E’ stato presentato Fuori Concorso alla 81. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia “Il tempo che ci vuole” di Cristina Comencini con Fabrizio Gifuni, Romana Maggiora Vergano, Anna Mangiocavallo, prodotto da Kavac Film, Les films du Worso, IBC Movie, One Art e Rai Cinema.
Questo film è il racconto molto personale di momenti vissuti dalla regista con il padre. Un racconto personale che però trova la giusta distanza nel fatto che tra il padre e la figlia c’è sempre il cinema come passione, scelta di vita, modo di stare al mondo. Il cinema come una rete che sottende il racconto dei loro scambi, crea lo spazio dell’immaginazione. “Con il cinema” dice, il padre “si può scappare. Con l’immaginazione”. Le immagini partono dai ricordi e come i ricordi amplificano alcuni segni salienti e ne cancellano altri. Immagini scarne, in cui non c’è quasi niente tranne loro due, e in cui il segno che è presente ha sempre qualcosa di esagerato: se qualcosa è grande è molto grande, se è lontano è molto lontano, se c’è un raggio di luce è molto luminoso, se qualcosa è vicino è molto vicino. Per quel che riguarda i set, invece, molta pienezza, confusione, fretta, molta gente, molto chiasso e anche qui tutto amplificato, in questa eccitazione della vita collettiva che sono i set: qui quelli di Pinocchio, sempre creati in mezzo al nulla, in terreni brulli di campagna.
“Era un film che avevo dentro di me da sempre, però da una parte ci voleva del tempo per sentirmi matura dal punto di vista della regia, e poi anche dal punto di vista personale per elaborare in maniera libera e serena tante cose e anche per poter dire grazie. Durante la pandemia era tutto chiuso, c’era questa sensazione che il cinema potesse perdersi e ho sentito la necessità di mettere per iscritto questi ricordi. Poi ho chiesto di leggere la sceneggiatura a un amico e maestro, Marco Bellocchio, e mi ha detto di fare il film. Ho voluto rendere omaggio a mio padre, al suo modo di fare cinema, al suo modo di essere, all’importanza che la sua opera e il suo impegno hanno avuto per il nostro cinema e che la sua persona ha avuto per me. Sono stata molto fortunata a poter lavorare con Fabrizio, Romana e il resto del cast”, ha detto la regista.
Fabrizio Gifuni interpreta Luigi Comencini: “C’è stato un lavoro di ricerca perchè per quanto sul copione ci fosse scritto padre e non Luigi Comencini tutti noi sapevamo che storia stessimo raccontando. Se da un lato mi sembrava insensato andare in una direzione fortemente educativa lo era altrettanto non tenere conto del corpo e della voce di Comencini. La prima parte di questo lavoro è stata di ricerca e accumulo di materiali da cui a un certo punto bisogna tentare di distaccarsi. Lui era un regista molto schivo, in rete c’è solo una sua breve intervista sul set, se vuoi avere un’idea di chi fosse devi riguardare l’inchiesta “I bambini e noi” che è un capolavoro. Lui aveva un ascolto e un’empatia verso i bambini che mi è stata utile. Non bisogna avere fretta, ma aspettare che questo materiale si depositi, si interiorizzi e arrivi dove deve. E’ stata per me la possibilità di rivedere film straordinari di un grande regista che ancora oggi non occupa il posto che dovrebbe”.
Romana Maggiora Vergano veste i panni di Francesca Comencini: “E’ stata una grandissima occasione, ero fan di Francesca come autrice e regista ancora prima di fare questo film, ero onorata di poter lavorare con lei, ero orgogliosa che mi avesse scelta ma avevo paura di entrare in un lavoro in cui la persona che mi stava dirigendo era la stessa che dovevo interpretare. Leggendo più volte la sceneggiatura ho capito che questa storia ha un respiro universale e questo mi ha permesso di abbattere l’imbarazzo e di entrare in un viaggio condivisibile e meraviglioso. La cosa che ricordo con piacere è il modo in cui abbiamo lavorato quando ci siamo conosciute, mi aspettavo di doverla convincere di essere la persona giusta invece ho trovato una regista curiosa e che cercava di tirare fuori da me delle cose che potessero risuonare in lei”.
di Francesca Monti
