Intervista con Sebastiano Somma, in scena al Teatro Francigena di Capranica con “Il Vecchio e il mare”: “E’ una storia di riscatto e anche di amicizia”

“Ci sono tante tematiche in questo testo: la solitudine, la voglia di riscatto, l’orgoglio, il rispetto per la natura, l’amore per il mare, la dignità ormai sopita che questo vecchio vuole riconquistare”. Sebastiano Somma porta in scena “Il Vecchio e il mare”, di cui cura anche la regia, dal romanzo di Ernest Hemingway, domenica 13 ottobre alle ore 18 al Teatro Francigena di Capranica (Vt), nell’ambito del prestigioso Impact Festival 2024.

Protagonista della storia è il vecchio Santiago che sfida le forze incontenibili della natura nella disperata caccia a un enorme pescespada dei Caraibi, e poi nella lotta, quasi letteralmente a mani nude, contro gli squali che un pezzo alla volta gli strappano la preda, lasciandogli solo il simbolo della vittoria e della riuscita nell’impresa. Forse per la prima volta nella sua vita, mentre ingaggia il corpo a corpo coi suoi nemici acquatici, si scopre coraggioso e fiero. Capisce che si può vincere, anche se dovrà realizzare che nella vittoria si nasconde la sconfitta, eterno dramma dell’essere umano. Il pescespada, durante la lotta, rimane sempre sotto l’acqua, il pescatore non lo vede mai, anche se vorrebbe vederlo, vorrebbe sapere con chi ha a che fare: probabilmente è simbolo di un male più profondo, una ferita che ogni uomo non può eludere ma solo affrontare con tutte le forze che ha in corpo.
Il ragazzino Manolin è l’unico che lo capisce e gli è fedele. Ha imparato il mestiere di pescatore e tutti i segreti dal vecchio, ma è costretto ad abbandonare il suo amico di viaggio, per volere dei genitori, che desiderano peschi su un’altra barca con maggior fortuna. Manolin però è molto affezionato al vecchio e, appena può, se ne prende cura come se fosse un figlio. Nel rapporto intenso col ragazzino e nel ritrovarsi vincitore triste, Santiago trova la ragione della propria esistenza. La loro amicizia mostra come il calore umano sia l’unico medicamento possibile per alleviare quel male profondo che è dentro ognuno di noi.

In questa intervista Sebastiano Somma, con la consueta disponibilità, ci ha parlato de “Il Vecchio e il mare”, di come è nata l’idea di portarlo in scena, dei tanti messaggi importanti connessi a questa storia, e dei prossimi progetti.

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Sebastiano, il 13 ottobre è in scena al Teatro Francigena di Capranica, nell’ambito dell’Impact Festival, con Il Vecchio e il Mare, di cui cura anche la regia, tratto dal romanzo di Ernest Hemingway. Com’è nata l’idea di portare a teatro questo spettacolo?

“L’idea è nata nel corso di una rilettura de “Il Vecchio e il mare” che ho fatto durante il periodo del Covid-19, quando ho rispolverato i romanzi e varie opere essendo costretti a stare in casa, ed è stato un po’ un colpo di fulmine. Ho letto il testo con mia figlia Cartisia, proiettata anche lei verso un futuro da attrice, e ho chiesto se le andasse di portarlo in scena con me. Lei ha accettato e infatti dà voce a Manolin, il giovane che accompagna il Vecchio Santiago. Inoltre sul palco c’è anche un musicista, a Capranica sarà al nostro fianco il violino del maestro Riccardo Bonaccini, a cui mi lega una bella amicizia, e che suona con Uto Ughi, ha collaborato con Morricone, e con tanti bravissimi direttori d’orchestra. Altre volte invece in scena c’è il violoncello di Liberato Santarpino, che lavora con me, come autore e musicista, sia in “Matilde l’amore proibito di Pablo Neruda” che in “Lucio incontra Lucio”. Quindi lo spettacolo nasce proprio per condividere questo reading, questa mise en espace, con persone vicine a me. Poi Lucilio Santoni, che è un poeta e scrittore marchigiano ha fatto un adattamento del testo, io mi sono occupato della regia, e abbiamo aggiunto anche un’opera dello scultore e artista pop di caratura internazionale Angelo Accardi. Ci siamo conosciuti per caso in una vacanza estiva ed è nata un’amicizia. Ogni tanto lui mi presta quest’opera, che rappresenta un vecchio pesce dilaniato, poiché nel racconto Hemingway descrive questa lotta in mare tra Santiago e i pescecani che colpiranno il suo pesce, quello che gli restituisce orgoglio e dignità per entrare anche nel cuore della storia”.

