“Il percorso di avvicinamento a un personaggio non passa mai per una forma esterna alla quale devi aderire ma sempre per una ricerca di qualcosa di molto personale”. Attore dalla grande versatilità, profondità e capacità di risultare sempre credibile nei ruoli che interpreta, Paolo Briguglia è tra i protagonisti di “Brennero”, con la regia di Davide Marengo e Giuseppe Bonito, in onda in prima serata da lunedì 16 settembre su Rai 1 e in box set in esclusiva su RaiPlay, coprodotta da Rai Fiction e Cross Productions con il sostegno di IDM-Film Commission Südtirol.
Nella nuova serie in quattro puntate veste i panni del mostro di Bolzano, un serial killer tornato a colpire dopo anni, riaprendo le ferite e le tensioni culturali che hanno segnato per decenni la città, a cui danno la caccia la Pm Eva Kofler (Elena Radonicich) e l’ispettore Paolo Costa (Matteo Martari). Un personaggio dalla personalità oscura e complessa, diametralmente opposto a quelli finora rivestiti da Paolo Briguglia, a cominciare per esempio da Ignazio Florio de “I Leoni di Sicilia”, attualmente in onda su Rai 1 il martedì sera, passando per Giovanni Impastato nel film “I cento passi”, Fulvio Frisone ne “Il figlio della luna” o Tony Calvaruso nella fiction “Il cacciatore”.
Una carriera variegata e brillante quella dell’attore palermitano, che ha lasciato giovanissimo la sua città natale, a cui resta profondamente legato, per trasferirsi a Roma a studiare recitazione, e dove è recentemente tornato a lavorare per la serie “I fratelli Corsaro” in onda su Canale 5, in cui fa coppia con Beppe Fiorello.
Un periodo d’oro per Paolo Briguglia che, come ci ha raccontato, sta già lavorando a nuovi progetti sempre con quell’entusiasmo e quell’umiltà degli inizi e con la voglia di raccontare nuove storie che possano regalare emozioni e gli permettano di indagare le sfumature dell’animo umano.

Paolo Briguglia in “Brennero” – credit foto ufficio stampa
Paolo, nella serie “Brennero” interpreta il mostro di Bolzano a cui Eva e Paolo stanno dando la caccia…
“In ogni puntata c’è un caso da risolvere ma c’è anche un’indagine che accomuna tutta la storia ed è la ricerca di questo mostro, un serial killer che Paolo Costa, interpretato da Matteo Martari ha cercato di prendere come si evince poi dai flashback legati al passato e per catturarlo ha perso una gamba e la fidanzata in un incidente stradale maturando un’ossessione personale fortissima. Non posso darti troppi elementi narrativi riguardo la storia, ma posso dire che è stata per me una grande occasione lavorativa potermi confrontare con un personaggio che ha un lato della personalità così oscuro e una complessità a tutto tondo. I personaggi che uccidono hanno spesso un passato di violenza subita e in qualche modo è così pure per il mostro di Bolzano. Ovviamente non voglio in alcun modo giustificare le sue azioni. Non è il Joker che fa del male perché gode nel farlo, ma vuole vendicarsi di qualcosa che ha subito, come si scoprirà nel corso della storia”.
Un personaggio molto diverso rispetto a quelli che ha rivestito finora nei vari progetti per il cinema, la tv e il teatro a cui ha preso parte…
“E’ vero, in tutta la mia vita lavorativa ho fatto quasi sempre l’opposto, cioè interpretare personaggi che hanno un lato di grande sensibilità. Se si mettono accanto per esempio il mostro di Bolzano con Ignazio Florio che impersono ne I Leoni di Sicilia per me è divertente da vedere perché sono agli antipodi. Quindi avere la possibilità di fare questo personaggio in maniera credibile mi rende particolarmente orgoglioso”.
Come è riuscito ad entrare all’interno di questo personaggio che ha tanti lati oscuri e dunque è molto affascinante per un attore ma anche magari più complicato rispetto ad altri ruoli?
