Intervista a Riccardo Fogli per i suoi 60 anni in musica

Abbiamo intervistato Riccardo Fogli prima del concerto a Miglianico (CH). E’ stata l’occasione per ripercorrere i suoi 60 anni in musica: dalla fratellanza con i Pooh, con i quali ha scritto pietre miliari della musica italiana che hanno influenzato anche i nostri automatismi linguistici, alla vittoria di Sanremo 1982 a tutto ciò che rimane dopo una forte esperienza emozionale in musica.

Riccardo, se entrassi in un bar e dicessi “Non restare chiuso qui”, indovina un po’ cosa mi risponderebbero?

““Pensiero”, come in buona parte del mondo. Il mio fratellone Facchinetti mi raccontò che stava passeggiando a New York con un suo amico e gli spiegava che se in mezzo alla città avesse proposto lo stesso gioco, avrebbero sicuramente risposto “Pensiero””.

E allora ti chiedo come si fa ad aver dato un’impronta culturale alla musica italiana tanto da condizionare questi automatismi linguistici che ci portano a rispondere “Pensiero” quando sentiamo la frase “Non restare chiuso qui”?

“Il segreto è Valerio Negrini, che salutiamo sempre quando lo nominiamo, un grande poeta, grande filosofo, e Roby Facchinetti, uno degli autori viventi con più talento, bravura, capacità, ingegno, intuizione. E poi la sua voce che ha vestito tante canzoni. Poi è arrivato Stefano D’Orazio che non è più con noi ma sempre vicino perché fa parte della nostra vita”.

Riccardo, il tuo è stato un miracolo per di più perché eri “Predestinato (metalmeccanico)”, per citare il titolo del tuo libro. Cosa insegna questo libro?

“Il libro dà speranza. Cantavo alle elementari, alle medie e mi dicevano che avevo una bella voce, che era il dono che mi ha lasciato mia madre. Poi ho studiato in banda, solfeggio, volevo suonare il flauto e non me l’hanno fatto vedere, poi ho studiato basso da un parente, quindi sono stato a scuola di basso. Ci vuole lo studio ma anche passione, fortuna e coraggio”.

Ossia gli ingredienti che ti hanno portato a vincere Sanremo 1982 con “Storie di tutti i giorni”, vero manifesto della quotidianità e della semplicità della nostra vita. Quale è stata l’alchimia che è scattata tra te, Giancarlo Lucariello, Maurizio Fabrizio e Guido Morra?

“Maurizio nel 1979 venne contattato da Lucariello perché potesse arrangiare a modo suo, un po’ alla Branduardi, qualche brano che avevamo e magari darci qualcosa su cui avrei potuto scrivere i testi. Sono così nate “Che ne sai”, “Malinconia” e “Storie di tutti i giorni”. Poi è arrivato Guido Morra, che lavorava insieme a Gianni Togni. Io e Guido siamo stati rinchiusi a giocare a ping pong a casa mia, mesi e mesi: io cucinavo, bevevamo del buon vino, scrivevamo insieme, separatamente, raccoglievamo il meglio di lui, il meglio di me. Nascevano canzoni, spesso di successo”.

Forse tu puoi veramente spiegarci il vero significato della parola “fratello”. Così ti sei sempre rivolto in tutte le occasioni ai componenti dei Pooh. C’è stata la fratellanza dietro “L’Ultimo Abbraccio”, concerto della reunion dei Pooh del 30 dicembre 2016, dopo tanti anni di separazione artistica. Cosa significa “essere fratello”?

“Il fatto di aver condiviso momenti di grande gioia ma anche di grande dolore con Facchinetti e poi anche con Battaglia. Abbiamo vissuto anni in cui non girava una lira e la domenica si andava a pranzo a casa di Dodi dove la sua mamma e il suo papà cucinavano un bel brodo che ci stava addosso tutta la settimana. Ho vissuto a casa di Facchinetti, con la sua famiglia. E’ rimasto quindi un rapporto veramente di fraternità “di sangue”, anzi a volte anche di più perché nessuno ti obbliga a sentire un amore fraterno per lui”.

C’è un tuo album che si chiama “Alla fine di un lavoro” (1980). Prendendo a pretesto questo titolo, cosa rimane a Riccardo Fogli dopo una intervista, un concerto, l’incisione di un disco?

“Se analizzi il testo di “Alla fine di un lavoro” che ho buttato giù in mezz’ora, parlo della fine del mio rapporto con i fratelli Pooh, la fine di un concerto dopo il quale io in macchina, stanco, rifletto sulla mia vita. Ricordo quando dopo un live viaggiavamo sorridendo e ci si prendeva in giro per superare la fatico a lasciare la bellezza del giorno che ho vissuto. Vorrei che non finisse mai e se ne andasse piano piano. Quindi, cancellando uno per uno i bei ricordi, vivo delle giornate bellissime fra la famiglia, il lavoro, i fratelli, gli amici. Questa è la mia difficoltà, questo è il mio pensiero”.

di Domenico Carriero

credit foto Mimmo Fuggiano

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