Intervista con Richard Sammel, nel cast della serie “Brennero”: “Per interpretare Gerhard ho cercato di capire quali fossero i tratti che abbiamo in comune”

“Fare del bene, essere giusto e la necessità ogni tanto di mostrarsi duro sono gli aspetti principali del mio personaggio che si rispecchiano anche nel modo in cui ha cresciuto sua figlia”. Attore di grande spessore artistico e umano, con una prestigiosa carriera che si snoda tra cinema, teatro e fiction, Richard Sammel è tra i protagonisti di “Brennero”, in onda il lunedì sera su Rai 1 con la regia di Davide Marengo e Giuseppe Bonito, e in box set in esclusiva su RaiPlay, coprodotta da Rai Fiction e Cross Productions con il sostegno di IDM-Film Commission Südtirol.

Nella serie interpreta Gerhard Kofler, ex procuratore capo della procura di Bolzano che a settant’anni ha dovuto lasciare il suo prestigioso incarico, ma che continua come se nulla fosse e come se non gli fosse stato diagnosticato un principio di Alzheimer a dialogare con i suoi ex collaboratori, nella convinzione di poter essere ancora utile alla causa, soprattutto quando il Mostro di Bolzano torna a colpire. La rivelazione più sorprendente, per Gerhard, non è tanto il ritorno del serial killer, che ha a lungo inseguito senza riuscire a catturarlo, bensì a chi viene affidato il caso: sua figlia Eva (Elena Radonicich). Il rapporto tra loro è da sempre solidissimo ma dal punto di vista professionale Gerhard non riesce ad avere fiducia in lei.

In questa intervista Richard Sammel ci ha parlato di “Brennero” ma anche delle esperienze sul set dei film “La vita è bella” di Roberto Benigni e “L’ordine del tempo” di Liliana Cavani, nonché dei prossimi progetti.

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Richard, nella serie “Brennero” interpreta Gerhard, ex procuratore capo della procura di Bolzano, da cosa è partito nella costruzione di questo personaggio così complesso?

“Innanzitutto ho cercato di capire quali fossero i tratti simili o comuni fra me e il personaggio. A parte il fatto che da bambino andavo sempre in vacanza in Alto Adige, l’aspetto più importante è che sono perfettamente bilingue, in quanto io sono tedesco e mia moglie è italiana e dunque queste due culture sono già presenti all’interno della mia famiglia. Essendo Gerhard un procuratore, e vista la sua età, mi sono indirizzato verso un tipo di uomo serio, autoritario, ma che in fondo vuole fare la cosa giusta, in quanto la giustizia sembra essere un valore che l’umanità ha creato per bilanciare l’ingiustizia o la crudeltà del mondo. Fare del bene, essere giusto e la necessità ogni tanto di mostrarsi duro sono gli aspetti principali del mio personaggio che si rispecchiano anche nel modo in cui ha cresciuto sua figlia. Eva e Richard vivono infatti il classico conflitto generazionale tra due mondi con un modo di vedere le cose e un pensiero su come comportarsi molto differenti. Sua figlia senz’altro ha una visione molto più moderna della vita rispetto al mio personaggio che è più conservatore”.

Attraverso Richard viene affrontato anche un altro tema importante, quello dell’Alzheimer…

“Mi sono concentrato molto sulla line-up legata all’Alzheimer perché è interessante studiare una malattia che non hai e cercare la via corretta per capire come affrontarla. Io ho seguito quello che hanno detto i poliziotti che sono allenati per capire il valore di una testimonianza perché sanno che ogni testimone adatta la memoria a ciò che vuole vedere. E poi naturalmente ho fatto riferimento a quei fortunatamente pochi blackout che ho avuto quando ero giovane e ho bevuto un po’ di più. Inoltre ho avuto nella mia famiglia casi di Alzheimer in fase iniziale e quello che mi ha impressionato emotivamente è che chi ha questa malattia non ammette anzi nega completamente di averla. All’inizio ci sono dei piccoli segnali ma mentre la persona che ha l’Alzheimer fa finta di nulla coloro che le stanno attorno sanno che la situazione peggiorerà. Questi sono gli elementi su cui ho lavorato cercando di integrarli. E poi c’è anche un’altra particolarità: il mio personaggio è il più grande della serie come età quindi mi sono ispirato ai miei nonni, ai loro comportamenti. Infine è stato fatto un incredibile lavoro al trucco e questo mi ha aiutato molto”.

Nel corso delle puntate abbiamo visto che nell’ambito delle indagini sul mostro di Bolzano a cui in passato Gerhard aveva dato la caccia senza riuscire a catturarlo, iniziano ad esserci dei sospetti anche intorno al suo personaggio…

“Gerhard ha una certa memoria di questo caso, l’unico importante che non è riuscito a risolvere. C’è voglia di rivincita sapendo che è fuori dai giochi essendo un ex procuratore ora in pensione. Quindi cerca di giocare la carta del padre che ha sempre un’autorità sulla figlia che guarda caso prende il suo posto. Ci sono delle gelosie o almeno tensioni familiari molto ben scritte nella sceneggiatura che si intrecciano ai dubbi professionali sull’indagine del caso. Ogni tanto non si sa se Gerhard utilizzi la sua malattia dichiarata per nascondersi oppure no… In ogni caso Eva è in una situazione molto difficile in cui la coscienza professionale dovrebbe indicarle di metterlo sotto inchiesta, mentre quella privata le dice che conosce suo padre e ha un’etica che non permetterebbe mai una cosa simile. Questo è uno degli elementi più geniali per creare dubbi nel pubblico. Di solito gli sceneggiatori in questa tipologia di serie cercano sempre di spingere la storia in una direzione precisa. In “Brennero” invece Gerhard sa delle cose che però non dice e quindi nello spettatore si insinua il dubbio se sia o meno colpevole”.

