ORIRI: FRANCESCO BELLINA E GLI “INCUBI” DELLA TRATTA DELLE DONNE DALL’AFRICA

“Spiriti”, “incubi”. È questo il significato di ORIRI nella lingua Bini, quella adottata dalla popolazione appartenente all’etnia nigeriana degli Edo, che abita parte della repubblica federale della Nigeria, i cui antenati furono i creatori del Benin. Questo termine è l’essenza della mostra fotografica di Francesco Bellina, inaugurata il 12 aprile e che si concluderà a giugno di quest’anno, ospitata dallo storico Palazzo Scammacca del Murgo.

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La splendida sede dell’esposizione della selezione fotografica tematica di Bellina, curata da Luca Santese, è l’edificio nobiliare catanese, eretto nel diciannovesimo secolo, che, ristrutturato nel rispetto della sua storia, è divenuto struttura recettiva, con i suoi sette appartamenti e tre camere doppie. Palazzo Scammacca è inoltre centro di tante iniziative culturali e artistiche, grazie all’operato di Pietro Scammacca, e anche alla rinomata realtà del jazz catanese, il Monk di Giuseppe Previtera, che ha trovato adeguato spazio nell’edificio che appartiene alla famiglia Scammacca del Murgo, proprietaria dell’azienda enoica Murgo, guidata da Michele Scammacca.

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IL PROGETTO FOTOGRAFICO

In questo contesto di importante fermento culturale Francesco Bellina ha narrato, attraverso le sue immagini, un elemento scarsamente conosciuto e rappresentato, ossia il legame religioso e rituale tra le donne vittime di schiavitù sessuale e gli sfruttatori. Questi ultimi, sovente, si avvalgono di sacerdoti di culti e pratiche religiose locali, generalmente legate a riti vudù, per stabilire e rinsaldare le catene dell’asservimento.

Quello di Bellina, è un progetto fotografico realizzato dal fotografo trapanese, tra il 2015 e il 2020, che costituisce un racconto per immagini di eventi e luoghi estremamente complessi, quali Benin, Niger, Nigeria, Ghana, Mar Mediterraneo e Sicilia, mediante un percorso documentaristico a ritroso che attraversa l’esperienza di migliaia di donne obbligate a una vita di sfruttamento e umiliazioni. Sono tanti i Paesi dove si attuano questi riti iniziatici: dalla Repubblica del Benin, dove sorge la religione vudù e si reclama una funzione positiva dei rituali, al Ghana, dove si intrecciano i riti tradizionali con le regole delle chiese pentecostali, passando per la Nigeria, dove i legami delle attività criminali e del traffico di esseri umani sono correlati alle tradizioni rituali e religiose. Il Niger, soprattutto la città di Agadez, rappresenta uno snodo fondamentale per il traffico di esseri umani, che dalla regione del Tenerè percorrono il deserto verso la Libia. Le reti criminali, in questi contesti, sono legate ai culti religiosi, trovando su un’altra sponda del Mediterraneo, ossia in Sicilia, terreno fertile a causa della mafia locale e non solo. Bellina con il suo progetto, che non ha avuto alcun finanziamento esterno, vuole inoltre far risaltare le pratiche di solidarietà diffusa, finalizzate a limitare e contrastare il fenomeno delle vittime di tratta, concretizzate da tante suore e tanti preti che lavorano in queste realtà, dando aiuti concreti alle schiave sessuali.

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Luca Santese, ha così descritto la figura del fotografo: “Bellina è un fotografo in cui ho fin da subito riconosciuto grande intuito nel penetrare gli eventi entrando in contatto con i suoi abitanti, sia come giornalista ma innanzitutto come persona, dote che gli permette di realizzare immagini di situazioni a cui pochi possono avere accesso e permette così a noi, come fruitori, di giungervi. Varchiamo così anche soglie di piani ulteriori, trascendenti appunto, usualmente riservati a cerchie molto ristrette”.

LA VISIONE E IL RACCONTO DELL’AUTORE

Francesco Bellina è un fotografo documentarista, impegnato nella rappresentazione dei più importanti eventi socio-politici, soprattutto nella raffigurazione per immagini del fenomeno delle migrazioni. Le sue fotografie sono state pubblicate dalle principali testate internazionali, da The Guardian ad Al Jazeera, The Globe and Mail, Paris Match, le Monde, Internazionale, l’Espresso, e The Washington Post.

Spiegando l’esposizione dei suoi scatti ha affermato: “la mostra è una ricerca che cerca di mettere assieme la tratta delle schiave sessuali nigeriane, che non chiamo prostitute proprio perché vivono delle condizioni non di scelta ma di costrizione e di violenza quotidiana, e i rituali vudù di cui spesso sentiamo parlare. Sovente però non vengono tuttavia raccontati e penetrati nelle loro dinamiche e conseguenze. Quello che ho cercato di fare è stato indagare questi rituali, questa religione e dargli una dignità perché non è una religione “cattiva”, negativa. Credo che non esistano religioni di questo tipo ma l’uomo, con intenzione criminale, spesso si serve di questa credenza per i propri tornaconti economici.