Cosa l’ha colpita maggiormente di questo celebre romanzo?

“Il Vecchio e il mare è tra le opere più conosciute di Hemingway, ed è stata rappresentata anche al cinema, in un famosissimo film di John Sturges, con un attore straordinario, Spencer Tracy, e altri artisti importanti. Lo avevo visto da ragazzino e mi aveva colpito questa lotta tra Santiago e il pescespada. C’è anche il richiamo in parte a Moby Dick, il romanzo di Melville parla di riscatto e anche in questo caso c’è il riscatto umano di un vecchio che viene poi emarginato, abbandonato da tutti, anche da Manolin che è costretto a lasciarlo perché non è più in grado di pescare, di portare a casa il pescato, che è di vitale importanza per il sostentamento della famiglia. Eppure il ragazzino rimane molto legato a Santiago, per cui è anche una storia di amicizia. Ci sono tante tematiche: la solitudine, la voglia di riscatto, l’orgoglio, il rispetto per la natura e per questo pesce, l’amore per il mare, la dignità ormai sopita che questo vecchio vuole riconquistare, perché ha ancora la possibilità di dire la sua. Ci sono riferimenti belli, messaggi importanti che arrivano da questo testo e me ne accorgo quando faccio lo spettacolo e il pubblico è come se venisse trascinato da questo vortice di parole”.

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Ne “Il Vecchio e il mare” ci sono due frasi in particolare che ho annotato: la prima è “L’uomo non è fatto per la sconfitta, un uomo può essere distrutto, ma non sconfitto”. Quanto è concorde con questa affermazione? 

“Ogni volta che pronuncio queste parole in scena mi vengono i brividi, perché è vero, l’uomo può essere sconfitto, ma non muore mai, ha la possibilità di risorgere, di creare, di ricrearsi, di mettersi in discussione, di rigenerarsi, anche grazie alle sconfitte. Quindi sono pienamente d’accordo. E spero che queste parole possano far riflettere il pubblico alla fine dello spettacolo”.

L’altra frase è “Nessuno dovrebbe mai restare solo da vecchio, ma è inevitabile”…

“Così è la vita. E’ mancata recentemente una persona di 98 anni, a cui ero molto legato, un professore amante della letteratura, un ricercatore scientifico, che essendo vedovo, pur avendo figli, ormai viveva da solo e non voleva nessuno. Questo per dire che è inevitabile che l’uomo rimanga a un certo punto solo, ma la solitudine è qualcosa che potenzialmente possiamo avere a qualsiasi età, che ci appartiene. L’uomo non dovrebbe mai rimanere solo, abbiamo bisogno dell’altro, di avere al nostro fianco un amante, un amore, un figlio, un amico, un animale, qualunque cosa sia. In realtà però la solitudine ti fa crescere, pensare, amare. Santiago rimane da solo perché è abbandonato da tutti, è incapace ormai di pensare agli altri, però è consapevole di questo e lotta, non si arrende alla solitudine. C’è un messaggio profondo legato al rapporto di condivisione tra i giovani e gli anziani, che sono fonte di saggezza. Mia mamma, che purtroppo ho perso a causa del Covid, mi raccontava aneddoti, storie legate alla famiglia, detti antichi, che solo le persone con un vissuto alle spalle conoscono. Oggi non ho più nessuno che mi parla di queste cose”.

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Una delle tematiche presenti ne “Il Vecchio e il mare” è l’amicizia, quanto per lei è stata ed è importante, sia sul lavoro che nella vita?

