“Avevo circa dieci anni e una vicina di casa che praticava il tiro con l’arco mi ha chiesto se volessi provare, da quel momento non ho più smesso”. Punta di diamante della Nazionale Para-Archery, Elisabetta Mijno ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024 ha regalato all’Italia uno strepitoso oro nel mixed team con Stefano Travisani superando in finale i turchi Merve Nur Eroglu e Sadik Savas per 6-2, e un bellissimo bronzo individuale battendo con il punteggio di 6-2 la mongola Selengee Demberel, scrivendo un’altra memorabile pagina di storia dello sport italiano.
Cinque partecipazioni alle Paralimpiadi con cinque medaglie vinte, oltre a vari ori mondiali ed europei, nel suo palmarès vanta anche due titoli italiani assoluti outdoor e uno indoor con la Nazionale Olimpica di tiro con l’arco.
Laureata nel 2014 in Medicina, Elisabetta Mijno è medico chirurgo della mano al CTO di Torino.

Elisabetta Mijno e Stefano Travisani – credit foto World Arcery
Elisabetta, ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024 ha conquistato due meravigliose medaglie, il bronzo individuale e l’oro nel mixed team con Stefano Travisani, ci racconta le emozioni che ha vissuto in quei momenti?
“E’ difficile descriverle. In quel momento ero molto concentrata sulla prestazione e quindi si azzera tutto quello che vivi un centesimo di secondo dopo. Ho provato una grande felicità per aver raggiunto un obiettivo importante e vinto due medaglie tirando bene, ma c’era anche un po’ di tristezza perchè la finale del mixed team era l’ultima gara dei Giochi per quanto riguarda il nostro sport e una volta terminata abbiamo smontato il campo e quindi ero dispiaciuta perché passeranno altri quattro anni prima di rivivere certe sensazioni”.
Una parola per descrivere ognuna delle sue cinque partecipazioni ai Giochi…
“Alla prima partecipazione paralimpica di Pechino 2008 assocerei “novità”, a Londra 2012 “aspettative”, a Rio 2016 “conferma”, a Tokyo 2020 “difficile”, per quanto riguarda Parigi 2024 al momento non ho una parola perché è passato poco tempo e devo ancora metabolizzare alcune cose”.
Da Londra 2012 in avanti c’è stata una grande crescita del movimento paralimpico e una maggiore attenzione da parte dei media. Cosa manca ancora per fare quell’ulteriore step?
“Secondo me manca la cultura. Se non si conosce uno sport diventa anche difficile seguirlo, e poi è importante sapere qualcosa in più sugli atleti. Ad esempio ci siamo appassionati al salto in alto perchè c’è un campione come Tamberi. Per quanto riguarda lo sport paralimpico è come se fosse emergente, giovane, quindi è normale che non sia ancora così popolare, anche perché si vede veramente poco in tv, se non sulla Rai qualche servizio relativo a campionati italiani o eventi internazionali, altrimenti abbiamo modo di seguirlo soltanto ogni quattro anni in occasione dei Giochi”.
Che ruolo possono avere le scuole nella diffusione della la cultura sportiva e in particolare di quella paralimpica?
“Si possono organizzare delle “gite” in occasione dei campionati italiani o delle gare paralimpiche per andare a vedere questi sport, ma anche degli incontri nelle scuole con alcuni atleti paralimpici. Certo, parlare con un adulto è più semplice perchè si possono spiegare le classificazioni, le differenze, le varie categorie, in quanto ha già superato l'”ostacolo” della disabilità. Un bimbo o un ragazzino invece deve ancora approcciarsi a quello che è diverso da lui, quindi è difficile fargli comprendere i regolamenti o i tipi di carrozzina. Inoltre i media, quando trasmettono le gare di determinati sport, dovrebbero mettere un po’ più di attenzione nel modo in cui le raccontano affinché lo spettatore abbia tutte le informazioni necessarie per capire quello che sta guardando”.
Possiamo dire che il tiro con l’arco è lo sport più inclusivo che esista. Lei tra l’altro gareggia anche con la Nazionale Olimpica e ha vinto nel 2022 e nel 2023 il titolo italiano assoluto outdoor, seconda atleta a riuscirci dopo Paola Fantato, e nel 2024 il titolo italiano assoluto indoor…
“Sì, io gareggio anche con la Nazionale normodotati. Il tiro con l’arco è uno sport molto inclusivo perché abbiamo le stesse regole, gli stessi campi, la stessa attrezzatura. Viene effettuato qualche accorgimento sul materiale per adattarlo e permettere di sopperire ad una determinata disabilità, per esempio un arciere a cui manca un braccio usa un’imbragatura per aprire l’arco, oppure è permesso agli atleti di tirare con le gambe”.

