INTERVISTA CON GIUSEPPE FISICARO DI DIGITAL NOISES, CHE HA VINTO PER IL SECONDO ANNO CONSECUTIVO IL PREMIO “INNOVATION AND EXCELLENCE AWARD 2025”

Un altro importante successo per la società fondata da Giuseppe Fisicaro. Dopo il trionfo del 2024 a Dubai, DIGITAL NOISES ha ottenuto nuovamente il riconoscimento di “Digital Publishing Company of the Year” agli “Innovation & Excellence Awards 2025”. La cerimonia di premiazione si è tenuta presso il Moor Hall Hotel di Birmingham.

Giuseppe, rappresenti l’eccellenza italiana nel mondo: per il secondo anno di fila hai vinto il premio Innovation and Excellence Award 2025 come Digital Publishing Company of the Year. Parliamo proprio di una company, Digital Noises, che vince.

“Ci tengo a sottolineare che sia una company perché io sono quello che il premio lo va a ritirare, però c’è il grande lavoro di tutta la mia squadra, di tutto il team di Digital Noises che lavora durante tutto l’anno e mi segue soprattutto quando i miei obiettivi sembrano davvero, non dico impossibili, ma indubbiamente complicati da raggiungere. Devo dire che tutto il mio team è veramente parte fondamentale di questi riconoscimenti che fanno piacere e sicuramente farlo per il secondo anno di fila è stato importante. Adesso puntiamo chiaramente al triplete dato che ci abbiamo preso gusto, però dipenderà molto da noi. Devo dire che stiamo gettando le basi per fare un altro grande anno soprattutto all’estero, perché poi è lì che veniamo monitorati e valutati, e chiaramente ci ha fatto un grande piacere che ci abbiano invitato nuovamente. Nel 2024 eravamo a Dubai, mentre quest’anno abbiamo cambiato location e siamo andati a Birmingham. Si vocifera che il prossimo anno si andrà negli Stati Uniti e quindi anche a livello personale non mi dispiacerebbe muovermi così tanto. L’essere riconosciuto come Digital Publishing Company differenzia parecchio quella che è la nostra attività, perché noi, di fatto, siamo una società editrice con un focus totale sul mondo digitale e sulla promozione della musica in ambito digitale. Questo ha indubbiamente dei vantaggi anche a livello di costi produttivi per l’azienda. Chiaramente la digitalizzazione della musica e delle piattaforme fa sì che per noi lavorare in paesi esteri, anche dall’altra parte del mondo, come alcuni dei paesi con cui lavoriamo di più, tipo l’India, il Vietnam o la Cina, probabilmente 50 anni fa era un po’ più complesso, per ovvi motivi logistici. Oggi è decisamente più semplice, perché le reti di contatti sono più veloci e questo fa sì che il lavoro di una società che si occupa di editoria sul digitale sia sicuramente più rapido e possa ottenere risultati più velocemente. Nel nostro caso negli ultimi due anni abbiamo conseguito 15 Silver Awards su YouTube solo da paesi asiatici, mentre in Italia abbiamo vinto premi solo con artisti di un certo livello, tipo Tozzi, Raf, Masini, Grignani e Pino Daniele, che hanno anni di carriera”.

Questo fa capire la differenza proprio del mercato. Infatti, quando ci siamo incontrati a Sanremo, tu hai tenuto a sottolineare che non hai contribuito direttamente alla qualità del prodotto, non avendo scritto tu i brani, ma il tuo apporto sta nel comunicare al meglio alle nuove generazioni e anche ai nuovi mercati per i quali magari quel prodotto inizialmente non era destinato.

“Sì, infatti diciamo che il plus che un’azienda come la mia può dare è proprio questo! Di fatto noi elaboriamo prodotti che spesso non hanno certo bisogno di essere così tanto promossi, soprattutto se si tratta di mercati che li conoscono già bene. Se ho “Sei la più bella del mondo” di Raf in gestione, cioè un brano iconico che fa parte della storia della musica italiana, in Italia chiaramente ha poco da essere promosso, però esistono sicuramente delle piattaforme, dei mercati in cui un prodotto anche con una storicità come quella può essere rivitalizzato: esistono i remix, esistono tante vie per fare in modo che un prodotto, un progetto, un artista possa sicuramente rinnovare un prodotto. Di recente abbiamo lavorato con Marco Masini che ha portato a Sanremo insieme a Fedez un riarrangiamento di “Bella stronza”, una canzone iconica della storia della musica italiana. Questo brano è stato rivitalizzato con un’operazione che ha permesso anche al brano originale di rivivere una nuova vita, di riavere un nuovo mercato, in quanto i giovanissimi magari non la conoscevano, e in questo modo hanno scoperto un bellissimo brano della storia della musica italiana attraverso quest’opera di ringiovanimento. Indubbiamente notiamo che queste operazioni in qualche modo hanno dei risultati e degli effetti nel mercato musicale. Un altro esempio è il remix di “Santa Allegria” della Vanoni. Chi fa editoria e fa consulenza in ambito musicale, sa che si possono sicuramente andare a riposizionare dei contenuti che hanno un valore storico, ma che magari non sono in hype nel mercato in quel momento”.

