TINDARO GRANATA PORTA IN SCENA LE VOCI DI CHI UNA VOCE NON CE L’HA AL TEATRO GIUDITTA PASTA DI SARONNO

Il mese di dicembre del Teatro Giuditta Pasta di Saronno (Va) si apre martedì 3 dicembre alle ore 20.45 con il nuovo spettacolo scritto e interpretato da un attore amatissimo, Tindaro Granata,  Vorrei una Voce. La tappa saronnese di questo spettacolo arriva a metà di una meravigliosa tournée nei teatri di tutta Italia. Prodotto da LAC Lugano Arte e Cultura in collaborazione con Proxima Rea, lo spettacolo nasce da un intenso percorso creativo realizzato con le detenute di alta sicurezza della casa circondariale di Messina, nell’ambito del progetto “Il Teatro per Sognare”, Vorrei una Voce è uno spettacolo che vuole dare una voce a chi una voce non ce l’ha.

Il monologo, intimo ed emozionante, è costruito attraverso le canzoni di Mina cantate in playback: sogni, ricordi e libertà si rincorrono sullo sfondo di un palco nero scaldato da luci che illuminano cinque abiti femminili di paillettes e lustrini, si intrecciano ai gesti, alla voce di un intenso Tindaro Granata e alla musica di Mina che cuce insieme questo insieme di emozioni restituendole al pubblico amplificate e avvolgenti.

DALLE NOTE DI REGIA

Tindaro Granata, da dove nasce questo lavoro?

Vorrei una voce nasce da un incontro speciale che ho fatto all’interno della Casa Circondariale di Messina, nella sezione femminile. Stavo vivendo un periodo molto particolare della mia vita e, quando mi sono trovato lì e ho dovuto scegliere su cosa lavorare, non avendo desiderio di fare altro se non trovare una pace interiore che in quel momento non avevo, ho proposto a una decina di ragazze di mettere in scena l’ultimo concerto live di Mina, svoltosi il 23 agosto 1978 presso lo storico locale notturno toscano La Bussola. Questo lavoro nasce dall’esigenza di voler raccontare, attraverso le canzoni di Mina, un incontro di anime avvenuto in un luogo molto particolare.

Perché proprio le canzoni di Mina e per quale motivo la scelta del playback?

Mina per me è sempre stata un punto di riferimento, fin da quando ero ragazzino: attraverso le sue canzoni, ho analizzato, raccontato, pianto; mi sono disperato per i miei tormenti d’amore e, in generale, della vita. Ho realizzato che, ogni volta che facevo i conti con me stesso, li facevo sempre con una colonna sonora di sottofondo, e questa era la voce di Mina.

Volevo poi trovare con le ragazze una modalità di racconto che non prevedesse l’uso della parola: non volevo farle mimare perché non è nella mia natura, nel mio lavoro; ho quindi pensato al playback in quanto ti restituisce qualcosa di importante, ti dà, cioè, la possibilità di interpretare le sensazioni che hai nei confronti di una determinata canzone. Ovviamente, le più grandi canzoni sono universali, toccano tutti; quindi, mi sembrava una cosa naturale poter lavorare con loro in questo modo.

credit foto Masiar Pasquali

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