Intervista al cantautore Matteo Sau: “Sono convinto che nessuno basti a se stesso”

Il 21 marzo, su etichetta La Stanza Nascosta Records, è uscito il suo secondo album “Quanto mi costa la felicità”. Abbiamo incontrato il cantautore cagliaritano Matteo Sau, che, nell’era della musica smart,  rischia di riportare in auge quell’oggetto misterioso chiamato concept album.

È recentemente uscito, per La Stanza Nascosta Records, il suo “Quanto mi costa la felicità”. Quanto è durata e come è stata la gestazione dell’album?

«È stata una gestazione decisamente lunga, forse un po’ troppo perché ho iniziato a lavorare a questo disco nel 2019. Da allora sono cambiate tante cose: abbiamo affrontato una pandemia che, a diversi livelli, ha cambiato la vita delle persone o comunque l’ha condizionata. Abbiamo visitato aspetti della nostra socialità che non conoscevamo o che trascuravamo. Inevitabilmente il lavoro di realizzazione ha subìto un rallentamento e forse anche un condizionamento perché fare i conti con la propria felicità durante il lockdown è stato un esercizio impegnativo. Poi il trascorrere del tempo ha fatto sì che in qualche modo mi allontanassi un po’ da questo disco quasi accettando che rimanesse chiuso in un cassetto. Infine la casualità mi ha permesso di incontrare sulla mia strada l’etichetta La Stanza Nascosta Records e questo incontro ha riacceso l’entusiasmo e così alla fine il disco è nato ed è stato pubblicato».

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Per gli arrangiamenti si è avvalso dell’apporto del musicista e produttore Salvatore Papotto. Siete sempre stati in perfetta sintonia o sul “vestito” da dare a qualche brano avete avuto opinioni diverse?

«La sintonia è una cosa che si costruisce e non può nascere perfetta. Bisogna avere rispetto dei ruoli, fiducia e capacità di ascolto. Io e Salvatore abbiamo messo sul tavolo da subito questi elementi e quindi è stato tutto più naturale. C’è un altro aspetto che mi piace sottolineare e riguarda la “vision” dell’etichetta, che crede nel cantautore e che sa come il cantautore dà vita al prodotto artistico. Io ho raccontato la storia del disco, la sua genesi semantica e le storie di ogni brano. Questo punto di partenza assieme agli elementi che ho citato prima ha fatto sì che io mi fidassi ciecamente di una persona che ha saputo ascoltare e capire il senso narrativo dell’album. Certi brani, come Eggià oppure Così un giorno lei è partita, sono nati in maniera completamente diversa e io non sarei mai riuscito a immaginarli come ha fatto Salvatore, che è riuscito a incrementarne il significato musicale. Questo è il bello di lavorare con le altre persone perché sono convinto che nessuno basti a sé stesso».

La presentazione ufficiale dell’album è stata al Fabrik, nella “sua” Cagliari? Com’ è stato accolto il disco?

«Penso che il disco sia stato accolto bene, soprattutto perché non ha particolari ambizioni se non quella di raccontare storie attraverso le canzoni. Ho poi la fortuna di suonare con bravissimi musicisti con cui c’è un rapporto di affetto e che sono anche delle belle persone, dunque la miscela funziona e dal palco si percepisce un clima positivo. Poi, ovviamente il disco potrà piacere o non piacere, piacere moltissimo o piacere per nulla, ma questo fa parte del gioco e bisogna accettare tutto con sportività».

Rispetto a “Qualche giorno dopo la luna” (Prodotto da Stefano Guzzetti e pubblicato da Caracò nel 2015) “Quanto mi costa la felicità”, a suo avviso, segna un deciso cambio di passo o si pone in una linea di continuità?