“Non è immediato, soprattutto è complicato trovare delle chiavi di lettura che vadano bene per te perché il rischio, quando fai un personaggio di questo tipo, è cadere nello stereotipo di recitare il cattivo e invece questo è il punto di partenza trattandosi di qualcuno che cerca di riprendersi ciò che gli è stato tolto in maniera così malata. Si tratta di andare a cercare dentro la propria personalità che cos’è questo qualcosa che ti è necessario e se non lo riprendi non puoi sopravvivere e sei disposto a fare di tutto pur di averlo. Il percorso di avvicinamento a un personaggio non passa mai per una forma esterna alla quale devi aderire ma invece sempre per una ricerca di qualcosa di molto personale che nel caso del serial killer può essere una cosa molto piccola, magari da ingigantire. Devi avere una grande delicatezza per cercare di scoprire in maniera più efficace che cos’è che devi fare per rendere il personaggio forte, affascinante, però anche molto credibile”.

Paolo Briguglia in “Brennero” – credit foto ufficio stampa
A proposito di stereotipi, di pregiudizi, di preconcetti, è una delle tematiche della serie e mi riferisco anche al fatto che è girata in Alto Adige, a Bolzano, e che il mostro ha ucciso sei persone di lingua tedesca colpevoli secondo lui di aver trattato gli italiani come inferiori…
“Non sapevo che ci fossero stati in passato in Alto Adige questi conflitti così importanti fra la comunità italiana e quella tedesca. L’ho scoperto girando la serie. Sicuramente si parla anche di questo, delle difficoltà della convivenza ma anche della necessità dell’accettazione della differenza, dell’altro”.
Mi ricollego a questo e le chiedo se ha mai avuto a che fare con dei pregiudizi nel corso della sua carriera…
“Personalmente no. Immagino che magari molti siciliani in epoche passate possano aver avuto appicciata addosso l’etichetta del mafioso, di quello che non vuole lavorare, però oggi non c’è più fortunatamente quel pregiudizio”.

Paolo Briguglia e Vinicio Marchioni in “I Leoni di Sicilia” – credit foto Maria Marin
Ha citato prima I Leoni di Sicilia dove interpreta Ignazio Florio. Com’è stato calarsi nei panni di questo personaggio, in questa storia in costume?
“È stata un’esperienza molto romantica. Rispetto agli altri Florio della serie il mio personaggio portava in scena una grande capacità di sentimenti e di empatia non solo verso la cognata Giuseppina ma anche verso questo nipotino, Vincenzo, che lui ama come un figlio e che alla morte del padre, Paolo Florio, interpretato da Vinicio Marchioni, diventa in qualche modo suo figlio. Ignazio infatti si prende la responsabilità di far crescere l’azienda ma anche di crescere Vincenzo. È un personaggio che come tutti i Florio è molto solido nelle capacità imprenditoriali però antepone il rapporto umano ed è insolito perché questa storia è dominata da uomini che vanno avanti con tenacia, cattiveria, con un senso di riscatto mai soffocato e di ambizione immensa, un desiderio di crescere, di dominare. Ho seguito molto le intuizioni di Stefania Auci che, soprattutto per questi personaggi dell’inizio dell’epopea per i quali non ci sono testimonianze storiche, non ci sono lettere, se non documenti notarili e commerciali, ha inventato i dialoghi. Avendo letto il libro ho cercato di usare la sensibilità di Stefania per ricostruire quella del mio personaggio. Dopodiché è stato un viaggio bellissimo che ci ha portato in giro per la Sicilia, in luoghi meravigliosi e quindi è stato stupendo girare questa serie e lavorare con questo gruppo affiatato, dalla produzione al regista Paolo Genovese a tutti i miei colleghi, in particolare con quelli che interpretano i Florio della prima generazione, quindi Ester Pantano e Vinicio Marchioni”.

Paolo Briguglia e Giuseppe Fiorello in “I Fratelli Corsaro” – credit foto ufficio stampa
Passando ad un’altra serie sempre ambientata in Sicilia, a Palermo, “I Fratelli Corsaro” dove interpreta l’avvocato penalista Roberto, come ha costruito questo rapporto di fratellanza con Beppe Fiorello che interpreta Fabrizio, l’altro fratello Corsaro?
