“Il mio personaggio inizialmente si reca all’Isola d’Elba per recuperare la lettera di suo figlio, che però gli rivelerà delle cose dolorosissime e così si ritroverà invischiato in un certo qual modo nella storia di Anna (Anna Valle) e Tamara (Irene Ferri)”. Attore di elevata caratura e intensità interpretativa, Andrea Tidona è tra i protagonisti della serie “Le onde del passato”, prodotta da Banijay Studios Italy e diretta da Giulio Manfredonia, liberamente ispirata a Due sirene in un bicchiere di Federica Brunini, in onda il venerdì sera su Canale 5.
Quando abbiamo realizzato questa intervista, Andrea Tidona ci ha parlato del suo personaggio, Gaetano, un generale in pensione con un oscuro segreto legato alla morte del figlio, del suo amore per il teatro, e ci ha raccontato di essere da poco tornato da un viaggio in Africa con l’associazione Aiutiamoli a crescere.

Andrea Tidona con Anna Valle in una scena di “Le onde del passato”
Nella serie “Le onde del passato” interpreta Gaetano, un generale in pensione, che nasconde un segreto…
“Gaetano nasconde un segreto a lui stesso sconosciuto. Inizialmente si reca all’Isola d’Elba per recuperare la lettera di suo figlio, che però gli rivelerà delle cose dolorosissime e così si ritroverà invischiato in un certo qual modo nella storia di Anna e Tamara. Vorrebbe quindi rimuovere tutto, chiamarsi fuori dalla vicenda, poi invece decide di parlare e diventa un punto di riferimento per Anna fino quasi a “immolarsi”. E’ un personaggio positivo, bello, è stato divertente lavorare con Giulio Manfredonia e con gli altri colleghi. Conoscevo Irene Ferri, Giorgio Marchesi, Maurizio Donadoni, ma non avevo ancora avuto modo di recitare con Anna Valle, ed è stata una bellissima sorpresa, è una persona meravigliosa, semplice, affettuosa, molto disponibile. E poi abbiamo girato per due mesi sull’Isola d’Elba, un posto meraviglioso”.
Gaetano ha un rapporto di tenerezza, di amicizia, con Anita (Valeria Milillo)…
“Entrambi hanno perso un figlio e da questo dolore comune si instaura un rapporto sentimentale, un legame tra loro, che sembra svanire quando il generale fa una scelta forte, ma alla fine riescono a ritrovarsi”.
La storia raccontata in “Le onde del passato” ruota intorno alla violenza subita da Anna e Tamara venti anni prima per mano di un gruppo di sconosciuti, una tematica che purtroppo è sempre attuale e alla quale è difficile trovare una soluzione concreta …
“La soluzione non c’è perchè viviamo in una società dove impera la cultura della violenza, Il singolo che poi commette l’atto violento è il frutto di un’energia negativa, di un mondo assurdo dove quelle istituzioni fondamentali come la famiglia, la scuola, che dovrebbero aiutare a crescere culturalmente, sono l’una contro l’altro armata. Le serie tv cercano di far riflettere, di affrontare tematiche importanti, forse da questo punto di vista dovrebbero essere anche più crude, per creare un senso di respingimento, di repulsione da parte dello spettatore verso certe azioni ma rivolgendosi ad un vasto pubblico non si può andare oltre un certo limite. Nella società odierna c’è un’aggressività esagerata, agli uomini manca la cultura del rispetto verso la donna e tutto quello che ci circonda, ed è pertanto difficile sradicare l’idea del possesso, del potere, della necessità di primeggiare, che è stata inculcata nel passato e che ancora permane”.

Tutti i personaggi della serie devono fare i conti con le onde del loro passato, lei che rapporto ha con il suo passato?
“Ho un rapporto buono, ho fatto i conti con il mio passato. Ogni tanto mi chiedo se rifarei alcune scelte e la risposta è sì, alcune magari con una modalità diversa, perchè in certi periodi della vita senti il bisogno di mostrare che sei un cavaliere senza macchia e senza paura, e poi ti accorgi che questo atteggiamento era un po’ infantile. Riconosco anche che in questo mestiere devi essere assistito dalla fortuna. Uno dei miei maestri dell’accademia, un bravissimo attore di teatro, Ernesto Calindri, oltre alla tecnica ci regalava qualche lezioncina di vita, ci preparava a quello che avremmo affrontato e un giorno disse: “qui siete in nove, non so se farete tutti l’attore come professione, ma sappiate che per svolgere questo mestiere non bastano il talento, il fisico, la bellezza, il temperamento, ma anche un po’ di fortuna”. Posso testimoniare che Calindri aveva ragione. Le mie onde quindi sono positive, non ho rimpianti, è un mare poco mosso”.
A proposito di teatro, recentemente è stato impegnato con tre spettacoli, Ifigenia in Aulide, Agamennone, La Cena, verranno ripresi nuovamente?
“Sicuramente riporteremo in scena La Cena e Agamennone, anche se dobbiamo fare i conti con la fattibilità. Per La Cena non abbiamo bisogno di un teatro, ma di un posto in cui possiamo montare una tavola imbandita per trentatrè persone, tre attori e trenta spettatori per ciascuna replica, quindi l’incasso è relativo ma lo spettacolo è talmente bello che siamo felici di rappresentarlo. E’ un’esperienza meravigliosa per noi e per il pubblico. Il senso di questo lavoro, specialmente per chi arriva alla mia età, è lasciare qualcosa di speciale agli spettatori, che hanno la possibilità di vivere un’emozione che non proverebbero in nessun altro posto, a stretto contatto con gli attori. A luglio poi farò un nuovo spettacolo di musica e parole, intitolato Lettera a Ti, un testo di André Goetz, un intellettuale francese dei primi del Novecento che collaborava anche con Sartre, che ha scritto questa lettera alla moglie scomparsa. In scena ci sono quattro persone, un pianista, un armonicista, una ballerina e un attore. Recentemente invece ho portato in scena “Mizzica questo è jazz” sulla nascita del jazz, infatti il primo disco jazz della storia è stato inciso da Nick La Rocca, che era siciliano di origini. Era nato a New Orleans, ma i genitori si erano da poco trasferiti negli Stati Uniti dalla Sicilia, il padre era di Salaparuta e la madre di Poggioreale. Insieme ad altri musicisti ha creato l’Original Dixieland Jass Band, e quindi narro questa storia interpretando un personaggio che è emigrato in America, che suona la cornetta come Nick La Rocca. Con me sul palco ci sono cinque musicisti. E’ una forma di spettacolo che mi diverte molto anche perché una parte è in lettura e possiamo riprenderlo in qualunque momento perché non ho bisogno di studiare troppo”.

