“L’idea di questo spettacolo è nata da Paolo Ruffini, mi era capitato più volte di salire su un palco teatrale come scrittore per la presentazione dei miei libri o come attivista rispetto ad alcuni temi quali la disabilità, la genitorialità, ma mai avrei immaginato di portare la mia storia”. Luca Trapanese è il protagonista di “Nato per te”, in scena al Teatro Manzoni di Milano il 16 giugno, che racconta il viaggio straordinario che lo ha condotto a diventare padre di Alba, una bambina con sindrome di Down.
Con una narrazione che intreccia esperienze personali e riflessioni profonde, Luca Trapanese racconta il valore della diversità, il coraggio di scegliere strade non convenzionali e la forza della vulnerabilità: dal primo amore alle sfide dell’adozione, dal dolore della perdita alla gioia della rinascita, ogni tappa della sua vita diventa occasione per abbattere stereotipi e immaginare nuove definizioni di normalità.
La sua storia ha fatto il giro del mondo quando, nel 2018, è diventato il primo uomo single in Italia a ottenere l’affidamento di Alba, una bambina con sindrome di Down. La decisione di adottarla è stata una scelta di cuore e di coraggio, che ha sfidato tabù e convenzioni. Luca, che aveva già un lungo percorso nel volontariato e nell’assistenza a persone con disabilità, ha dimostrato che l’amore genitoriale non conosce barriere.
Fondatore dell’associazione A Ruota Libera a sostegno di bambine e bambini con disabilità, si è impegnato a creare comunità inclusive, promuovendo anche progetti per l’integrazione sociale e il sostegno a chi vive situazioni di vulnerabilità. Dal 2021 è assessore alle Politiche sociali di Napoli. La sua esperienza come padre single e il suo approccio alla genitorialità sono raccontati nel libro “Nata per te. Storia di Alba raccontata fra noi” (Einaudi), scritto insieme a Luca Mercadante, da cui nel 2023 è stato tratto anche un film, per la regia di Fabio Mollo.

Luca, il 16 giugno sarà in scena al Teatro Manzoni di Milano con “Nato per te”. Ci racconta quando è nata l’idea di portare sul palcoscenico la sua storia?
“L’idea è nata da Paolo Ruffini. Mi era capitato più volte di salire su un palco teatrale come scrittore per la presentazione dei miei libri o come attivista rispetto ad alcuni temi quali la disabilità, la genitorialità, ma mai avrei immaginato di portare in scena la mia storia. Con Paolo abbiamo presentato il suo ultimo romanzo e quel giorno mi ha detto che secondo lui avrei potuto offrire un bel contributo al teatro. All’inizio pensavo che stesse scherzando, in realtà faceva sul serio, mi ha dato due mesi di tempo, abbiamo scritto il testo, lo ha revisionato, dandomi una serie di consigli ed ora porteremo lo spettacolo prima ad Empoli e poi a Milano”.
In “Nato per te” ci sono la sua storia e anche delle riflessioni importanti su tematiche attuali…
“Ho voluto scrivere un monologo che è diviso in cinque parti, in cui si affrontano vari momenti della mia vita. Si parte spesso dal presupposto che adottare una bambina disabile sia un gesto di carità. Io sono diventato papà di Alba dopo tante esperienze: il seminario, il volontariato in India e in Africa, Madre Teresa, la scoperta personale rispetto all’omosessualità, la mia famiglia e come mi hanno accolto, la mia adozione da adulto, l’esperienza nel mondo della disabilità attraverso anche la malattia e la morte. Quindi fondamentalmente cerco di toccare tutte queste tematiche raccontando come sono arrivato fin qui. Non è che una mattina ci si sveglia e si decide di occuparsi o di parlare di qualcosa. Sono le persone che abbiamo conosciuto, le esperienze che abbiamo vissuto, i momenti della nostra vita che ci danno un orientamento, che ci indicano quale strada intraprendere. Partiamo dunque da una serie di ricordi, di foto, per affrontare temi quali la famiglia, l’adozione, la disabilità, l’imperfezione e tutto quello che ne consegue, senza voler dare una lezione ma raccontando al pubblico semplicemente una vita. Ognuno di noi potrebbe scrivere un monologo, da quando è nato ad oggi, perché tutti siamo protagonisti di momenti più o meno belli”.
Le esperienze in Africa e in India in che modo hanno influito nel prosieguo del suo cammino?
“Mi hanno lasciato innanzitutto la consapevolezza della fragilità umana e insegnato che la vita è imperfetta, che esistono il dolore, la morte, la diversità, la disabilità … e che noi forse edulcoriamo troppo la vita rispetto alla perfezione. Oggi si cerca di essere perfetti, dobbiamo avere tutto quello che desideriamo, dobbiamo essere sempre i primi e i migliori. Io credo invece che dovremmo insegnare ai nostri giovani che la perfezione non esiste, che forse raggiungeremo un obiettivo tra tutti quelli che ci prefiggiamo e che quando cadiamo dobbiamo rialzarci. Le nuove generazioni invece sono prese dall’ansia, dalla depressione, dalla rabbia, forse perché abbiamo costruito questa cultura della perfezione. Andando in India e in Africa ho capito che c’è una visione e una fragilità della vita diverse, c’è l’emarginazione profonda di chi è disabile, di chi è lebbroso, di chi è donna. Io sono assessore al Welfare e un giorno un bambino, durante un incontro a cui hanno preso parte tante scuole, mi ha chiesto qual è il diritto più importante che dobbiamo assolutamente mantenere, preservare e sostenere. Io ho risposto che l’imperfezione è il diritto a cui tutti dobbiamo aspirare”.