credit foto Alegni – CIP
Come si è avvicinata al tiro con l’arco?
“E’ una passione nata un po’ per caso. Avevo circa dieci anni e c’era una vicina di casa che faceva tiro con l’arco, e poiché è uno sport inclusivo e può essere praticato con poche modifiche e qualche piccolo accorgimento, mi ha chiesto se volessi provare. E da quel momento non ho più smesso”.
Qual è l’insegnamento più importante che le ha trasmesso lo sport?
“Sicuramente l’importanza di provarci sempre, di crederci e non stancarsi mai neanche se arrivano dei fallimenti, anzi bisogna essere consapevoli che sono presenti nel percorso. Mi ha insegnato a lavorare in gruppo, nonostante il tiro con l’arco sia uno sport individuale, a fidarmi delle persone, ad ascoltare, ad affidarmi, a organizzarsi e adattarsi a mille situazioni diverse, date dai campi di gara, dal viaggio, da tanti fattori. Secondo me tutti quegli sport che permettono di uscire dalle proprie mura costituiscono una possibilità in più di crescita. Inoltre il tiro con l’arco mi ha fatto conoscere tante persone, ho imparato a confrontarmi fin da ragazzina con adulti quali gli allenatori, a rapportarsi con qualcuno che sta sopra di te ma con cui lavori per un obiettivo comune. L’allenatore è una figura diversa rispetto ad esempio al genitore che ti deve educare o a un professore che deve insegnare, si crea un binomio con l’atleta in quanto entrambi devono andare nella stessa direzione, così come anche gli altri compagni di squadra”.
E’ un esempio per tante persone. C’è stato un atleta in particolare che è stato di ispirazione per lei?
“Non mi sono ispirata ad un atleta in particolare. Negli anni sono tanti quelli che mi hanno colpito, che ammiro e che sono importanti per quanto fatto a livello sportivo. Nel tiro con l’arco sicuramente Paola Fantato è stata di ispirazione nel senso che mi ha dato uno spunto per provare a praticare questo sport e seguire il suo esempio. Ho conosciuto più facilmente i personaggi del mondo arcieristico, ma delle ispirazioni ci sono in qualunque campo, anche nella mia professione di chirurgo della mano. Ci sono poi atleti come Irene Franchini che è l’arciere donna con più gare in assoluto in Italia e ancora ha voglia di mettersi in gioco, è tornata recentemente da un Mondiale con diversi titoli vinti ed è sicuramente un esempio”.

credit foto Alegni – CIP
Come riesce a conciliare lo sport e la sua professione di chirurgo della mano al CTO di Torino?
“Fin dai tempi dell’università dovendo gestire allenamenti ed esami ho imparato a conciliare questi due ambiti, non è sicuramente facile, da una parte c’è il lavoro che richiede tempo, attenzione ed energie così come lo sport dall’altra parte. Ho la fortuna di vivere con una persona (il fidanzato e arciere Matteo Bonacina) che fa il mio stesso sport, abbiamo gli stessi obiettivi, e questo aiuta molto, così come sono fortunata ad avere una famiglia che mi supporta sapendo che il tiro con l’arco è parte della mia esistenza. Ho comunque sacrificato parte della mia vita privata, ho 38 anni e ancora non ho dei figli, ho fatto delle scelte perché volevo realizzarmi nel lavoro e nello sport e quindi ho messo in attesa altre cose. Mi rendo conto di aver perso anche delle amicizie perché quando non sei spesso presente le persone se ne vanno, si deve mettere in conto anche questo aspetto”.
Nel poco tempo libero che ha a disposizione quali sono i suoi passatempi?
“Ho pochissimo tempo libero, in quanto mi alleno, dormo, lavoro… Quando riesco mi piace viaggiare, andare a teatro, leggere, stare all’aria aperta, vivere il mondo esterno, e respirare quel senso di libertà”.
Quali sono i suoi prossimi obiettivi sportivi?
“Quando sono tornata dai Giochi di Parigi il primo obiettivo era riposarmi. Ora, a distanza di due mesi, è arrivato il momento di pensare alla stagione indoor, ai Mondiali del prossimo anno e poi mi piacerebbe partecipare almeno ad una tappa di Coppa del Mondo con i normodotati”.
di Francesca Monti
credit foto copertina World Arcery
Si ringrazia Guido Lo Giudice – FITARCO