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In questo rapporto tra padre e figlia, guardando la serie, emerge una grande connessione, un grande feeling artistico tra lei ed Elena Radonicich. Come è stato lavorare insieme?

“Prima di tutto apprezzo molto Elena come persona e come attrice, ho quindi cercato di conoscerla meglio facendo delle letture e delle cene insieme. E poi ha una somiglianza stupefacente con una delle mie figlie che ha trenta anni, è magra, bellissima, bionda, energica, veloce nel pensare, intelligente. Per me è stato molto facile lavorare con lei in quanto avevo l’impressione di averla già conosciuta prima e questo è stato di aiuto. Sono contento che emerga questa connessione artistica tra noi vedendo la serie”.

Nella sua carriera ha ricoperto tantissimi ruoli, ha lavorato anche varie volte in film e serie tv italiane, oltre a Brennero. Le vorrei chiedere in particolare che ricordo conserva delle esperienze nei film La vita è bella di Roberto Benigni e L’ordine del tempo di Liliana Cavani?

“Ho dei ricordi stupendi. Roberto Benigni già allora era un artista straordinario. All’inizio pensavo che questo progetto fosse molto rischioso perché ridere o almeno fare una tragicommedia su un tema così complesso come quello dell’Olocausto non era facile. Invece quel film è un inno alla vita. Sono rimasto colpito dal rischio che si è preso Benigni e anche dalla sua delicatezza, perché mi è stato detto che prima di iniziare a girare il film è andato dal rabbino di Milano, gli ha fatto leggere la sceneggiatura e gli ha chiesto se urtasse la sensibilità degli ebrei. Il rabbino ha risposto che il progetto era bellissimo e che si poteva procedere. Questo gesto secondo me è stato molto importante.

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Richard Sammel con il cast di “L’ordine del tempo”

Per quanto riguarda Liliana Cavani, “Il portiere di notte” è uno dei miei film preferiti di quell’epoca, e lei è stata una delle poche donne, o forse l’unica ai tempi, ad essere lesbica, intellettuale, di sinistra, anarchica, e quindi rivoluzionaria. Mai avrei pensato di avere la chance di lavorare insieme. Un giorno invece è squillato il telefono e mi hanno proposto di fare parte di questo collettivo. E’ stata anche un’esperienza particolare. Io sono arrivato sul set un po’ in ritardo rispetto al resto del cast perché stavo finendo un altro film, e all’inizio ci ho messo un po’ di tempo per capire cosa fare, tanto che ho pensato anche di andarmene. Proprio in quel momento mi sono sentito esattamente come il mio personaggio e quindi mi sono domandato se Liliana avesse fatto apposta a portarmi a quel punto per farmi sentire in quel modo per rendere la recitazione più facile. Dunque sono stato felicissimo e molto onorato di poter partecipare ad entrambi i film”.

Com’è stato invece impersonare il Principe Filippo nel film Spencer?

“In quel contesto ho avuto quasi l’impressione di non aver lavorato, perché Pablo Larraín ha incentrato il film, che mi piace molto, sulla figura di Lady Diana (interpretata da Kristen Stewart), com’è giusto che sia, quindi il mio personaggio era abbastanza secondario. “Spencer” ha poi ottenuto una nomination all’Oscar per la miglior attrice, è stato realizzato con mezzi incredibili,  quei castelli vuoti sono stati trasformati in luoghi che sembrano veramente Windsor o Buckingham Palace. E’ stata comunque un’esperienza formativa. Abbiamo girato durante la pandemia e non è stato semplice, per un giorno sul set in Inghilterra dovevo andare lì dieci giorni prima e fare la quarantena in hotel, idem quando poi rientravo a casa”.

Cosa ci può anticipare riguardo i prossimi progetti?

“Il 18 ottobre esce in Germania una serie composta da otto episodi, che sarà poi disponibile su Netflix, dal titolo A Better Place, che racconta una storia, un progetto sociale che è stato realizzato in Scandinavia in cui hanno liberato tutti i prigionieri di un carcere e li hanno aiutati con programmi di reinserimento nella società dando loro un lavoro, un appartamento e la tutela. Naturalmente la gente non era d’accordo perché non vuole che i criminali vengano riabilitati ma che siano puniti. Quindi ci si pone la domanda: vogliamo riabilitare o punire? Stranamente non tenerli più nelle prigioni costa meno allo Stato ma questa scelta non piace alle persone.

Ora sono invece impegnato con le prove di uno spettacolo teatrale, tratto dal primo romanzo di Albert Camus, La Mort Heureuse, che verrà messo in scena in Svizzera, e poi sarà in tournée il prossimo anno in Germania, in Inghilterra e in America, e ci piacerebbe portarlo anche in Italia, con una versione italiana. Infine sono nel cast di un’altra serie internazionale che uscirà nel 2025 ma della quale non posso ancora svelare nulla”. 

di Francesca Monti

credit foto copertina Facebook Richard Sammel

Si ringrazia Pamela Menichelli – Nico Ufficio Stampa

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