«Il cambio di passo consiste nel fatto che il tempo mi ha regalato nuove esperienze, nuovi incontri e (spero) la capacità di gestire meglio il flusso narrativo, sia come testi che come musica. Quindi da questo punto di vista credo che ci sia stato un cambio di passo a livello di consapevolezza di come affrontare il tema del disco e affidarlo ai personaggi. La linea di continuità riguarda, invece, la mia necessità di pensare a un album come un concept unico che leghi in qualche i brani. In questo caso tutti i personaggi delle canzoni si ritrovano a farsi la domanda “Quanto mi costa la felicità?” oppure a una presa d’atto: “Quanto mi costa la felicità”. Così è successo anche con il disco precedente in cui tutti i personaggi delle canzoni si trovavano coinvolti, consapevolmente o meno, a fare i conti con il tempo in tutte le sue diramazioni».

Ha collaborato con scrittori come Francesco Abate, Daniele Biacchessi, Leonardo Padura Fuentes, Stefano Tassinari e Maurizio De Giovanni. C’è, ora, uno scrittore con il quale le piacerebbe lavorare?

«Dunque, ci sono tantissimi scrittori con cui mi piacerebbe lavorare perché lo scambio è sempre qualcosa in grado di arricchire le persone. Quindi devo ammettere che è difficile fare una scelta. Ho però un desiderio che riguarda fare qualcosa di musicale con Carlo Lucarelli, scrittore che adoro e bella persona che ho avuto la possibilità di conoscere in contesti in cui, però, non era presente la musica. Quindi, al netto che il lavoro con tutti gli scrittori è sempre un elemento di crescita affettiva e professionale, penso che -se devo proprio sceglierne uno- mi piacerebbe fare qualcosa con Carlo Lucarelli».

Reading concerto, spettacoli teatrali, festival e progetti di promozione culturale sono il suo mondo. Quali sono gli ingredienti indispensabili per muoversi in questo terreno così importante e delicato?

«Di sicuro la curiosità e la certezza che il proprio prodotto artistico non sia al centro del mondo, ma possa essere limato, adattato, arricchito quando incrocia altri linguaggi artistici. Portare il proprio prodotto come un blocco inviolabile da inserire in un contesto penso sia la cosa più sbagliata. Poi di sicuro l’altro ingrediente è la passione, la tenacia…sono elementi che, purtroppo, servono a colmare alcune grandi lacune che il mondo culturale presenta perché è innegabile che a fronte di un’offerta enorme di artisti di grande valore, il mercato sia sempre in difficoltà».

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Nel suo ultimo album ci sono suggestioni letterarie e/o filmiche?

«Assolutamente sì. Ci sono più che altro diapositive che mi vengono in mente da libri o film. Nel brano Ingresso tesserati, ho proprio visto alcune immagini del film con Alberto Sordi e Claudia Cardinale, intitolato Bello onesto emigrato in Australia… etc etc. di Luigi Zampa che racconta una storia di miseria, emigrazione e illusione. Nel brano c’è molto di quel film come in Quanto mi costa la felicità c’è un po’ l’adolescenza raccontata da Coe nel libro La banda dei brocchi. Però è difficile mettere in fila un po’ tutte le suggestioni perché inevitabilmente si mischiano nella mente ed escono magari in frammenti difficili da ricontestualizzare».

Si sente, a tutti gli effetti, un cantautore?

«Sì, se si fa riferimento alla definizione asciutta, ossia un cantante di musica leggera autore anche dei testi. Allora sì, sono un cantautore visto che scrivo sia i testi che le musiche dei miei brani. Poi l’accezione del termine è cambiata e per cantautore spesso si fa riferimento ai mostri sacri che hanno permesso l’esplosione della musica d’autore in Italia. A questo livello devo dire che mi sento un po’ in imbarazzo a far parte della stessa cerchia nonostante l’idea mi inorgoglisca molto. Però alla fine il mio prodotto artistico penso che sia riferibile a quel genere musicale che rappresenta una parte fondamentale della mia cultura e passione musicale».

Nel suo canzoniere ha affrontato, fino ad ora, le tematiche del tempo e della felicità. C’è un altro argomento altrettanto importante e trasversale che immagina di voler affrontare in un futuro non troppo lontano?

«Sì c’è e sto cominciando a pensare come possa diventare un disco. Non voglio fare troppi passi avanti ma devo dire che mi affascina la possibilità di raccontare storie che possano subire cambiamenti rispetto all’epilogo originale dando vita a storie parallele».

di Clara Lia Rossini

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