Intervista con Ettore Bassi e Debora Iannotta, autori di “Dio, come mi amo… per amarti di più!”: “Questo libro nasce dall’urgenza di voler affrontare il tema della relazione maschile-femminile in modo approfondito”

“La coppia è il luogo della valorizzazione delle persone che prendendosi per mano concedono anche il permesso, all’altro e a se stesse di evolvere attraverso l’opportunità dell’incontro e della relazione”. Si intitola “Dio, come mi amo… per amarti di più!” il libro di Ettore Bassi e Debora Iannotta, edito da Graus Edizioni, che affronta la relazione uomo-donna a partire dalla seconda guerra mondiale fino alla società di oggi e che invita a riflettere su una tematica fortemente rilevante.

Il rapporto epistolare dei due protagonisti Gilda e Riccardo, offre squarci del mondo interiore maschile e femminile, tutela il concetto di coppia come dimensione in cui ci si valorizza a vicenda, nel rispetto delle naturali inclinazioni di genere.

Ettore Bassi e Debora Iannotta insegnano l’amore per sé come elemento imprescindibile per il rispetto reciproco e tutelano il concetto di coppia come dimensione in cui “l’altro da sé” assurge contemporaneamente a ruolo di maestro e discepolo.

Così un evento “rivoluzionario”  ̶  come la volontà di Gilda di indossare i pantaloni in un’epoca in cui questo desiderio sembra assumere dinamiche provocatorie  ̶  diventa il momento di confronto/scontro tra “due magnifiche creature che si spera possano tornare a guardarsi con occhi diversi e riprendere la marcia tenendosi per mano”. La prefazione del libro è di Roberto Vecchioni.

Ettore e Debora, com’è nata l’idea di scrivere il libro “Dio, come mi amo … per amarti di più”?

Ettore Bassi: “L’idea del libro è nata dall’urgenza, dal bisogno che abbiamo sentito di voler affrontare il tema della relazione maschile-femminile, avendo notato, visto e vissuto anche nel nostro quotidiano reciproco, la sofferenza presente intorno a noi proprio in questo ambito. Oggi la relazione tra uomo e donna è fortemente minata e quindi non ci siamo voluti accontentare del racconto e della narrazione che quotidianamente arrivano dai media, dai salotti tv, che ci restituiscono l’immagine di un uomo improvvisamente impazzito e famelico e di una donna inerme, in quanto ci sembrava oltre che fuorviante anche un po’ pericoloso. Abbiamo perciò voluto trattare l’argomento in modo più serio e approfondito”.

Debora Iannotta: “Credo che Ettore abbia ampiamente espresso il concetto e la motivazione che ci ha portato alla scrittura di questo libro. E’ stata un’esperienza ma anche un’esigenza condivisa”.

Quanto c’è delle vostre esperienze, dei vostri pensieri nei due protagonisti, Gilda e Riccardo?

Debora Iannotta: “C’è tanto. La cosa sorprendente è che da queste prime uscite per presentare il libro stiamo riscontrando quanto Gilda sia presente nelle vite delle donne, delle lettrici. In qualche modo per me lei è diventata una sorta di alter ego, seppur lucido, perché probabilmente attraverso Gilda ho detto cose che volevo dirmi e che volevo dire, come solitamente accade quando sei di fronte ad un lavoro così profondo ed esperienziale”.

Quali sono queste cose che voleva dirsi e che voleva dire?

“Io sono partita dalla mia giornata, quella di una donna di 47 anni che non ha voluto in nessun modo rinunciare o mediare rispetto alle proprie aspirazioni, ai desideri. Però poi crescendo tutto ciò si è incontrato con altri sogni, come diventare madre e moglie, e ha cominciato a collidere, ad essere faticoso. Così è iniziato un percorso profondo dentro di me di domande, di messa in discussione, perché molte volte sento di non essere abbastanza per le cose a cui tengo, è come se mi mancasse un pezzo. Con Gilda ho attraversato i cambiamenti della donna dagli anni Quaranta ad oggi”.

Ettore, lei invece da quali domande, da quali riflessioni è partito?

“Sono partito dal grande disorientamento e dall’amarezza nel vedere che in questo scenario uomini e donne hanno finito di parlarsi, hanno smesso di comunicare, si guardano con sospetto, con sfiducia, con confusione, additando all’altro la causa della propria sofferenza. Questo è un punto di vista fortemente fuorviante e misinterpretato e quindi ci è sembrato, nel raccontare Riccardo, che fosse indispensabile portare il punto di vista dell’uomo perché poi alla fine in questa narrazione comune che incontriamo tutti i giorni, che ci investe da ogni angolo, non è considerato, è soltanto colui che riveste il ruolo dell’orco cattivo. Questo racconto però secondo noi è banale, superficiale e non rende giustizia a nessuno, né all’uomo né alla donna. Quindi in Riccardo ho voluto mettere tutta la sofferenza, il dolore e anche il grido d’amore che questo uomo, rappresentando tutti gli uomini, offre alla donna chiedendo di essere in qualche modo riammesso alla sua corte, perchè ha un estremo bisogno della presenza femminile. In questo contesto di agitazione, di confusione, dove la donna, come diceva Debora, si ritrova oggi a rincorrere e a correre dietro a tante cose, in fondo l’uomo si sente disorientato e perso perché non ha più neanche un riferimento, vede questa donna completamente rivolta verso altro, in una condizione, se vogliamo, quasi vicina alla disperazione perché vive queste giornate veramente con grande fatica e sofferenza, senza riuscire a ottenere per sé qualcosa che conti davvero”.

