Intervista con Maria Cristina Gionta, al Teatro Marconi con “Regine di cartone”: “E’ una storia di emarginazione ma anche di riscatto”

“E’ stato difficile entrare in un personaggio che ha un processo di scollamento dalla realtà, in seguito a profondi traumi, e riproporre quel dolore, quella scelta. Ho fatto uno studio emotivo, intimo, faticoso, a un certo punto mi sono lasciata andare, attingendo anche dai miei angoli bui, dalle sofferenze, per far rivivere una personalità così complessa e sofferente”. Maria Cristina Gionta interpreta Ruvida nello spettacolo “Regine di cartone” di Marina Pizzi, in scena fino al 17 novembre al Teatro Marconi di Roma con la regia di Silvio Giordani.

Protagoniste sono tre donne senzatetto: Gina (Angiola Baggi), stanca, senza età, ex attrice di teatro, Tonta (Mirella Mazzeranghi), sessantenne all’apparenza dolce e remissiva, pronta sempre a sdrammatizzare, e Ruvida, ex prostituta caustica ed intelligente dal passato turbolento. Hanno varcato quel limite oltre il quale si perde il rapporto con la società e si entra in una specie di limbo affettivo e sociale. Non si riconoscono più i presunti valori della nostra civiltà e questa è, in genere, la prima tappa del processo di scollamento. Spesso il primo gradino consiste in un trauma psicologico o sociale, poi può esserci la perdita o il danneggiamento di relazioni affettive significative. In altri casi sono la violenza subita o altre esperienze traumatiche a lasciare una delusione radicale nei confronti del mondo.

Inizia quindi una fuga vera e propria dalla società che finisce per comportare emarginazione e il soggetto più fragile si adatta psicologicamente al cambiamento, alimentando le proprie convinzioni negative sugli altri e su se stesso.

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Maria Cristina, nello spettacolo “Regine di cartone” interpreta Ruvida, cosa può raccontarci a riguardo?

“Regine di cartone è una storia di donne senzatetto, emarginate dalla società in cui non si riconoscono più e quindi scelgono di vivere in una bolla, scollandosi dalla realtà, lasciando tutto, spinte da tre vicende personali molto dolorose, perché ognuna ha avuto un trauma. Il mio personaggio, Ruvida, è una ragazza che è stata violentata da adolescente, ha delle carenze affettive profonde, in quanto è stata poco amata e sempre bistrattata dalla madre che invece preferiva il figlio maschio. In seguito alla violenza subìta nel bagno della scuola da un ragazzo che amava comincia a drogarsi, cade nel circolo vizioso sia dell’eroina che della prostituzione. Da lì la scelta di vivere in strada, senza un tetto, senza un riferimento, senza tempo, e senza un’identità precisa, perdendo tutto ma acquistando un modo diverso di vivere nel mondo. E’ una storia di emarginazione ma anche di riscatto”.

Com’è entrata in questo personaggio così complesso?

“E’ stato difficile entrare in un personaggio che ha un processo di scollamento dalla realtà, in seguito a profondi traumi, e riproporre quel dolore, quella scelta. Ho fatto uno studio emotivo, intimo, faticoso, a un certo punto però mi ha commosso, infatti mi sono lasciata andare, che poi è la chiave di tutto, attingendo dai miei angoli bui, dalle sofferenze, per far rivivere una personalità così complessa e sofferente. E quindi è stato un lavoro tosto ma bello, che mi ha dato molto. Quando vai a toccare delle fragilità o dei dolori che rimangono sopiti ognuno reagisce ed agisce a suo modo, andare poi a riviverli per un attimo diventa interessante e magari riesci a risolvere determinate cose. Può essere anche terapeutico”.

A proposito di ciò che diceva poco fa, c’è un suo lato buio che è venuto fuori interpretando questo personaggio o qualcosa di irrisolto che è riuscita a risolvere?

“Dentro di noi sappiamo cosa è risolto a metà o cosa non lo è, la risoluzione è tanta roba… Rivivendo o mettendo sul palco i lati bui o le cose irrisolte è come se cominciassero a diminuire, a perdere di forza, di intensità e quindi poi piano piano non senti più quel dolore ma una sorta di riscatto. Quando sali sul palcoscenico dove si vivono delle emozioni molto forti riesci in un certo senso anche a guarire, a lasciarti andare, ed è bellissimo”.

Tra queste tre donne così diverse tra loro si crea una sorta di solidarietà, di aiuto reciproco…

“Queste tre donne condividono il fatto di essere dei soggetti così fragili e cercano comunque di aiutarsi stando insieme. All’inizio Gina e Tonta, che sono interpretate da Angiola Baggi e Mirella Mazzeranghi, vivono in questo piccolo angolo di strada dietro al monastero delle monache, ed è come se lì avessero costruito la loro piccola dimora, poi arriva anche Ruvida e si fanno compagnia a vicenda. Alla fine la loro forza è stare insieme in modo da affrontare meglio le problematiche di ognuna e superare le difficoltà”.

