisogna seguire le regole o la propria coscienza?

Giorgio, che tipo di lavoro ha fatto per calarsi nei panni di Papa Ratzinger?
“Qualcosa mi è stato suggerito per quanto riguarda la postura e i movimenti delle mani per caratterizzare il personaggio, ovviamente senza volerne fare un’imitazione, poi ho seguito le indicazioni del regista Giancarlo Nicoletti e il testo che è scritto benissimo. Le due ore dello spettacolo trascorrono senza che il pubblico se ne accorga, con grande leggerezza, perchè è anche divertente, commovente e coinvolgente”.
Lo spettacolo racconta la grande rinuncia fatta da Papa Benedetto XVI, ma anche la nascita di un’amicizia tra lui e Papa Bergoglio, due uomini diversi ma uniti dallo stesso destino…
“Una delle grandi qualità del testo è che sembra tutto vero ma non è detto che lo sia, come ad esempio l’amicizia tra i due Papi. E’ un’invenzione dell’autore molto documentata. Quell’incontro che lo spettacolo racconta potrebbe anche essere avvenuto, nel tentativo di riconciliare queste due facce della Chiesa che sono state sempre un po’ contrapposte, cioè la verità e l’amore. Questo dualismo esiste da oltre 700 anni, già ne parla Dante quando nel Paradiso presenta San Domenico, difensore della verità, e San Francesco, difensore dell’amore, e li tratta in maniera simmetrica e speculare, nonostante siano due facce strutturalmente contrapposte, due esigenze legittime e importanti che è difficile accordare”.

Interpretando questo spettacolo che idea si è fatto relativamente alla scelta coraggiosa e innovativa di Papa Ratzinger di fare un passo indietro e rinunciare al soglio pontificio?
“Siamo abituati ad assegnare a Papa Ratzinger il ruolo di tradizionalista e a Papa Francesco quello di innovatore, ma bisogna prendere atto che da Celestino V che aveva dato le dimissioni nel 1294 nessuno aveva fatto lo stesso ed è un passo formidabile, che Ratzinger non solo ha proposto e realizzato ma anche formalizzato perchè non si sapeva neanche come gestire questa situazione inusuale dei due Papi e di come il Pontefice uscente dovesse comportarsi e continuare la sua vita. E’ stata una scelta innovativa, talmente rivoluzionaria che come sappiamo alcune frange della Chiesa non hanno ancora metabolizzato questa novità e qualcuno afferma pure che Bergoglio non sia un Papa legittimo essendo stato eletto quando era ancora in vita Ratzinger”.
Qual è la sua opinione invece riguardo l’innovazione che Papa Francesco ha portato all’interno della Chiesa?
“Ho l’impressione che Papa Bergoglio si stia dando parecchio da fare e abbia fatto tanto in questi anni di Pontificato. Non so quanto queste innovazioni riusciranno però a rinnovare la Chiesa. Per allestire lo spettacolo ci siamo rivolti a persone interne al Vaticano e ci hanno spiegato che le opposizioni a Bergoglio sono molto dure, anche per una questione di identità della Chiesa, poichè quello che dice è talmente nuovo e anche allineato su una certa attualità. A parte un paio di libri scritti da Ratzinger che ho voluto sfogliare per entrare nel personaggio, questo spettacolo non mi ha però procurato ulteriori attenzioni o curiosità nei confronti della Chiesa”.