Quanto all’interno di una coppia potrebbero realmente essere valorizzate entrambe le persone e le loro attitudini, pensando a quello che accade oggi nella società?

Ettore Bassi: “La coppia è il luogo della valorizzazione delle persone che prendendosi per mano concedono anche il permesso, all’altro e a se stesse, di evolvere attraverso l’opportunità dell’incontro e della relazione. E’ chiaro che ci vuole una grande dedizione e una volontà di rispettare le unicità di ognuno che non sono solo quelle personali, intese come le inclinazioni dell’individuo specifico, ma anche quelle di genere. Un uomo e una donna sono due esseri profondamente diversi, hanno un valore importante ma hanno una fisiologia che deve essere rispettata. Oggi la società ci dice che tutto va mischiato, tutto va livellato su uno stesso piano, uomini e donne devono essere uguali, ma questa è una mistificazione gravemente ingannatrice, a mio parere, che sta portando dei danni enormi. Quindi credo che ritrovare la coppia sia la chiave per tornare ad avere una società sana”.

Debora Iannotta: “Con coraggio e con amore stiamo affrontando questa tematica che certamente non è tra le più consuete come narrazione, però crediamo tanto nella coppia e nella diversità di genere, crediamo nel power della donna e quindi se le viene assegnato un potere e una meravigliosità così importante e centrale, deve vivere in una società e in una struttura che si organizzino affinché questi concetti così belli, potenti e avanguardisti siano poi praticati nella quotidianità e siano attuati. Insieme si vince, la coppia è il tempio della vita e della famiglia, ma la donna non è l’uomo e viceversa, nelle loro meravigliose e indispensabili differenze”.

Quanto è difficile imparare ad amare se stessi per poter poi amare anche gli altri?

Debora Iannotta: “La cosa più difficile è che in questa esperienza umana unica, che è la nostra vita, abbiamo il compito e la possibilità di imparare ad amare noi stessi ma ogni soggetto deve essere animato da una grande volontà. La società è la somma dei singoli individui, se ognuno si incamminasse verso questo tipo di prospettiva, allora penso che si potrebbe davvero cambiare il mondo in meglio”.

Ettore Bassi: “Viviamo in una società che ci proietta continuamente all’esterno, ci fa distrarre dalla nostra interiorità, vuole che i nostri riferimenti e le nostre soluzioni ci arrivino da fuori, così come le cure, le gioie, le colpe, le responsabilità. Questo meccanismo è fortemente fuorviante e quindi la difficoltà del volersi bene, del guardarsi dentro è proporzionale a quanto consenso noi ancora decidiamo o concediamo a questa società nel seguirla in una corsa folle che allontana dal proprio centro. La soluzione è dentro di noi, nel senso di cercare di capire chi siamo, cosa vogliamo, quali sono i nostri dolori, le nostre ferite, senza nasconderle sotto un tappeto, come dice Vecchioni nella sua canzone, ma accettandole e guardandole con amore perché sono il bagaglio con cui partiamo per intraprendere il nostro cammino e che dobbiamo utilizzare per diventare migliori. Questo è possibile attraverso l’incontro con l’altro. E’ naturalmente una via biunivoca ma che parte da un fondamento indispensabile, io devo volermi bene, altrimenti andrò a cercare sempre situazioni che rievocheranno i miei drammi, i miei dolori perché sto continuando a non guardarli”.

La prefazione è firmata da Roberto Vecchioni dal cui romanzo, “Il mercante di luce”, Ettore Bassi ha tratto anche un monologo teatrale, cosa rappresenta per voi la musica di questo grande artista?

Ettore Bassi: “Il mercante di luce è stata un’occasione meravigliosa che mi è stata offerta per portare in scena un testo enorme, bellissimo, che mi ha dato l’ulteriore dono di poter incontrare e conoscere Roberto Vecchioni, che si è appassionato a questa mia messa in scena. E’ nata così un’amicizia, una stima e un affetto profondi, così quando abbiamo pensato di chiedere a qualcuno di accompagnare questo nostro progetto, per noi importante e sentito, istintivamente il pensiero è andato a Roberto Vecchioni. E’ uno degli ultimi intellettuali viventi che ancora esercitano il pensiero per una società che possa in qualche modo migliorare, quindi per la sua tradizione, i suoi testi, la sua poetica, ci è sembrato la persona più adatta per la prefazione. E come un miracolo inaspettato ha accettato di prendere parte a questo progetto che nasce quindi sotto una buona stella e sta dimostrando di meritarla perché i feedback che stiamo ricevendo vanno oltre ogni aspettativa”.

Debora Iannotta: “La prefazione da parte di Roberto Vecchioni è stata un dono immenso. Al Prof e alla sua musica sono legata sin da ragazzina ed è da sempre un riferimento importante per la mia vita”.

Su Instagram c’è anche un profilo dedicato al libro…

Ettore Bassi e Debora Iannotta: “Per far crescere sempre di più il nostro progetto abbiamo creato un profilo Instagram, @diocomemiamo_peramartidipiu, dove interagiamo con i lettori, e ci sono iniziative che li riguardano come ad esempio scrivere una lettera, un elemento presente nel libro”.

di Francesca Monti

Si ringraziano Pamela Menichelli e Nicoletta Strazzeri

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