“L’amicizia è stata e sarà sempre fondamentale per me. Certo, la famiglia viene al primo posto, però l’amico vero è l’altra parte di te, è importante avere quella cerchia ristretta di persone su cui poter contare in qualsiasi momento, senza aver paura di parlare, di dire, di fare, con cui puoi condividere un pensiero su qualsiasi argomento”.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

“Dopo aver portato Il Vecchio il mare a Capranica per il prestigioso Impact Festival a cui sono felice di prendere parte, saremo in scena in altre città, tra cui Rignano Flaminio, Fiuggi, a dicembre e a gennaio. Sarò anche in tournée con “Matilde l’amore proibito di Pablo Neruda”, e tra le varie tappe c’è anche quella a Priverno-Fossanova (Lt), sede di un’abbazia famosissima, e con “Lucio incontra Lucio”, con cui gireremo a gennaio la Puglia, e toccheremo Cerignola, Melendugno, Barletta. Al cinema uscirà invece il film di Fabrizio Guarducci, “La partita delle emozioni”, in cui interpreto un professore che insegna a un gruppo di ragazzi cercando di tirar fuori le loro emozioni, perchè spesso i giovani non riescono a descrivere e a far emergere quello che sentono. Ho fatto poi una simpatica partecipazione nel film di Luciano Luminelli, “Tutto in… 72 ore”, che unisce giallo e commedia, con un piccolo colpo di scena finale, e a breve inizierò le riprese di una nuova fiction Rai, una bellissima storia, diretta da Vincenzo Pirozzi”.

Sarà anche impegnato a Palermo con una lettura in omaggio a Franco Basaglia in occasione della Giornata mondiale della salute mentale…

“Il 10 ottobre è la giornata mondiale della salute mentale e sarò a Palermo dove si terrà una kermesse con incontri, convegni, promossa dalla Fondazione Tommaso Dragotto in collaborazione con Progetto Itaca. Io farò una lettura in omaggio a Franco Basaglia, nel centenario della nascita, con la musica di Giuseppe Viola. A seguire andrà in scena “Io+me finchè la ragione non ci separi”, scritto, interpretato e diretto da mia moglie, Morgana Forcella, uno spettacolo interessante, grottesco, ironico, che parla chiaramente del disagio mentale di una giovane e a cui partecipo come voce off. Tra l’altro Morgana ha vinto il Festival del Teatro Patologico di Roma proprio con questo spettacolo che verrà poi replicato al Teatro Tor Bella Monaca il 18 e il 19 ottobre”.

E’ una tematica molto importante e attuale quella della salute mentale…

“Questo spettacolo nasce anche dalla complicità e dall’amicizia che si è creata in questi anni con il Teatro Patologico di Roma, i cui ragazzi hanno interpretato il film “Io sono un po’ matto e tu?” al cinema per tre giorni con la regia di Dario D’Ambrosi. Sono persone che hanno diverse patologie, ma sono stracariche di energie vitali e sono straordinarie. Sono venute in massa a vedere il nostro spettacolo “Matilde l’amore proibito di Pablo Neruda” e alla fine abbiamo fatto tante risate insieme”.

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In “Matilde l’amore proibito di Pablo Neruda” che ha citato poco fa è in scena con sua moglie Morgana e interpretate rispettivamente Pablo Neruda e Matilde Urrutia…

“Io curo anche la regia, in scena con me e Morgana ci sono dei musicisti che suonano bellissime musiche, tra cui il tango di Astor Piazzolla. Si parla di Cile, dell’amore tra Pablo Neruda e la sua musica ispiratrice, Matilde. Alla fine dello spettacolo del 6 ottobre, l’ultima data a Roma al Teatro Vittoria, un signore si è alzato in piedi, timidissimo, ha chiesto la parola ed era l’ambasciatore del Cile in Italia. E’ salito sul palco, era felicissimo, ci ha inondato di complimenti e ci ha invitato a continuare. Ci ha anche raccontato quello che ha vissuto in prima persona, parlando del golpe, della dittatura, di Allende, di Pinochet. E’ stato un colpo di teatro nel teatro, ci ha dato una botta di emozione”.

Sarebbe bello portare in scena “Matilde l’amore proibito di Pablo Neruda” anche in Cile. Ci avete fatto un pensiero?

“Perché no? Intanto c’è stata questa nuova gradita conoscenza, se ci fosse la possibilità sarebbe bellissimo portare lo spettacolo anche in Cile”.

di Francesca Monti

Si ringrazia Elisa Fantinel

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