Al centro de “I due Papi” c’è la contrapposizione tra seguire le regole e la coscienza. Nelle sue scelte di vita e professionali ha seguito maggiormente le regole o la sua coscienza?
“Queste due facce sono presenti non solo nella Chiesa cattolica ma anche in ogni uomo, io tendenzialmente seguo le regole e a volte la coscienza. Non mi riconosco mai la forza di essere un innovatore o comunque devo prima capire come funziona qualcosa, quali sono le regole vigenti, adeguarmi e poi nel caso se c’è una difficoltà, un problema penso a cosa cambiare. Le regole sono importanti, anche in una convivenza di coppia o se devi dividere qualcosa con un’altra persona. E’ un’utopia, lo so, ma la società funziona quando le regole sono condivise, accettate, create insieme a tutti quelli che decidono di rispettarle”.
Passando dal teatro al cinema, recentemente è stato tra i protagonisti di “C’è ancora domani”, opera prima di Paola Cortellesi che ha collezionato premi e record di incassi, e di “Castelrotto” di Damiano Giacomelli. Che esperienze sono state?
“Per diversi motivi sono state due bellissime esperienze di lavoro. Non conoscevo Paola Cortellesi di persona, la apprezzavo da spettatore. E’ una donna intelligente, sensibile, determinata, con idee molto chiare e lavorare insieme è stato semplice. La sua maniera solare di affrontare le difficoltà e di ascoltare gli altri si è riverberata sulla troupe e per tutti è stato gratificante.

Per quanto riguarda “Castelrotto” è un progetto più legato alla passione. “C’è ancora domani” è un film con grande agio di mezzi e investimenti, mentre “Castelrotto” è una produzione indipendente, realizzata con un budget di duecentomila euro, grazie al finanziamento della Film Commission Marche. E’ una pellicola bella, densa, ricca e abbiamo lavorato con grande cuore. E’ stata una lezione per me, ho capito quanto nella lavorazione dei film si possano anche ridimensionare alcune comodità a vantaggio della qualità del prodotto che è la cosa più importante”.
A proposito di opere prime, anche “L’aria salata” per il quale ha vinto il David di Donatello come miglior attore non protagonista era il film d’esordio di Alessandro Angelini…
“Memore di quello che è successo con Angelini continuo con quella strategia (sorride). Mi piace sia recitare nei corti perchè consentono di incrociare registi nuovi, più o meno promettenti, e poi fare opere prime, come “Dall’alto di una fredda torre” di Francesco Frangipane, uscito in concomitanza con “C’è ancora domani” e presentato alla Festa del Cinema di Roma 2023. Ho avuto la fortuna di collaborare con registi che poi si sono fatti largo nel mondo del cinema come Piero Messina con cui ho girato L’attesa con Juliette Binoche, o Francesco Ghiaccio, regista e cosceneggiatore con Marco D’Amore di “Un posto sicuro””.
Quale ruolo possono avere il teatro e le altre arti nel far riflettere le persone su tematiche importanti?
“Le arti possono fare molto, credo nel teatro, nel cinema e in ogni forma artistica e penso che possano contribuire a cambiare le cose in meglio, ancora di più se l’autore o il regista è consapevole della potenzialità del suo progetto. Un’altra delle qualità di Paola Cortellesi ad esempio è stata la consapevolezza dell’importanza di quello che si racconta in modo che poi la ricaduta sul pubblico possa essere socialmente felice, migliorativa della situazione che abbiamo. Ci sono strumenti che consentono questa azione terapeutica per grandi numeri di persone come il cinema o la televisione. Il teatro è una sfera non di massa, ma più intima e coinvolgente e uno dei suoi tratti tipici è la comunicazione in presenza con il pubblico, che permette di avvicinare la gente in maniera liberatoria, sia chi fa lo spettacolo sia chi lo vede”.
In quali progetti sarà prossimamente impegnato?
“Oltre alla ripresa de “I due Papi” ripartiremo a breve con “Le volpi”, scritto da Lucia Franchi con Luca Ricci che cura anche la regia, in cui sono in scena con Antonella Attili. Si profila una vita piuttosto lunga anche per questo spettacolo. Tra i progetti c’è inoltre un film ambientato a Roma, scritto e diretto da Emanuela Morozzi. Ci sarebbero anche un docufilm sull’Appia Antica, con un regista svizzero, e altre proposte di teatro che devo ancora vagliare. Mi piacerebbe fare tutto, però bisognerà scegliere”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Linda Ansalone