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credit foto Tommaso Le Pera

Questo spettacolo getta una luce sulla realtà che ci circonda, coinvolgendo lo spettatore su una tematica importante e attuale, poiché spesso c’è molta indifferenza nei confronti dei senzatetto e in generale di chi sta ai margini della società…

“Oggi c’è una grande indifferenza verso tutto, ed è forse il male più profondo in questo momento storico della nostra società. Sicuramente è un argomento attuale, vivendo a Roma, ma viaggiando anche in altre città più piccole, ho constatato che la realtà dell’emarginazione, dei senzatetto è veramente molto diffusa. Purtroppo siamo abituati ad essere indifferenti ormai, guardiamo lo schermo del cellulare e non quello che abbiamo intorno e pensiamo di essere padroni del mondo. Questo spettacolo, come l’arte in generale, il teatro, la pittura, la musica, il cinema, ha la funzione di scuotere le coscienze. Cambiare il mondo è un’utopia, ma almeno vorrei che “Regine di cartone” potesse far riflettere le persone. Proprio per questo motivo abbiamo scelto di sfondare la quarta parete e coinvolgere il pubblico”.

In che modo verranno coinvolti gli spettatori?

“Agli spettatori verranno consegnati all’ingresso del teatro dei foglietti su cui potranno scrivere alla fine dello spettacolo un pensiero ad una delle tre regine. Uscendo metteranno questo bigliettino in una delle tre ciotole con il nome delle protagoniste e sono curiosa di leggere cosa la gente scriverà, se è stata scossa da questa storia, se ha avuto modo di fare delle riflessioni.  Spero di avere delle sorprese straordinarie”.

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credit foto Valerio Faccini

Nel corso della sua carriera ha interpretato tante donne diverse in svariati spettacoli teatrali, da Una bambina e basta, tratto dal libro di Lia Levi, a Quasi amiche, Mirandolina. C’è un personaggio in particolare che le ha regalato più soddisfazione portare sul palco?

“Sì, ho interpretato un monologo stupendo dal titolo “Bellezza Orsini. La costruzione di una strega”, tratto dal testo di Michele Di Sivo, un archivista che al momento della messa in scena era direttore dell’Archivio di Stato di Roma. Racconta la storia, realmente accaduta, di questa donna accusata di stregoneria e torturata senza attenuazioni nel tratto di corda, molto utilizzato ai tempi dalla Chiesa per evitare spargimenti di sangue, e del processo datato 1528. Praticamente legavano i polsi dietro la schiena del condannato e issavano il corpo con una carrucola e questo provocava la slogatura delle spalle, dei polsi. Al settimo tratto di corda Bellezza decide di dire quello che volevano sentire e quindi confessa di essere una strega, anche se non lo era e viene condannata al rogo, solo che si suicida in carcere e prima di uccidersi lascia un diario, scritto di suo pugno. Io ho avuto modo di vederlo in quanto è conservato nell’Archivio di Stato, insieme a tutte le carte del processo. Ci ha lasciato una testimonianza straordinaria. La prima dello spettacolo si è tenuta proprio all’Archivio di Stato, nella Sala Alessandrina, con l’esposizione di questo diario e degli altri documenti ed è stata una delle emozioni più grandi della mia vita, straordinaria, indicibile. Ho studiato questo personaggio, mi sono documentata, era una donna colta, frequentava vescovi, cardinali, e quando ho visto il suo tratto di penna strano su quel diario, perché aveva i polsi slogati quando lo ha scritto nei due giorni del processo, ho pianto come una bambina. Grazie a questo spettacolo sono entrata in nomination nella terna del premio Le Maschere del Teatro Italiano 2023 come migliore interprete di monologo. Non ho vinto ma essere arrivata in finale è stata una bella soddisfazione”.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

“Il 13 dicembre, nell’ambito della rassegna In altre parole al Manzoni di Roma, farò uno spettacolo-lettura dal titolo “Il disegno del gatto” di Pino Tierno, con Massimo Wertmuller. Il 25 e 26 gennaio al Teatro Gerolamo di Milano porterò in scena “Bellezza Orsini. La costruzione di una strega”, poi a marzo saremo in prima nazionale al Teatro Tor Bella Monaca di Roma e successivamente al Teatro Roma con “Fanny” di cui sono protagonista. Si tratta di un testo veramente molto particolare, bello, originale della canadese Rébecca Déraspe. Infine farò una commedia dal 3 al 20 aprile al Teatro Manzoni di Roma, con Massimo Giuliani e Federica Cifola, dal titolo Rappresaglie”.

di Francesca Monti

credit foto copertina Francesca Marino

Si ringrazia Elisa Fantinel

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