Un bellissimo insegnamento, rispetto ai messaggi che passano invece dai mass media, dai social, legati alla perfezione, estetica e non. Come pensa sia possibile scardinare quest’idea secondo cui bisogna per forza essere sempre performanti, perfetti in tutto?
“Quest’idea va scardinata in primis con le famiglie, perché molto spesso sono i genitori che tendono a creare la competizione, e con la scuola, perché a volte si pensa alla performance e quindi al rendimento. Per esempio qualche giorno fa ho parlato dei DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), dei BES (Bisogni Educativi Speciali) perché ancora oggi chi ha una difficoltà di questo tipo, non una disabilità ma una diversità, fatica ad essere accolto nella scuola, che non riesce a comprendere che questi ragazzi hanno bisogno di strumenti compensativi, del tablet, della calcolatrice. E’ una diversità che va accolta e che va sostenuta con dei metodi diversi. Allora secondo me dovremmo fare un’azione culturale nel sostegno ai genitori, nella revisione completa del percorso scolastico, e poi anche con i giovani. Molto spesso però le basi sono ancora orientate verso un modello di rendimento che ormai ci opprime”.
Avete in programma di riportare in scena “Nato per te” anche la prossima stagione?
“Abbiamo già tanti inviti, quindi lo riporteremo in scena da settembre a Spoleto, a Roma, e poi si vedrà”.
Ha pubblicato su Instagram un post della festa di compleanno di sua figlia Alba, in cui ha scritto che “l’inclusione è una scelta quotidiana, una fatica condivisa”, perché fortunatamente nella scuola da lei frequentata c’è stato un ottimo lavoro da parte di tutti, dirigente scolastica, insegnanti, bambini e genitori, però non sempre questo purtroppo accade…
“Questo avviene quando innanzitutto ci sono una brava dirigente scolastica che comprende che la disabilità può essere un’opportunità per tutti e dei bravi insegnanti che lavorano bene con la didattica e con i neuropsichiatri territoriali. La scuola frequentata da Alba è da sempre orientata esclusivamente verso l’inclusione, ci sono tanti bambini con disabilità e non c’è mai stato nessun problema. Se il dirigente scolastico ha una visione contemporanea su che cosa significa essere una scuola può avvenire il cambiamento. Una persona non è empatica perchè è ignorante, nel senso che non conosce. Se tu non conosci Alba e la sua disabilità la vedi solo “difettata”, se invece ti approcci a lei, e inizi a vederla come una persona, allora entri in empatia e capisci che se ti attivi può tirare fuori le sue diverse capacità”.

In un altro post, relativamente alla tematica della cosiddetta famiglia tradizionale, afferma che “essere genitori non è una questione di struttura, ma di amore”. Pensando alla società italiana odierna, dove coesistono pensieri opposti su questa tematica ma anche sull’adozione da parte di single o di coppie omosessuali piuttosto che sul ricorso alla Pma per le donne single che vogliono avere un figlio, quali sviluppi potranno esserci?
“Da questo governo non ci saranno sviluppi ma, devo essere onesto, non ci sono stati nemmeno da quelli precedenti, perché è una questione politica, hanno tutti paura di perdere qualcuno e quindi non esprimono il giudizio sulla cosiddetta famiglia tradizionale, pur essendo loro testimoni di famiglie non tradizionali. Ed è assurdo. Io capisco chi impone una visione e ha anche un suo modello da seguire, ma non è questo il caso. Ci sono politici divorziati, risposati, che hanno compagne e compagni, figli con più persone, che sono omosessuali. La Corte Costituzionale italiana però ha deliberato che anche le persone single possono avere accesso all’adozione internazionale e penso che arriverà presto anche quella nazionale e per una coppia composta da due uomini. Mentre in Francia nel 1999 hanno fatto il referendum sull’adozione per i single e il 67% dei cittadini è andato a votare, in Italia quando avremo la legge revisionata, che risale ormai a quaranta anni fa, non sarà per merito di nessun politico, ma sarà stata scritta da un legislatore su un diktat della Corte Costituzionale. E questo è molto triste. Paesi come la Spagna, la Francia, il Portogallo che un tempo vedevano l’Italia come modello oggi ci hanno superato per tanti aspetti. La Corte Costituzionale nella sentenza ha specificato che non si deve più partire dalla capacità genitoriale perché è sbagliato, è discriminante, ma dall’idoneità ad essere genitore. Io sono Luca ed educo mia figlia con le mie capacità, tu educhi tuo figlio in modo diverso, ma l’importante è che i nostri bambini crescano sereni, felici, equilibrati, accompagnati nel loro percorso”.