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Lo stesso Bellina ha spiegato il percorso delle sue opere nello spazio di Palazzo Scammacca e ha asserito:” nella prima sala siamo in Sicilia e la mostra si apre con la figura di una profetessa ghanese ashanti di Kumasi, sua città di provenienza, che a Piazza Ingastone, a Palermo, in una zona abbastanza popolare, dentro un garage, ha creato una chiesa per curare e per liberare dai rituali vudù negativi le ragazze vittime della tratta. Ella, lo faceva gratuitamente, venendo dal Ghana appositamente e rimanendo un paio d’anni a Palermo. La profetessa, inoltre, faceva anche dei pellegrinaggi, sul Monte Pellegrino, in devozione a Santa Rosalia, insieme a queste ragazze nigeriane. Ho avuto la possibilità di assistere alle sue celebrazioni e mi è sembrata una figura molto importante, carismatica e, socialmente, profondamente impegnata.

 Proseguendo nel percorso fotografico della mostra, c’è Assia, la prima vittima di tratta che ho conosciuto a Palermo, che era reclusa in una casa dove si produceva crack. In questo luogo c’era una stanza dove lei era tenuta segregata, con le spalle alle finestre. Poiché è mia abitudine parlare sempre con i soggetti che fotografo, spiegando cosa sto facendo, il fatto di non averlo potuto fare con lei perché  i suoi carcerieri che me lo hanno impedito, mi ha portato ulteriormente a cercare di indagare la sua storia e il fenomeno della tratta e della schiavitù femminile seguendo una viaggio che mi ha portato ad arrivare a Benin City, in Nigeria.

Nella parte finale dell’allestimento delle mie fotografie si trova l’ultima foto, quella di Jennifer, che è una ragazza nigeriana, che è diventata mia amica. L’ho conosciuta in un luogo, che ho rappresentato in una foto in cui c’è una donna con un lenzuolo che l’avvolge, che costituiva la più grande casa di reclusione di vittime di tratta nei luoghi in cui sono stato in Ghana. C’erano circa 200 ragazze in un palazzo che era un albergo. Per l’esattezza erano 2-3 ragazze per camera. Jennifer stava lì da 3 giorni quando l’ho conosciuta.  Abbiamo avuto la fortuna reciproca di incontrarci. Nella foto che la ritrae, si trova in una casa sicura, gestita da alcune sore dell’associazione Slaves No More che è un’associazione che combatte le violenze sulle donne, il traffico e lo sfruttamento di persone, lavorando direttamente con il Vaticano. Oggi Jennifer vive in Nigeria, è sposata, ha un bambino che si chiama Fortune, lavora, facendo la parrucchiera. Ha visto questa mostra prima di tutti perché le ho mandato il video. E questa è stata una grande soddisfazione perché il mio lavoro è servito anche ad aiutare questa donna e perché per prima ha potuto vedere quanto ho fatto. L’ulteriore finalità del mio progetto è indagare, non solo il tema della mercificazione del corpo delle donne, ma anche quello del colonialismo e del neocolonialismo. Il vudù è nato proprio come protezione dovuta al traffico e alla tratta degli schiavi, cominciata con i portoghesi. I rituali e i canti, legati al vudù, erano fondamentali perché servivano come protezione fino all’approdo al “Mondo Nuovo”, dove gli schiavi trovavano una vita diversa, purtroppo peggiore. Con questa mostra cerco di dare degli elementi che spero possano far riflettere l’Africa e sull’Africa, che è un paese ricchissimo a livello di risorse naturali. Però purtroppo il rapporto dell’Europa e degli altri paesi occidentali con l’Africa non è stato sempre bilateralmente equo, usando un eufemismo, e quindi mi auguro che questo possa servire un minimo a dare degli input diversi, alternativi a quelli che sono stati forniti fino adesso.”

FRANCESCO BELLINA: LA PASSIONE PER LA FOTOGRAFIA E I PROSSIMI PROGETTI

L’autore della mostra ha spiegato la sua propensione all’arte della fotografia e ha dichiarato:” io sono un autodidatta. Ho amato la fotografia fin da quando avevo quattro anni. Sono trapanese e non ho potuto studiare fotografia all’università perché era a Milano e per di più privata. Quindi ho deciso di impegnarmi ancora di più, in autonomia, fino giungere a questo progetto che mi ha permesso di raccogliere un grande volume di fotografie, da cui ho selezionato 42 immagini, quasi tutte presenti in questa mostra. È stato proprio l’amore per l’arte fotografica, oltreché la condizione delle donne soggette alla tratta, a spingermi a compiere un percorso che è stato molto lungo anche geograficamente e che mi ha fatto imbattere in diverse situazioni particolari, tra cui anche arresti e circostanze molto pericolose con criminali, circostanze che purtroppo rappresentano la normalità quando si lavora in Africa.

Dopo questo lavoro ho realizzato “Pray for Seamen” (che ha vinto l’Italian Council nel 2021,) una mostra che è stata anche trasposta in scritto in un libro pubblicato dalla casa editrice Cesura Publish. Adesso sto realizzando un lavoro su come sta cambiando il mar Mediterraneo a causa del cambiamento climatico.”

ORIRI è anche un’opera editoriale curata ed edita da Studio Forward, che ha scelto di tradurre in forma grafica la narrazione di Bellina con l’obiettivo di valorizzare la dicotomia tra documentazione e narrazione.

di Gianmaria Tesei

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