“Con Beppe ci siamo subito riconosciuti perché entrambi proveniamo da famiglie numerose, avendo sia fratelli che sorelle, con genitori che hanno trasmesso un senso quasi sacro dei rapporti famigliari. Beppe è legatissimo a suo fratello e alle sue sorelle e lo stesso vale per me, quindi avevamo questo desiderio di raccontare il rapporto di fratellanza in cui ci può essere un’enorme differenza di carattere, di vedute però di fondo ci sono l’amore, il rispetto, il sentire che bisogna comunque stare vicini. C’è anche in maniera un po’ pittoresca questo stereotipo della famiglia siciliana, che si ritrova davanti alla tavola tutte le domeniche, con la mamma che cucina e che rispecchia la realtà. Ora non vivo più a Palermo però capita spessissimo di ritrovarsi con i famigliari a tavola, a pranzo, da mamma che ama cucinare”.
Che punti di contatto ha trovato con questo personaggio?
“Roberto è un avvocato penalista ed è quanto di più lontano io possa immaginare dalla mia vita… il codice penale, la quotidiana frequentazione di delinquenti, ha un pelo sullo stomaco non indifferente nell’affrontare i casi, un piglio che non mi appartengono. Io sono una persona molto più semplice, socievole, incline alla leggerezza e all’ironia mentre Roberto è serioso, ansioso, ipocondriaco quindi ha dei tratti che non sono miei, però mi sono divertito a renderlo un po’ più goffo, umano e simpatico, in modo che non fosse troppo rigido. Alla fine ho fatto una sintesi e ho creato il mio Roberto”.
Un aspetto interessante di questa serie è che Palermo viene raccontata con una modalità diversa, con una luce differente rispetto ad altri progetti a cui ha preso parte, da “I cento passi” a “Il cacciatore”…
“E’ vero e questo è un aspetto che mi rende particolarmente felice perché basta modificare una musica e lo stesso paesaggio cambia di personalità. Tante volte abbiamo fatto film di impegno civile, che è giusto e doveroso realizzare, ma in questo caso c’era la possibilità di mostrare Palermo come una città formata da persone in gamba, perbene, dinamiche, che lavorano, si guadagnano da vivere in modo onesto e sono fortunate perché vivono in una città bellissima, quella che conosco e in cui sono cresciuto. Abbiamo raccontato Palermo in questo modo, ci sono i crimini ma la mafia rimane sullo sfondo”.

credit foto Valentina Glorioso
Qual è il suo luogo del cuore di Palermo?
“Sicuramente il mare, ci sono tanti posti di mare che ho frequentato fin da quando ero ragazzo e che continuo a frequentare, e poi il centro storico che ai tempi era in uno stato di abbandono totale e solo negli ultimi anni ha vissuto una rinascita. Quando ero più giovane mi divertivo tantissimo ad andare a scoprire nuovi posti. Ricordo ad esempio che c’erano dei conventi o delle chiese che erano chiuse, con dei cancelli che si potevano scavalcare per immergersi e ritrovarsi improvvisamente all’interno di una meravigliosa chiesa barocca di notte. Ho vissuto dei momenti di grande fascino alla scoperta della mia città”.
A proposito di pranzi e di gastronomia siciliana, è al timone insieme a Giusi Battaglia del programma “Ci vediamo al bar” su Food Network, quindi le chiedo qual è il suo rapporto con la cucina?
“A me è sempre piaciuto molto cucinare, ho dei libri di ricette di cucina siciliana e di pesce che cerco di seguire. D’estate con i miei fratelli ci ritroviamo in Sicilia e andiamo a pescare insieme e poi cuciniamo il pescato. Purtroppo essendo spesso in giro per lavoro non riesco a dedicare molto tempo alla cucina ma quando sono a casa mi piace preparare dei piatti per la mia famiglia”.
Tra i tanti ruoli che ha interpretato ce n’è uno in particolare a cui è rimasto più legato?
“Ti posso dire per esempio Il figlio della luna, dove vestivo i panni di un fisico nucleare in sedia a rotelle, tetraplegico e spastico, andato in onda su Rai 1 tanti anni fa che ebbe un grandissimo successo. Un personaggio molto bello, che ha un rapporto speciale con la mamma, interpretata da Lunetta Savino. Sono molto affezionato inoltre al film di Enzo Monteleone, “El Alamein”, che racconta la storia di un volontario universitario che arriva al fronte in Africa nel corso della seconda guerra mondiale. Porto poi nel cuore “Basilicata coast to coast” di Rocco Papaleo, un film riuscito molto bene il cui successo è stato conseguente al fatto che aveva una poesia a cui abbiamo contribuito tutti. Rocco è stato bravissimo a coinvolgere gli interpreti nella creazione del film, è stato un processo di lavoro molto bello che ricordo con grandissimo piacere. Infine per citarti un altro lavoro in tempi più recenti la serie Rai “Il Cacciatore” dove interpretavo Tony Calvaruso, un uomo comune che viene risucchiato dalla mafia e che combatte con tutte le sue forze per non diventare un killer e alla fine ci riesce. E’ una storia molto affascinante”.