Del resto se lei non avesse adottato Alba magari sarebbe stata destinata ad un orfanotrofio, quindi bisognerebbe dare la possibilità a tutti i bambini e le bambine di poter avere una famiglia…
“Certamente, io piuttosto che della famiglia tradizionale inizierei a parlare della genitorialità. Perché queste famiglie hanno dei problemi, perché i genitori sono così fragili, così affaticati, perché non riescono a sostenere il peso dei loro figli? Sarebbe importante strutturare i bisogni e le necessità delle famiglie, non tutelarle come si fa con i panda, perché è inutile”.
Lei ha scritto anche una lettera a Papa Leone XIV dopo che, nel corso del primo incontro con il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha affermato che “la famiglia è fondata sull’unione stabile tra uomo e donna” …
“Papa Francesco da un punto di vista culturale ha portato un cambiamento, un’apertura. Parlare invece di famiglia come unico modello formato da un uomo e una donna significa escludere. E noi oggi non possiamo permetterci di escludere nessuno, perché creiamo poi dei disagi sociali. Allora ho scritto questa lettera a Papa Leone XIV per chiedere: io chi sono? Spiegamelo tu. Io conosco la risposta perché la vivo insieme a milioni di persone. Vogliamo arrivare alle famiglie di serie A, di serie B o C? Questo fa male alla società, ai figli. Mi farebbe piacere incontrare il Santo Padre e parlare con lui”.
Quanto è importante oggi usare le parole giuste?
“È importantissimo, però preferisco poi che alle parole seguano i fatti. Se noi parliamo di persone con disabilità e poi le trattiamo come degli handicappati, allora usiamo la parola handicappati. Mi illudo che qualcosa sia cambiato e invece non è così. Per esempio io non voglio il Ministro per le Disabilità né nel governo Conte né in quello Meloni. Io voglio gli esperti della disabilità in tutti i ministeri. Questo è il vero cambiamento. Quando scrivo una legge sul lavoro, sulla casa, sulla cultura, e ho in mente che ci sono persone con disabilità, allora veramente attivo l’integrazione di cui si parla tanto ma che nessuno mette in pratica. Se la scuola non è inclusiva, se il lavoro non esiste, se non parliamo mai di sessualità, di indipendenza, il Ministro per le disabilità a cosa serve?”.
Per quanto riguarda i ragazzi del Borgo Sociale e la Casa di Matteo, avete dei progetti nuovi in programma?
“Con il Borgo Sociale abbiamo aperto l’Albergo etico, in cui lavorano tutti ragazzi con disabilità. Inoltre vogliamo creare una scuola di formazione sulla disabilità, in quanto a riguardo c’è bisogno di grande cultura. La mia idea è creare un percorso dove le persone possano vivere con noi nel Borgo Sociale per un periodo, una settimana, un weekend, più weekend, per capire concretamente quali sono le prospettive, quali sono le modalità, come si vive con una persona con disabilità, e che non bisogna essere assistenzialisti ma propositivi rispetto alle sue capacità, alle sue competenze.
Per uanto riguarda La Casa di Matteo, insieme alla Fondazione Grimaldi e alla Fondazione Le Navi, abbiamo ottenuto un intero piano di oltre 700 metri quadri, in un edificio nel centro di Napoli, dove sarà presente anche l’ospedale pediatrico Santobono, con cui lavoriamo da tempo in sinergia. Sarà una Casa di Matteo molto grande, con un’area dedicata alla psicomotricità oppure alla riabilitazione di bambini gravemente malati”.

Luca Trapanese con sua figlia Alba – credit foto Facebook Luca Trapanese
Un’ultima domanda più frivola rispetto alle tematiche importanti di cui abbiamo parlato, sia lei che Alba siete tifosi del Napoli, che soddisfazione è stata la conquista del quarto scudetto?
“Alba è veramente una tifosa sfegatata, molto più di me, ha visto le partite e tutta la premiazione. E’ stato un bell’orgoglio come napoletano non solo vincere lo scudetto, perché non ce l’aspettavamo e ce lo siamo meritati, ma vedere come Napoli ha reagito ai festeggiamenti, con serenità, con equilibrio, anche quando c’è stata la sfilata a bordo dei bus dei calciatori sul lungomare con 400mila persone per strada. Abbiamo dato la dimostrazione che questa città da un punto di vista sociale e culturale è cambiata e forse, mi permetto di dire, non è più simbolo del disordine. Noi napoletani siamo stati colonizzati e colonizzatori di tanti popoli, quindi abbiamo una visione disordinata, ma è quel disordine positivo che ci ha aiutato a superare tante cose. Io non so giocare a calcio, sono tifoso del Napoli ma non l’ho mai seguito assiduamente, ora con mia figlia vedo tutte le partite. Io immaginavo che con Alba avremmo giocato con le Barbie, invece lei ama il basket, il calcio, la batteria (sorride), quindi bisogna lasciare liberi i nostri figli di seguire le loro passioni”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Manola Sansalone