A proposito del mercato asiatico di cui prima parlavi. Qual è la declinazione della musica italiana che ha un po’ più di appeal in questi mercati?

“Noi abbiamo notato, almeno in base al lavoro svolto in questi ultimi due anni, tre macro aree, nettamente differenti tra loro.

Una è sicuramente la musica tradizionale, la musica popolare, il made in Italy folk, come ad esempio gli stornelli romagnoli o la musica tradizionale napoletana, che sono generi molto apprezzati in alcuni di questi paesi. Mi viene in mente il Vietnam, dove il made in Italy tradizionale, quello degli anni ‘50-‘60, funziona bene.

Poi abbiamo notato che c’è un grosso mercato di musica classica, ma questo in realtà può valere anche per qualsiasi prodotto internazionale, in quanto c’è ancora una bella richiesta della classica e quindi dei compositori classici, magari risuonati da esecutori più o meno importanti.

Infine quello che va forte in questi mercati è la musica elettronica. La Italo Dance in questo momento ha una fetta di mercato in alcuni paesi asiatici, ma non solo. Per esempio abbiamo avuto un boom nell’ultimo anno in Polonia, anche della Italo Dance degli anni ‘80, che ci ha fatto capire che ancora esistono dei mercati, anche in Europa. Abbiamo sicuramente notato che nascono delle mode a un certo punto, che possono essere influenzate dal web o da operazioni particolari. Sicuramente in questo devo dire che TikTok è una piattaforma che in qualche modo veicola anche un po’ le rinascite di alcuni filoni musicali storici, italiani o non.

Quello che sicuramente abbiamo riscontrato è che la musica è abbastanza ciclica e questo è un dato interessante che noi cerchiamo sempre di studiare proprio per essere, anche a livello di consulenza, estremamente propositivi con i nostri partner”.

Giuseppe, quando siamo stati a Sanremo, tra i vari format c’era Sanremix, dove un cantante doveva riconoscere dei brani famosi che attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale si facevano cantare ad altri cantanti. Ne risultava quindi un uso simpatico, giovane, dell’intelligenza artificiale. Oggi noi dobbiamo fare i conti con l’intelligenza artificiale, ma c’è chi l’avversa e chi invece ne valorizza le potenzialità e l’abbraccia. Qual è il tuo punto di vista proprio sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale o i limiti dell’utilizzo della stessa in campo musicale?

“Noi ne abbiamo sicuramente studiato le potenzialità e non ti nascondo che siamo tra quelli che la abbracciano. La utilizziamo molto e ci siamo specializzati in diverse cose. Sanremix è stato quasi un test che ci ha fatto capire, in quel caso, l’utilità che poteva avere, attraverso questo giochino che noi facevamo con gli artisti.

Abbiamo comunque notato che l’AI è uno strumento sicuramente estremamente potente, ma che se non è indirizzato nel modo giusto il suo ritorno è inutile o addirittura deleterio. Quello su cui noi stiamo lavorando molto è la preparazione dei prompt in quanto è molto importante capire cosa chiedi, ma anche come lo chiedi. Più sei dettagliato e preciso nella tua richiesta, più il ritorno che l’AI ti darà, sarà qualcosa di soddisfacente per la tua richiesta.

In ogni caso, secondo me, l’ingegno umano non può essere sostituito dall’AI perché l’AI è una macchina che lavora bene comunque quando l’ingegno umano lavora bene. Quindi io credo che quelli che sono avversi all’AI la conoscono poco, la stanno usando poco. Noi man mano che la usiamo ne capiamo l’utilità ma ne capiamo anche i limiti.

Ci rendiamo conto che da sola può fare ben poco. Cioè può fare cose straordinarie ma solo se è straordinario il modo in cui ci lavori”.

di Domenico Carriero

 

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