credit foto Manuela Giusto

Cosa rappresenta per lei il teatro?
“Il teatro è come il primo amore che non si scorda mai, il senso di un attore è il teatro, seppur il resto è bellissimo, anche per i trucchi “magici”. Ricordo il primo giorno sul set de Le Onde del Passato, giravamo gli interni a Roma, alla Videa, e c’era questa sala da pranzo che compare nella serie dalla cui finestra si vedono la veranda e il mare. Guardando fuori c’era un fondale che riproduceva esattamente le acque dell’Isola d’Elba. Le maestranze italiane, che meriterebbero lodi dalla mattina alla sera, sono infatti andate a fotografare a settori il mare e poi hanno assemblato il tutto e ricreato lo stesso scenario che si vede dal vivo. Mi viene in mente anche un altro esempio, quando ho girato la miniserie “Nassiriya – Per non dimenticare” sono venuti a prendermi a casa per portarmi sul set e l’autista mi ha detto che stavamo andando a Largo Preneste. All’inizio mi era venuto il dubbio che avessi preparato le scene sbagliate perchè mi sembrava uno scenario così lontano dalle strade di Nassiriya. Invece quando sono giunto sul posto sono rimasto stupito: l’ex fabbrica Snia Viscosa sembrava un quartiere bombardato, era stata costruita una strada con la sabbia, erano state messe delle insegne su queste case diroccate, piantate delle palme e mentre giravamo, dalle vie laterali, con quei grandissimi ventilatori che usano al cinema, c’erano i macchinisti che buttavano la sabbia che con l’aria schizzava da tutte le parti, mentre noi eravamo sulle jeep. Il cinema è qualcosa di incredibile da questo punto di vista e per chi ha sempre sognare di fare film, di vivere l’avventura, è un po’ come tornare bambino quando giocavi con le pistole finte. Il teatro invece regala quell’emozione profonda, vera, perchè hai il contatto diretto col pubblico”.
All’inizio di questa intervista ci ha raccontato di essere da poco tornato da un viaggio in Africa con l’associazione Aiutiamoli a crescere, com’è nata questa collaborazione?
“Sono socio onorario di Aiutiamoli a crescere, un’associazione che ha sede a Modica, in provincia di Ragusa, che costruisce delle scuole in Africa, nel Camerun del Nord. Il presidente, Giuseppe Cugno Garrano, è un mio caro amico. Ogni euro raccolto dall’associazione è destinato a questi progetti, non ci sono spese di apparato. La prima scuola è stata edificata con i proventi di due spettacoli che abbiamo messo in scena in Sicilia. Da allora avevo voglia di andare nel Camerun del Nord ed è arrivata l’occasione giusta.
Cosa le ha lasciato l’incontro con questi bambini?
“Laggiù ci sono queste capanne di paglia e questi bambini seduti su dei tronchi con delle lavagnette per seguire le lezioni e ogni volta che Giuseppe va in Africa per costruire nuove scuole e incontrare i capi dei villaggi porta anche quaderni, penne, matite. Io ho partecipato alla distribuzione di questi materiali ed è stato emozionante vedere i bambini che allungavano le manine per ricevere una matita e ti guardavano con gli occhi scintillanti. E’ stata un’esperienza bellissima, che da un lato ti strazia ma dall’altro ti esalta e in quel frangente ti chiedi come sia possibile che delle persone che non hanno nulla siano così gioiose, piene di energia, se pensiamo a questo mondo di scervellati, di pazzi, di gente che ha tutto ciò di cui ha bisogno e sperpera soldi in armamenti, passa il tempo a insultarsi, a minacciarsi. Come diceva Re Lear nell’opera di Shakespeare “appena nati noi piangiamo per essere arrivati su questo grande palcoscenico di pazzi”. Ed è proprio così”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Veronica Oriali