E’ stato la voce narrante di Barrancoscuro e Nel mare ci sono i coccodrilli, due vicende diverse ma ugualmente molto intense ed emozionanti, quindi le chiedo che differenza c’è nel modo di approcciarsi ad una storia soltanto con la voce rispetto invece a recitare anche con il volto e con il corpo?
“E’ bellissimo, sei chiuso in una cabina con il tuo microfono e le cuffie quindi puoi anche ascoltare in diretta il lavoro che stai facendo. Me ne sono innamorato con Nel mare ci sono i coccodrilli e ho continuato prestando la mia voce a diversi audiolibri, ogni volta che mi hanno invitato. E’ una dimensione che mi piace tantissimo, un’atmosfera di grandissima concentrazione in cui hai soltanto la voce per evocare un mondo. Non è una lettura tecnica, devi costruire prima le immagini cioè raccontare qualcosa che vedi, che per te ha acquisito un valore e che puoi trasmettere. La mia ambizione più grande è riuscire a fare vedere agli altri, a far emergere un mondo solo attraverso la voce”.

credit foto Valentina Glorioso
Ha lasciato Palermo da giovane per inseguire il suo sogno di diventare attore, se tornasse indietro rifarebbe la stessa scelta?
“Non lo so. Non faccio troppi progetti, mi dedico con tutto me stesso alle cose che mi capita di incontrare, però immagino che se dovessi tornare indietro la vita mi porterebbe probabilmente da parti completamente diverse quindi chissà… Ad esempio mi piace moltissimo la musica, sia ascoltarla che suonarla, ho studiato chitarra e pianoforte, anche se poi non sono mai diventato musicista. Avevo cominciato studiando archeologia e mi affascinava molto. Insomma se non fossi diventato attore avrei potuto fare altre migliaia di cose con altrettanta soddisfazione”.
A Palermo oggi secondo lei ci sono più possibilità per un giovane di poter iniziare la carriera di attore rispetto al passato?
“Oggi Palermo offre molto di più, tante persone sono tornate a viverci. Quando ho cominciato io praticamente era difficilissimo anche solo formarsi in maniera seria, c’erano delle occasioni sporadiche, ora indubbiamente ci sono maggiori possibilità ma credo che per un attore continui a essere molto più utile e comodo spostarsi in altre città”.
Per quanto riguarda i prossimi progetti c’è qualche altra cosa che ci può anticipare?
“Sono nel cast della serie diretta da Michele Soavi “Le libere donne” nelle vesti di un personaggio cattivo, quindi sempre molto divertente per me da costruire. A teatro invece riprenderemo due spettacoli a cui sono molto legato: Chi come me, andato in scena al Teatro Franco Parenti a Milano lo scorso anno, ambientato ai nostri giorni in un ospedale psichiatrico per ragazzi sotto regime di trattamento sanitario obbligatorio che è un tema che da anni esploro. Avendo delle figlie, la più grande di 14 anni, seguo molto da vicino lo spaesamento giovanile e la crescita esponenziale, soprattutto dopo il Covid, dei disturbi psichiatrici anche importanti. Mi piaceva avvicinarmi a questo tema e questo testo scritto da Roy Chen è bellissimo perchè fa ridere e anche commuovere gli spettatori. A novembre sarò di nuovo a Milano con questo spettacolo, invece a gennaio e febbraio sarò in scena con Un Amore, tratto dal romanzo di Dino Buzzati, che è ambientato negli anni ’60 ma è veramente molto attuale e racconta la storia di uno scenografo cinquantenne che si innamora di una prostituta minorenne e cominciano a frequentarsi. E’ un viaggio all’interno del maschilismo di quegli anni ancora assolutamente attuale, tra i pregiudizi maschilisti sulla donna che a poco a poco però vanno sgretolandosi”.
di Francesca Monti
credit foto Valentina Glorioso
Si ringraziano Lorella Di Carlo, Pamela Menichelli – Ni.Co ufficio stampa
